Covid 19, Natale nero per il commercio aquilano: “Rischiamo di fallire”

Un Natale nero per il commercio aquilano, stretto dalla morsa delle crisi post Covid 19. "Se non riapriamo subito rischiamo di fallire, sarà impossibile sanare le perdite di queste settimane".

“La zona rossa in Abruzzo è stata un vero e proprio bagno di sangue per il commercio, soprattutto a ridosso del Natale. Rischiamo di fallire, altro che ristori”.

Il Covid 19, la pandemia, le chiusure hanno creato un’enorme voragine in tutto il settore del commercio: non si spende, i negozi sono chiusi e chi può compra online e a ridosso del Natale le conseguenze sono per tutti o quasi “disastrose”.

Questa è la voce del commercio aquilano che il Capoluogo ha raccolto sentendo tutti i vari settori: i commercianti, i ristoratori, i piccoli e grandi esercizi del capoluogo d’Abruzzo che in questi giorni hanno le vetrine addobbate a festa e le saracinesche chiuse.

“O tutti aperti o nessuno, la selezione fatta è stata ingiusta e ci ha davvero penalizzati – dice Monica De Vecchis, titolare del negozio di abbigliamento Rey e V all’interno del centro commerciale Piccinini a Bazzano – gli affitti li abbiamo continuati a pagare lo stesso  e stando chiusi ci hanno tagliato letteralmente le gambe. Noi siamo pronti a ripartire ma, a conti fatti, restano pochi giorni fino a Natale e sarà impossibile recuperare”.

Monica rey e v

(Nella vetrina di Rey e V, con Monica, è già Natale)

Monica, durante il lockdown di marzo, è stata tra le prime a L’Aquila a convertire il suo negozio in un allegro e-commerce, un’idea “geniale” ma che non basta specie se da sempre sei abituata a stare tra la gente cogliendo linfa vitale proprio nel rapporto con le clienti.

“A me vendere fine a se stesso non basta. Non parlo solo di introiti – spiega – per noi commercianti è importante fidelizzare il cliente di persona, creare con la nostra attività una rete sociale bella e importante”.

“Lo sappiamo tutti che nessuna di noi ha bisogno veramente dell’ennesimo maglioncino, ma vai nel tuo negozio di fiducia anche per fare due chiacchiere, confidare un segreto, sfogarti”.

“Vogliamo poi parlare delle perdite? Noi nelle gallerie e centri commerciali abbiamo continuato a pagare affitti, utenze e soprattutto i fornitori. Le scadenze sono state tutte ottemperate e ognuno sa il suo, non si poteva fare altrimenti. Se io non pago l’affitto, ci rimette tutto l’indotto… Come facciamo? Posso dire che siamo pronti a ripartire, la gente ha voglia di leggerezza, io vi aspetto, sperando di poter lanciare per aria finalmente queste mascherine e tornare ad abbracciarci”.

Lo sfogo di Monica De Vecchis va di pari passo con i dati dell’Ufficio Studi Confcommercio sulle ipotesi di spese di dicembre e del Natale delle famiglie italiane.

Si prevede un calo dei consumi nel commercio del 12% rispetto all’anno scorso; in forte riduzione anche la quota di coloro che faranno regali: da quasi l’87% del 2019 a poco più del 74%.

Ma la voglia di reagire alla crisi c’è, “chi può, spenderà per i regali una cifra solo un po’ più bassa – spiega Confcommercio – di quella dello scorso anno (164 euro a testa conto i quasi 170 del 2019). Sembra delinearsi una situazione in cui la macroeconomia pesa certamente sulle spese di dicembre e sul Natale, ma non intacca il desiderio di reagire, durante le festività, alle avversità che hanno accompagnato gli italiani per quasi un anno, ormai.

Infatti, il mese di dicembre, che per i consumi commercializzabili vede ridursi il suo valore economico da 81 a 73 miliardi, resta comunque il mese più importante dell’anno”.

“Le mie sono clienti favolose – conclude Monica – mi sono state vicine e non mi hanno mai fatto mancare la loro presenza, non è solo lo shopping fine a se stesso… Noi veniamo già da un isolamento post sisma, abbiamo proprio bisogno di sentirci parte di una comunità fatta di persone”.

Della stessa idea anche Jones Bargoni, che non fa il commerciante ma è lo chef del ristorante L’Opera, in centro storico.

“Anche io non vedo l’ora di tornare a servire i miei clienti. L’asporto è un palliativo, che non solo non ti sostenta ma ti spersonalizza. Non c’è contatto, e la fisicità è qualcosa per me davvero fondamentale”.

jones Bargoni

(Jones in cucina, mascherina munito)

“Intanto sto addobbando il locale, spero davvero di riuscire a lavorare sotto le feste, magari cambieranno le abitudini dei clienti. Si deve stare in pochi quindi, la ‘bolla familiare’ può evitare di cucinare e venire da noi a pranzo. Sto studiando diversi menù della tradizione rivisitati, in un ambiente in cui si respiri vera aria natalizia, senza dover rinunciare alla cucina tradizionale abruzzese delle feste”.

“La cosa che fa male – dice al Capoluogo una commerciante aquilana nel settore degli allestimenti che ha scelto di restare anonima – è vedere di questo periodo gli scaffali pieni. Non solo noi, ma anche gli altri colleghi, spesso ai primi di dicembre avevamo già finito tutto. Quest’anno va tutto molto a rilento, speriamo davvero che dal 10 dicembre ci facciano lavorare, anche se sarà impossibile recuperare il precedente”.

Un recupero che sembra quasi un’utopia per quelle attività come i pub, la cui vocazione è serale e, adesso, con le chiusure imposte alle 18 anche in zona arancione, possono contare solo su asporto e domicilio.

È il caso ad esempio di Joe Potato, su via Savini. Un locale moderno, inaugurato a fine agosto dalla volontà di due giovanissimi, Alessandro e Daniele Cantalini.

daniele e alessandro Cantalini

(Daniele e Alessandro Cantalini)

“Sarà difficile recuperare la clientela, dopo ogni chiusura sarà come se fosse ogni volta un nuovo avviamento – spiegano Daniele e Alessandro – noi avevamo aperto da poco ma crediamo che sia un problema di tutti ricominciare a creare un nuovo tessuto e reinventarsi”.

La cosa brutta è che per le aziende nate nell’immediato e subito dopo la prima ondata di Covid non è previsto nulla nel decreto ristori se non veramente piccole cose. Noi ci siamo da poco e non possiamo fare un paragone con gli anni prima, ma solo comparare il fatturato con i mesi precedenti e davvero la situazione è preoccupante”.

Un locale, Joe Potato, che come tutti ha affrontato e continua ad affrontare delle spese. “Quando si fa magazzino vengono fatte delle scorte sapendo che in ogni caso fatturi un tot, ti organizzi e i fornitori sono stati comunque pagati. Ovviamente devi considerare le date di scadenza degli alimenti deperibili, ci sono cose che scadono dopo 3 giorni e alimenti dopo 3 mesi. Nonostante con l’asporto si stia facendo qualcosa, abbiamo dovuto buttare o regalare tante cose. Che faremo a Natale? Chi lo sa… Speriamo davvero di tornare a regime, con tutte le dovute cautele!”.

Anche Gabriella Bozza, titolare del negozio Donna Accessori Bijoux dentro la galleria Amiternum, non vede l’ora di tornare a lavorare.  “Vado al negozio tutti i giorni, faccio le foto per mantenere attive le pagine social, più che altro per non perdere il contatto con le clienti, per il resto sono ferma”.

Gabriella bozza

(Gabriella Bozza)

“Questo era il periodo dei regali, la confezione curata, la chiacchiera, si parlava dei progetti per le feste. Stiamo vivendo un isolamento pazzesco  che fa male non solo al portafoglio ma annienta psicologicamente”. 

“Che vogliamo dire? Che posiamo aggiungere? Ovviamente considerando che siamo chiusi a dicembre il mese più ‘ricco’ e importante dell’anno con una pandemia di mezzo, di fatto mancano i 3 punti base dell’acquisto: la necessità, la possibilità di farlo e la motivazione. Aspettiamo e speriamo non so davvero cosa dire”, conclude.

Luci e vetrine natalizie anche nel ristorante Connubio di Luca Totani e Erika Gianfelice che cercano nell’atmosfera natalizia una sorta di scaccia pensieri.

luca totani

(Luca, Erika e il fedele Riccardo Ciuffetelli)

“La situazione è paradossale – dicono – non si capisce perchè noi dobbiamo stare chiusi magari avendo un lavoro di controllo. Non è solo una questione di guadagno, così si rischia di impazzire”.

“La gente gira, anche per motivi non proprio necessari, è una zona rossa quasi ‘ridicola’ però, noi ristoratori, insieme alle estetiste ai commercianti in genere, siamo stati quelli più penalizzati di tutti. Come andrà sotto le feste? Inutile sperare qualcosa… Stiamo pensando a un eventuale menù d’asporto, ma noi vogliamo tornare a lavorare, abbiamo la responsabilità morale della nostra brigata, ragazzi giovanissimi a casa con una cassa integrazione che pare arriverà non prima di fine gennaio”. 

“Il governo, le istituzioni hanno una grossa responsabilità: se blocchi un’azienda, perchè anche un ristorante è una piccola azienda, blocchi tutta la filiera, noi non possiamo pagare gli stipendi, non possiamo comprare dai fornitori. Si crea un bagno di sangue, si scava una voragine, entrambi difficili da curare, riempire e sanare”, concludono.