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Edoardo Micati, gli antichi segreti d’Abruzzo svelati da un grande ricercatore

Edoardo Micati: "Non parliamo solo di transumanza, ma anche di monticazione". L'intervista al noto ricercatore pescarese. Vicina l'uscita del suo prossimo libro, “Pastori, riflessioni sulla cultura pastorale”.

Anche una pietra può raccontare una lunga storia. Anche i sassi bianchi d’Abruzzo possono parlare e raccontare le dinamiche, gli usi e costumi che hanno portato alla civiltà odierna. “I siti dell’uomo sulle montagne d’Abruzzo” e non solo, non hanno segreti per il ricercatore Edoardo Micati che, da oltre 40 anni, si dedica all’attività di ricerca, di studio e di consulenza storico culturale con all’attivo oltre 200 pubblicazioni.

Nato a Pescara nel 1943, Micati è socio della Deputazione Abruzzese di Storia Patria dal 1986, è collaboratore del “Museo delle Genti d’Abruzzo” di Pescara, dell’École Française di Roma, dell’Ente Parco Nazionale della Majella, del Museo Etnografico di Cerqueto (in provincia di Teramo), è referente regionale della Associazione Italiana Amici dei Mulini Storici. È stato incaricato dalla Giunta Regionale d’Abruzzo per il censimento delle capanne in pietra a secco. È stato docente in numerosi corsi, fra cui ricordiamo quelli inerenti la formazione per gli operatori turistici organizzata dalla Regione Abruzzo, per il restauro di capanne e muri a secco, per il corso nazionale Operatori Naturalistici del C.A.I, per la Summer School del “Museo degli usi e costumi della Gente Trentina” di S. Michele all’Adige (Trento), per il corso Accompagnatori di Media Montagna.

È maestro nazionale di Sci Alpino dal 1973 (specializzazione in organizzazione gare e tracciatura percorsi) ed istruttore di Sci Alpinismo dal 1979, nonché collaudatore di piste di sci per la Regione Abruzzo. Prestigiosi premi e riconoscimenti gli sono stati attribuiti per la minuziosa opera di ricerca fra cui il Premio Nazionale di Letteratura Naturalistica “Parco Majella” nel 2013, il Premio Speciale “Hombres” nel 2014, il Premio dell’Editoria Abruzzese nel 2017, un attestato di merito per la ricerca dal Comitato Scientifico Centrale del C.A.I nel 2018, il Premio Letterario Nazionale Luigi d’Amico nel 2019 ed è socio Onorario della sezione CAI di Fara S. Martino per il contributo umano, storico e culturale ricevuto.

edoardo micati

Abbiamo intervistato il professor Micati in occasione dell’imminente uscita del suo prossimo libro, dal titolo “Pastori, riflessioni sulla cultura pastorale” (Carsa Editrice). Un libro che non parlerà soltanto dell’Abruzzo, della transumanza e della sua particolarità geografica ma anche del Nord.

Transumanza, la partenza da Collemaggio lungo l’antico Tratturo Magno

Lei ha ricevuto, nel 1993, il 1° Premio Europeo del C.E.R.A.V. (Centre d’études et de recherches sur l’architecture vernaculaire) di Parigi per il contributo alla conoscenza dell’architettura in pietra a secco dell’area mediterranea. Ci può dire come è nata la passione per questo tipo di ricerca e come ha affrontato ogni volta la sfida della novità?

La parola giusta è proprio novità. Intorno agli anni sessanta studiavo a Bologna e poi tornavo in Abruzzo e giravo per i paesi. Ho sempre frequentato la montagna e vedevo delle piccole capanne di pietra con i loro ingressi scuri che mi incuriosivano. Mi chiedevo per quale motivo fossero state costruite. Recandomi in biblioteca, in genere, non trovano assolutamente nulla e la cosa era molto strana. Alcuni autori riferendosi alle capanne a falsa cupola le consideravano pastorali ma sbagliavano: erano tutte capanne agricole. Altri, menzionavano i luoghi di culto dei Sette Fratelli Santi Eremiti, ma pochi in effetti avevano la cognizione di cosa fosse un eremo. Gli scritti si fermavano alla superficialità. Così iniziai a fare ricerche proprio dalle capanne, come libero ricercatore. Quindi la cosa principale che mi ha spinto è stata la curiosità, il desiderio di sapere e di fare qualcosa in più. Ad esempio nella Majella ci sono 52 luoghi di culto, ma molti di questi per la popolazione erano delle semplici grotte. Altri prima di me non andarono a fondo nella conoscenza e io, non trovando risposte adeguate, ho voluto approfondire. Quindi ho voluto conoscere più a fondo le cose che vedevo.

Le è stato direttore scientifico del Progetto P.I.M. “Interventi per la conservazione degli eremi e delle testimonianze storico-archeologiche diffuse”, redatto nell’ambito del progetto strategico regionale Parchi Naturali-L.R. 10/93. Può dire quali sono le fasi salienti di un ritrovamento e della successiva conservazione?

Il progetto è durato circa due anni ed è stato svolto insieme all’Archeoclub, alla Forestale e alla Regione. Abbiamo restaurato delle capanne da me indicate e alcune grotte pastorali della monticazione, fenomeno ben più antico della transumanza ed ormai scomparso dopo circa 3-4000 anni. Non bisogna parlare solo di transumanza, ma anche di monticazione o di alpeggio. In molti periodi storici vi sono stati molti più pastori stanziali che transumanti. Abbiamo restaurato grotte, capanne ed eremi ed è stato un lavoro abbastanza faticoso.

 

edoardo micati

Edoardo Micati ha partecipato in qualità di esperto alla realizzazione di molti video per vari programmi andati in onda sulle varie emittenti RAI e altre televisioni nazionali, in cui vengono riportati dati, elementi e la storia di molti siti, ricordiamo “La valle degli eremi” di Olivella Foresta per Geo andato in onda su RAI 3 nel 1992, “Majella la montagna dello spirito” con Licia Colò per Geo (RAI 3), “Majella eremi nella neve” con Tullio Bernabei per Rete 4, “L’uomo degli eremi” di Stefano Ardito per Geo&Geo (RAI 3). Ricordiamo ancora alcune consulenze per “RAI Storia”, “RAI-Linea Verde”, “RAI-Sereno Variabile”.

Fra le sue tante ricerche vi è anche una ricerca sui “Mulini ad acqua della Majella” del 2020.

Spesso per la ricerca sui mulini ad acqua si considera come area di indagine un bacino fluviale, dalle sorgenti fino al mare. Ma cosa lega un mulino di montagna a 1000 metri di altezza con un mulino vicino al mare? Ho fatto così una ricerca basandomi sui paesi pedemontani e limitrofi della Majella, rilevando che vi era un conflitto per accaparrarsi la stessa acqua fra i mugnai e fra i paesi per gestire la macinazione del grano. La ricerca si è basata su fonti di archivio e andando direttamente sui luoghi. Ci sono voluti ben diciassette anni di ricerche e di lavoro. Molto lavoro d’archivio, come detto, come ad esempio nel Catasto Napoleonico. Bisogna anche ricordare la difficoltà della ricerca sul campo, in quanto è rimasto ben poco di quei mulini posti in prossimità dei corsi d’acqua, poiché molti di essi si trovavano in zone soggette ad improvvise piene.

Ritorniamo alle immagini… lei ha girato un video anche con l’aiuto di un professore di fisica, nonché storico del doppiaggio italiano e pescarese doc come lei, il professor Gerardo Di Cola. Sappiamo che Di Cola è appassionato di riprese e di documentazione visiva (come da precedente intervista; ndr). Ci parla di questo documentario?

Custodisco una foto in cui mi trovo davanti ad una capanna ricoperta di neve. Quella è la mia capanna! L’ho costruita interamente io e ho voluto girare un video della sua realizzazione. Dopo 20 anni di ricerca ho voluto capire quali fossero le difficoltà oggettive che un contadino incontrava per realizzarne una. Ho impiegato circa un anno per costruirla e qualche volta sono stato aiutato anche da altri amici, dato che è costituita da 60 tonnellate di pietre! Il proprietario del terreno mi ha concesso di erigerla e la capanna esiste ancora. Gerardo Di Cola ha collaborato con la sua telecamera a filmare alcune fasi della costruzione nelle diverse stagioni. Ho poi costruito altre capanne ex novo, come a Capracotta, a Cerqueto, a Lama de’ Peligni e ne ho restaurate almeno un centinaio.

Lei ha collaborato a numerose riviste italiane ed estere, fra le quali ricordiamo: D’Abruzzo, Abruzzo Beni Culturali, Panorami, Monti e Boschi, L’Architecture Vernaculaire (Francia), Piedras con Raices (Spagna), De Rerum Natura, L’eco di S. Gabriele, Ambiente e/è Vita, Nuovi Orizzonti, Abruzzo (Istituto di studi abruzzesi), Bioarchitettura, MU6. Ha inoltre collaborato alla realizzazione di numerosi volumi in Italia e in Francia. Mi racconta di questo stretto legame fra lei e la Francia?

Il mio rapporto con la Francia deriva dalla conoscenza fatta ad un convegno internazionale con Christian Lassure, sicuramente uno dei maggiori esperti mondiali di architettura in pietra a secco. Ho iniziato pertanto a collaborare alla rivista CERAV (Centre d’études et de recherches sur l’architecture vernaculaire) di Parigi. Il rapporto di collaborazione e di amicizia dura ancor oggi.

Ha partecipato a convegni nazionali ed internazionali e tiene conferenze per i Centri di Servizi Culturali della Regione Abruzzo, per il CNR, per il CAI e per numerose associazioni ambientaliste su tutto il territorio nazionale, su molti argomenti fra cui gli eremi e luoghi di culto rupestri, l’architettura in pietra a secco, le grotte pastorali della Majella, le incisioni pastorali sulle rocce della majella, i mulini ad acqua, i siti pastorali, i segni dell’uomo sulle montagne d’Abruzzo, la montagna e il sacro, il paesaggio agro-pastorale. Mi incuriosiscono le incisioni pastorali sulle rocce della Majella.

Per chi abbia sentito parlare o conoscesse l’incisione della Tavola dei Briganti posso dire che questa località con i briganti non c’entra nulla. Nella Majella le incisioni sono solo pastorali. La ricerca è stata talvolta difficile a causa della folta vegetazione. Ho ritrovato molte incisioni, alcune addirittura risalenti al 1600 ed altre anche in latino, evidentemente, queste ultime furono scritte da clerici che salivano a controllare le pecore del monastero. Oltre alle date, ai paesi di provenienza, ho trovato anche molti disegni come ad esempio un’aquila bicipite su un cane pastore, delle piccole barche a vela; molte frasi come “maledetto luogo, maledetto luogo” oppure “se me la salvo quest’anno mai più”. Queste incisioni esistono quasi esclusivamente sulla Majella e si trovano raramente sulle altre montagne. Ci forniscono la dimensione umana di questi pastori, una dimensione non proprio bucolica. Ci parlano della difficoltà e della loro sofferenza. Quasi tutti erano giovani pastori. Inoltre vi sono poi molti luoghi comuni da sfatare. Uno fra tutti da ricordare come esempio il detto “il pastore mangia la pecora caduta dal dirupo o azzoppata” che non corrispondeva a verità. La pecora azzoppata veniva consegnata al massaro, il quale decideva cosa farne. Il pastore mangiava la carne due o tre volte l’anno. Della difficile condizione dei pastori ne parla anche il noto antropologo Alfredo Maria Di Nola. Il mio prossimo libro “Pastori, riflessioni sulla cultura pastorale” nasce anche per sfatare i luoghi comuni, poiché ce ne sono tanti e sono assolutamente falsi. Voglio ricordare inoltre che le capanne pastorali non sono a falsa cupola, ma sono quadrate e ricoperte di legno e che il fenomeno della transumanza non esiste dappertutto: in moltissime zone definiscono transumanza anche un breve trasferimento di animali che dura una sola giornata.

Fra gli scritti di Edoardo Micati ne citiamo alcuni di più recente pubblicazione:
‘La Montagna e il Sacro. Riti e paesaggi religiosi in Abruzzo’ (Carsa Ed., Pescara 2018), ‘La valle delle vigne. Grotte e casini di una economia scomparsa’ (Arte della Stampa, Pescara 2018), ‘Il diario della capanna e alcune divagazioni’ (Pescara 2019), ‘Grotte, eremi e capanne. L’eredità di antiche economie’, in Abruzzo una regione in cammino fra memoria e futuro (Carsa Edizioni, Pescara 2019, pp. 64-77), “Gli eremi e Celestino V’ in Maiella montagna Madre (Carsa Edizioni 2021, pp. 56-69), ‘Pietre, pastori e briganti’, in Maiella montagna Madre (Carsa Edizioni 2021, pp. 70-81), ‘Eremi d’Abruzzo. Guida ai luoghi di culto rupestri’ (Carsa Edizioni 2021).

Mi piacerebbe sapere qualcosa di più delle sue ricerche e teorie nel libro “Gli eremi e Celestino V”.

La mia idea è la seguente: secondo me Pietro da Morrone ha frequentato diversi luoghi dove avrebbe potuto instaurare successivamente delle comunità celestine. Quindi aveva in mente un progetto molto, molto preciso. Al contrario di un Beato Placido da Roio che scelse una guglia rocciosa come sua cella eremitica e il Beato Bonanno, che invece scese in una dolina (La fossa di Spitino) e di altri eremiti che si erano davvero ‘nascosti’ in luoghi impensabili, Pietro da Morrone (il futuro papa Celestino V) non si è nascosto interamente in luoghi del tutto isolati. Si lagnava spesso dell’arrivo dei pellegrini e dei fedeli che lo rintracciavano, ma lui era in luoghi facilmente raggiungibili: come la Madonna dell’Altare nella Valle dell’Aventino o S. Spirito a Majella presso Roccamorice. Intendo dire che non aveva scelto luoghi davvero isolati e difficili da raggiungere.

Vuole dare un consiglio ai visitatori e ai turisti che vogliano visitare i vari eremi d’Abruzzo?

Per approfondire la conoscenza di questi luoghi, consiglierei di visitarne uno o due alla volta. Ad esempio l’eremo di Santo Spirito è enorme, bisognerebbe visitarlo con calma per scoprirne ogni angolo. Per visitare San Bartolomeo ci si dovrebbe impiegare almeno metà giornata. Insomma non deve essere un percorso da fare con superficialità, ma bisogna andare a fondo e dedicargli il giusto tempo.