Emma Bonino, ogni volta che una donna non rischia la vita c’è un pezzo di lei
Dalla difesa del divorzio nel ’74, all’arresto per aborto nel ’75, così Emma Bonino trasformò un reato in un diritto alla vita e portò il Paese fuori dalla clandestinità.
Per “colpa” sua, o grazie a lei, oggi se una donna può scegliere di interrompere una gravidanza non rischia la vita o se decide di lasciare il proprio uomo, non rischia la galera. Emma Bonino è la firma a un pezzo di storia che non si può e non si deve dimenticare.
Emma Bonino è morta a Roma a 78 anni . Era stata ricoverata all’ospedale Santo Spirito il 7 settembre. Nelle stesse ore in cui le agenzie battevano la notizia, su Facebook e Instagram già giravano decine di vignette che la ritraevano come un diavolo, legando il suo viso, ai volti dei bambini mai nati. Sbeffeggiare una donna appena morta è facile. Quello che ha fatto lei, nel 1975, lo era molto meno.
Per capire l’essenza di una donna che ha sempre saputo da che parte stare bisogna partire da lì, non dall’europarlamento o dai ministeri, ma dal metodo radicale che voleva dire violare apertamente la legge che vuoi cambiare, autodenunciarsi, farsi arrestare.
Il primo banco di prova è stato il divorzio. Emma Bonino entrò nel Partito Radicale di Marco Pannella a metà anni ’70 e si spese in prima linea per la difesa della legge sul divorzio in occasione del referendum del 1974. La legge era del 1970, voluta da socialisti, comunisti e laici. Il referendum voluto da cattolici e Dc voleva abrogarla. I radicali non avevano ancora deputati, avevano solo megafoni e banchettie, soprattutto, tanto entusiasmo. Il No vinse con il 59,3%. Lì lei e le donne come lei impararono che i diritti in Italia non si difendevano solo in Parlamento.
L’anno prima, nel 1973, aveva fondato con Adele Faccio il CISA, Centro Informazione per la Sterilizzazione e l’Aborto. Era un piccolo ufficio a Milano dove si dava quello che lo Stato non era capace di dare, ovvero informazioni su contraccezione e aborto clandestino.
Il salto arrivò nel 1975. A Firenze aprì un ambulatorio dove si praticano interruzioni di gravidanza. Poi fece una cosa che oggi suona folle, si autodenunciò. Venne arrestata per procurato aborto. Aveva 27 anni quando decise di mettere il proprio corpo e la propria libertà al centro di una battaglia politica destinata a cambiare l’Italia. Quell’arresto non fu un gesto simbolico. Fu una strategia. L’obiettivo era portare alla luce la realtà dell’aborto clandestino, costringere i giornali a parlarne, le procure a processare, l’opinione pubblica a schierarsi. Quell’arresto e lo scalpore mediatico che ne seguì scossero profondamente la coscienza civile del Paese, accelerando l’iter legislativo che avrebbe portato alla Legge 194 del 1978. E mentre “il monello”, come la chiamava Sandro Pertini finiva in cella per l’ambulatorio di Firenze, Gianna Nannini incideva “Morta per autoprocurato aborto“ .
Poi vennero le battaglie che i necrologi dimenticano. Seveso, 1976. Dopo la nube di diossina, Bonino si battè per consentire l’aborto terapeutico alle donne esposte. E ancora nel 1981, quando la 194 viene attaccata da due referendum abrogazionisti e lei era in prima fila per difenderla e per chiederne l’ampliamento.
Lei non rivendicava solo l’autonomia. Rivendicava il diritto di non morire. Prima della 194 c’erano il prezzemolo, la candeggina, le mammane. C’era la galera.
E oggi ogni volta che in Italia una donna decide del proprio corpo in un ospedale pubblico, senza rischiare la vita o la galera, c’è un pezzo di lei. E se quelle libertà oggi ci sembrano normali, è perché quando normali non erano, qualcuno ebbe il coraggio di farsi arrestare per conquistarle. Sbeffeggiarla con una vignetta non cancella il suo operato, nè lo sminuisce. Dice solo da che parte si sta.



