Nirmal Purja, l’uomo che rese possibile l’impossibile
Nirmal Purja è morto sul Broad Peak travolto da una valanga: il ritratto dell’alpinista nepalese che ha riscritto la storia degli ottomila.
Ci sono alpinisti che conquistano montagne. E poi ci sono uomini che cambiano per sempre il modo in cui il mondo guarda quelle montagne. Nirmal “Nims” Purja apparteneva a questa seconda categoria.
Il suo nome resterà per sempre legato a un’impresa che fino a pochi anni fa sembrava irrealizzabile: la conquista di tutti i quattordici ottomila della Terra in appena sei mesi e sei giorni. Un record destinato a riscrivere la storia dell’alpinismo e a trasformare un ex soldato delle forze speciali nepalesi e britanniche in una delle figure più iconiche dell’esplorazione contemporanea. Il destino, tuttavia, ha voluto che fosse proprio una delle montagne che aveva imparato a conoscere meglio a spegnere la sua vita.
Il 30 luglio 2026 Purja stava guidando una spedizione internazionale sul Broad Peak (8.047 metri), nel Karakorum pakistano, quando una violenta valanga ha investito il gruppo tra il Campo 2 e il Campo 3, a circa 6.600 metri di quota. Dieci alpinisti sono stati travolti dalla massa di neve e ghiaccio. Le condizioni meteorologiche estreme hanno impedito un intervento immediato dei soccorritori, costretti a interrompere e riprendere più volte le ricerche. Solo dopo giorni di operazioni, l’Alpine Club of Pakistan ha confermato il ritrovamento del corpo di Purja e quello degli altri membri della spedizione, sancendo una delle più gravi tragedie alpinistiche degli ultimi anni.
La sua scomparsa ha scosso profondamente l’intera comunità dell’alpinismo mondiale. Non perché fosse semplicemente uno dei più forti, ma perché aveva dimostrato come fosse possibile ridefinire i limiti dell’uomo.
Nato il 25 luglio 1983 nel piccolo villaggio di Dana, in Nepal, da una famiglia dalle condizioni economiche modeste, Purja sembrava destinato a una vita lunga e segnata da grandi imprese. Da bambino dovette persino convivere con problemi di salute, ma la sua determinazione lo portò prima nell’esercito britannico come Gurkha e successivamente nello Special Boat Service (SBS), diventando il primo Gurkha ad accedere a una delle unità speciali più selettive al mondo.
L’alpinismo arrivò relativamente tardi. Soltanto nel 2012 iniziò a frequentare seriamente l’alta quota, ma la sua progressione fu impressionante. Nel 2014 raggiunse il suo primo ottomila, l’Annapurna, e appena pochi anni dopo era già considerato uno dei migliori alpinisti himalayani della sua generazione.

Nel 2019 annunciò il progetto che lo avrebbe consegnato alla storia: “Project Possible”. L’obiettivo era tanto semplice da enunciare quanto folle da realizzare: salire tutte le quattordici montagne oltre gli ottomila metri in meno di sette mesi. Per finanziare la spedizione arrivò persino a ipotecare la propria casa.
Dal 23 aprile al 29 ottobre completò l’intero progetto in soli 189 giorni, sei mesi e sei giorni. Scalò, nell’ordine, Annapurna, Dhaulagiri, Kangchenjunga, Everest, Lhotse, Makalu, Nanga Parbat, Gasherbrum I, Gasherbrum II, K2, Broad Peak, Cho Oyu, Manaslu e Shishapangma, demolendo il precedente record mondiale, che richiedeva quasi otto anni.
Se quella fu l’impresa che lo rese celebre al grande pubblico, molti esperti ritengono ancora più significativa la spedizione del gennaio 2021, quando guidò una squadra composta esclusivamente da alpinisti nepalesi nella prima ascensione invernale del K2, l’ultimo ottomila ancora inviolato durante la stagione più estrema. I componenti della spedizione decisero di fermarsi pochi metri sotto la vetta per raggiungerla insieme, cantando l’inno nazionale del Nepal: un gesto simbolico con cui Purja volle restituire il giusto riconoscimento agli alpinisti nepalesi, per troppo tempo rimasti nell’ombra delle grandi spedizioni occidentali.
Negli anni successivi continuò a collezionare record, molte ascensioni senza ossigeno supplementare e spedizioni ad altissimo livello tecnico. Nell’estate del 2026 era impegnato in un nuovo ambizioso progetto, volto a completare per la terza volta la salita di tutti i quattordici ottomila, quando il Broad Peak ha interrotto il suo cammino.
La sua eredità, tuttavia, va ben oltre i numeri. Purja ha trasformato il concetto stesso di limite. Ha dimostrato che preparazione, disciplina, organizzazione e fiducia nelle proprie capacità possono spostare confini ritenuti invalicabili. Ma soprattutto ha contribuito a cambiare la percezione degli alpinisti nepalesi, non più semplici accompagnatori delle grandi spedizioni, bensì protagonisti assoluti dell’alpinismo mondiale.
La frase che più di ogni altra sintetizza il suo modo di vivere era anche il motto della sua impresa più famosa: “When you think it’s impossible, make it possible.” Oggi quelle parole assumono un significato ancora più profondo. Perché Nirmal Purja non ha soltanto conquistato montagne. Ha dimostrato che l’impossibile, a volte, esiste soltanto fino a quando qualcuno trova il coraggio di affrontarlo.






