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Ceuta, quando il confine diventa un messaggio geopolitico

La crisi di Ceuta e le implicazioni geopolitiche. L’analisi del professor Angelo Turco.

L’analisi del professor Angelo Turco* sulla crisi di Ceuta: “Una vera operazione di geopolitica”.

La crisi di Ceuta non è stata soltanto un’emergenza migratoria. È stata una dimostrazione di forza geopolitica. Nel giro di poche ore, una frontiera esterna dell’Unione Europea è stata trasformata in uno strumento di pressione politica, diplomatica e simbolica. Chi continua a leggere questo episodio esclusivamente con le categorie dell’immigrazione rischia di perdere il punto essenziale: a Ceuta è andata in scena una vera operazione di geopolitica, nella quale i migranti sono diventati, loro malgrado, il vettore di un messaggio rivolto all’Europa.

1. Che cosa è successo a Ceuta
Tra il 30 e il 31 luglio, la città autonoma spagnola di Ceuta, enclave europea sulla costa africana, è stata investita da un’ondata migratoria senza precedenti. Nell’arco di circa ventiquattro ore, fra 40.000 e 60.000 persone hanno attraversato il confine con il Marocco, superando o aggirando le recinzioni di frontiera, spesso entrando in mare e raggiungendo a nuoto il territorio spagnolo. Una parte consistente dei migranti era costituita da giovani marocchini, ma erano presenti anche cittadini di altri Paesi africani, donne e minori. Il bilancio umano è stato drammatico, con decine di morti durante i tentativi di attraversamento.
La capacità amministrativa di Ceuta è stata rapidamente travolta. Le strutture di accoglienza sono collassate, la città si è trovata improvvisamente ad affrontare un numero di persone pari a gran parte della propria popolazione residente e il governo spagnolo ha inviato rinforzi di polizia e forze armate per ristabilire il controllo del confine. Nel giro di poche ore sono iniziate anche le operazioni di rimpatrio, favorite dal fatto che migliaia di migranti hanno fatto spontaneamente ritorno in Marocco dopo aver constatato l’impossibilità di proseguire verso la penisola iberica.
Madrid attribuisce l’origine immediata della crisi sia alla diffusione, attraverso i social network e le reti dei trafficanti, dell’idea che una recente decisione della Corte Suprema spagnola rendesse più difficile il respingimento immediato dei migranti arrivati via mare, sia all’azione delle organizzazioni criminali. Tuttavia, la dimensione e la rapidità dell’evento rendono difficile immaginare che una mobilitazione di tale portata sia potuta avvenire senza almeno una temporanea riduzione dei controlli da parte delle autorità marocchine.

Ceuta

2. Il messaggio del Marocco
Il segnale lanciato da Rabat appare piuttosto chiaro. Il Marocco ha ricordato all’Europa che il controllo dei flussi migratori costituisce oggi uno dei principali strumenti del proprio peso geopolitico. Chi controlla la sponda sud del Mediterraneo controlla, in larga misura, anche la pressione esercitabile sulla sponda nord.
Il destinatario immediato era la Spagna, ma il vero interlocutore era Bruxelles. Il messaggio può essere sintetizzato così: la cooperazione marocchina nella gestione delle frontiere non è gratuita né automatica; essa dipende dalla qualità delle relazioni politiche, economiche e diplomatiche con il Regno. In altri termini, il controllo migratorio viene presentato come una risorsa strategica negoziabile.

3. La risposta della Spagna
Dal punto di vista operativo, Madrid ha reagito con rapidità, dispiegando forze di sicurezza, organizzando il contenimento dell’emergenza e avviando immediatamente le procedure di rimpatrio. Sul piano tecnico, dunque, la risposta è stata relativamente efficace nel limitare l’espansione della crisi.
Più delicata è la valutazione politica. Pedro Sánchez intrattiene relazioni cooperative con l’Algeria, che è sostenitrice del Sahara indipendente contro la pretesa annessionistica di Rabat. Ha riconosciuto lo Stato di palestina. E’ un fermo oppositore delle politiche genocidarie di Israele, manda in bestia Trump. Insomma, uno che se non ci fosse sarebbe meglio per questo mondo Maga e dintorni.
Sanchez ha denunciato apertamente un attacco all’integrità territoriale della Spagna, evitando però di trasformare immediatamente la crisi in uno scontro frontale con il Marocco. È una scelta comprensibile: Madrid sa che, senza la collaborazione di Rabat, nessuna politica di controllo delle frontiere occidentali dell’Unione Europea può realmente funzionare. La fermezza, quindi, è stata accompagnata dalla prudenza diplomatica.

Ceuta

4. La reazione europea e internazionale
L’Unione Europea ha reagito con notevole compattezza. Ursula von der Leyen, il Commissario europeo Magnus Brunner e numerosi governi hanno espresso pieno sostegno alla Spagna, ribadendo che Ceuta rappresenta una frontiera esterna dell’intera Unione e non soltanto della Spagna. Parallelamente è stata riaffermata la necessità di accelerare i rimpatri e di mantenere la cooperazione con il Marocco, evitando però una rottura diplomatica.
Al tempo stesso, diversi governi europei hanno colto l’occasione per rilanciare il dibattito sul nuovo Patto europeo per la migrazione e l’asilo e sul rafforzamento delle frontiere esterne. La crisi di Ceuta dimostra infatti che le migrazioni non sono più soltanto una questione umanitaria o demografica: sono ormai una leva geopolitica utilizzata dagli Stati nelle loro relazioni internazionali.
A livello mondiale, l’episodio è stato osservato con attenzione anche perché rappresenta un precedente potenzialmente replicabile in altri contesti, dove i flussi migratori possono essere impiegati come strumenti di pressione politica.

5. L’Italia: una reazione scomposta
La reazione delle destre europee era prevedibile nel suo rozzo semplicismo: la colpa di quanto accaduto è del lassismo migratorio spagnolo. Bardella, in Francia, ha dato prova ennesima che esser giovani non salva ahimé dalla piattezza intellettuale.
La reazione italiana è tra le più scomposte. Il ministro degli esteri Tajani, che si considera un esponente “moderato” all’interno della coalizione di governo, dichiara di valutare se non sia il caso di valutare la sospensione del trattato di Shengen nei confronti della Spagna. La reazione spagnola non si fa attendere, con la convocazione del nostro ambasciatore a Madrid. E insomma, ancora una volta il dibattito pubblico si è rapidamente polarizzato tra opposte tifoserie ideologiche: da un lato la denuncia dell’invasione, dall’altro la rivendicazione esclusiva dell’emergenza umanitaria. Entrambe le letture colgono aspetti reali, ma entrambe mancano il cuore del problema.
Ceuta dimostra infatti che la migrazione contemporanea è sempre più una questione di geopolitica. Ridurla esclusivamente a problema umanitario significa ignorare le strategie degli Stati. Ridurla soltanto a problema di sicurezza significa ignorare la condizione delle persone coinvolte. La politica italiana continua invece a oscillare fra questi due estremi, senza riuscire a sviluppare una vera lettura strategica del Mediterraneo come spazio geopolitico unitario. È forse questa, più ancora della crisi di Ceuta, la notizia che dovrebbe preoccuparci.

PS. – Anche di questa crisi si capisce poco se interpretata solo in termini di geopolitica fattuale e non anche, a titolo pieno e non accessorio, di geopolitica mediale. Il mio libro “GEOPOLITICA MEDIALE. UN MANUALE”, incentrato sulle teorie e sulle metodologie di questi nuovi approcci disciplinari, sempre più indispensabili, uscirà nel prossimo autunno presso le Edizioni Unicopli.

Ceuta

* Angelo Turco, geografo, è Presidente della Fondazione Università IULM. È stato Pro-Rettore Vicario, Pro-Rettore con delega alla Didattica e alla Ricerca dal 2015 al 2017, e Preside della Facoltà di Arti, turismo e mercati, dal 2012 al 2015 presso l’Università IULM. Professore Ordinario dal 1986, ha insegnato nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Milano, nella Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università dell’Aquila. All’estero ha svolto molteplici attività formative (corsi tematici, lezioni, conferenze, seminari, tutorati dottorali) presso Università europee, americane, africane ed è stato visiting professor nelle Università di Paris X, di Pau e di Grenoble (Francia). Fonda nel 1992 l’annale “Terra d’Africa”, che dirige fino alla sua cessazione nel 2010, e nel 2004 il Laboratorio di cartografia CARTOLAB presso l’Università dell’Aquila.