Terremoto in Venezuela, la testimonianza di Victor: “C’è ancora tanta speranza”
Da L’Aquila, città che ha conosciuto il dramma del terremoto, Victor Medina racconta l’angoscia vissuta a distanza per il Venezuela, colpito dal sisma più violento degli ultimi 126 anni. Tra paura, solidarietà e speranza, la testimonianza di chi ha il cuore diviso tra due Paesi.
“La paura è stata tanta, ma la speranza è ancora viva”. Il racconto di Victor Medina, dall’Aquila con il cuore rivolto al Venezuela, il suo Paese d’origine, alle prese con le conseguenze del terremoto più violento registrato negli ultimi 126 anni.
“La nostra famiglia sta bene, ma ha vissuto momenti di terrore. Ci sono stati danni, anche se fortunatamente non ci sono state vittime tra i nostri cari”. Sono le parole commosse di Victor Medina, un giovane di 21 anni, venezuelano residente all’Aquila, dove vive da 4 anni insieme alla sua famiglia. È arrivato che era un adolescente, poco dopo la pandemia, con tanti sogni e la voglia di ricominciare una nuova vita, dopo le difficoltà delle’emergenza sanitaria e lontano da un Paese dove ci sono tanti problemi e tante incertezze. Due le scosse di terremoto che hanno messo in ginocchio il Venezuela, una di magnitudo 7.5, preceduta di 39 secondi da una di 7.2, hanno gettato un Paese, la sua terra, in uno stato di devastazione e morte.
Mentre dall’Italia segue con apprensione le notizie che arrivano dal suo Paese d’origine, Victor mantiene un contatto costante con i parenti rimasti nello Stato di Carabobo, a circa un’ora da Caracas. Fortunatamente lì la situazione è meno complessa, anche se la paura è stata tanta. “Abbiamo un gruppo molto attivo su WhatsApp e Telegram. In questi giorni ci stiamo scrivendo continuamente per sapere come stanno tutti. Per chi ancora non riesce a mettersi in contatto con un familiare, la speranza è ancora accesa”, spiega il giovane ai microfoni del Capoluogo.

Il Venezuela in queste ore sta affrontando una delle peggiori tragedie della sua storia recente. I due violenti terremoti hanno provocato quasi mille vittime e oltre 50 mila dispersi, lasciando dietro di sé una devastazione immensa. La Guaira, sulla costa a pochi chilometri da Caracas, è tra le aree maggiormente colpite: centinaia di edifici sono crollati e migliaia di famiglie hanno perso tutto.
Le squadre di soccorso in questi giorni stanno lottando contro il tempo. I due ospedali principali dello stato sono completamente sopraffatti. C’è una grave carenza di medicinali e forniture mediche. Le strutture sanitarie non hanno la capacità di gestire l’enorme afflusso di persone e molti rimangono intrappolati sotto le macerie. A La Guaira si trova anche l’aeroporto internazionale Simón Bolívar, il principale scalo aereo del Paese, attualmente chiuso a causa dei danni subiti, il che complica l’arrivo degli aiuti internazionali
“Non sappiamo con certezza quante siano davvero le vittime – racconta Victor – perché le informazioni continuano ad aggiornarsi. Quello che sappiamo direttamente è che i nostri familiari hanno avuto tanta paura e che i danni sono stati importanti, ma per fortuna stanno bene”.

Nelle zone più colpite si continua a scavare senza sosta. “Gli aiuti sono arrivati già dal giorno successivo al terremoto e in questi ultimi due giorni stanno aumentando“, spiega ancora Victor, mentre da tutto il mondo stanno raggiungendo il Venezuela squadre specializzate di soccorso accompagnate da cani da ricerca, fondamentali per individuare eventuali superstiti tra le macerie.

Intanto, nelle città devastate, il tempo scorre tra l’attesa e la disperazione. A La Guaira, centinaia di famiglie continuano a sperare in un miracolo. C’è chi aspetta notizie dei propri figli, chi dei genitori, chi di un bambino rimasto intrappolato insieme ai nonni. Molti scavano a mani nude, mentre i mezzi pesanti e i soccorsi internazionali stanno raggiungendo progressivamente le aree più difficili. E poi accadono anche i miracoli: come nel video che mostra un neonato di appena 18 giorni tratto in salvo dalle macerie di un edificio crollato, 32 ore dopo le scosse, insieme alla sua mamma, ferita, ma viva. Le immagini satellitari continuano a mostrare una distruzione impressionante: edifici completamente rasi al suolo, quartieri ridotti in cumuli di macerie, quasi come fossero stati bombardati e decine di migliaia di famiglie coinvolte.

E da L’Aquila, città che conosce bene il dolore e la devastazione provocati dalla furia distruttrice di terremoto, e che Victor sta vivendo nella nuova veste di territorio che, seppur a fatica, sta rifiorendo dopo anni di macerie e silenzio, in queste ore il suo telefono lo tiene sempre in mano. Ogni messaggio ricevuto è un sospiro di sollievo, ogni risposta che tarda ad arrivare alimenta l’angoscia. “Continuiamo a sentirci ogni giorno. E finché non avremo notizie di tutti, continueremo a sperare”. Una speranza che oggi accomuna migliaia di famiglie venezuelane sparse nel mondo, unite dall’attesa di una chiamata, di un messaggio o di una voce che possa confermare ciò che tutti desiderano sentire: “Ciao mamma, ciao papà io sto bene!”






