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Cocaina all’Aquila, caccia alla fabbrica degli spacciatori in Albania

In Albania la regia occulta che mandava “manodopera sempre fresca” per lo spaccio di cocaina sul territorio aquilano e non solo.

Smantellata la rete criminale di tre gruppi distinti di albanesi che rifornivano di cocaina il territorio aquilano, resta aperta la caccia al regista occulto che manovrava dall’Albania i vari sodalizi, fornendo un continuo ricambio di “spacciatori in serie”.

Non è finita la guerra alla cocaina che recentemente ha fatto registrare un punto significativo a favore di Procura Distrettuale Antimafia, Procura e Carabinieri dell’Aquila che hanno smantellato tre diversi gruppi criminali, in massima parte formati da albanesi, che rifornivano di droga il “mercato aquilano”. Ieri si sono svolti gli interrogatori di garanzia per le persone colpite da custodia cautelare in carcere, alla presenza dei rispettivi avvocati, tra cui Mauro Ceci e Francesco Valentini.
In conferenza stampa, bocche cucite da parte di Procura e Carabinieri su eventuali ulteriori sviluppi, ma quello che emerge chiaramente dalle ordinanze di custodia cautelare emesse nei confronti degli indagati, è l’esistenza di una “regia unica albanese” che, dall’estero, gestisce gruppi criminali distinti, proprio come quelli individuati all’Aquila.
Insomma, un “fortino” in Albania da cui parte la rete capillare di spacciatori diretti all’Aquila, ma non solo; nelle stesse indagini abruzzesi sono stati notati “movimenti” anche verso altre regioni italiane (soprattutto Toscana e Lazio). Difficile immaginare quanto sia estesa questa rete e quali e quanti paesi coinvolga, certo è che il modus operandidella regia occulta è stato ben evidenziato dalle indagini che hanno riscontrato la medesima operatività in tutti e tre i gruppi attenzionati. Ma non è solo questione di somiglianze operative.

Uno degli aspetti che caratterizzano infatti il modus operandi dell’organizzazione, è la “fornitura” di una sorta di “manodopera sempre fresca”. I vertici dei tre sodalizi, infatti, non si sporcavano mai le mani per le semplici consegne, affidate invece a giovani pusher. I vertici si occupavano dell’approvvigionamento della cocaina, di coordinare i pusher e – a un livello immediatamente più basso, come nel caso del “Lupo”, identificato per D. T, classe 2001 – a tenere i contatti con i clienti. “Sulla strada”, poi, ci andavano i giovanissimi, in gran parte giunti sul territorio nazionale con un visto turistico dall’Albania. Ed è su questo passaggio che si sono concentrate le indagini. L’ultimo anello della catena, infatti, non era composto da persone che vivevano stabilmente all’Aquila o in Italia, ma da “turisti” della coca. Il motivo è semplice e allo stesso tempo ingegnoso: i pusher venivano messi su auto prese a noleggio (soprattutto a Roma) e mandati dai clienti con piccoli quantitativi di cocaina (stoccati in abitazioni della periferia aquilana e nei paesi limitrofi). Modiche quantità che permettevano agli stessi giovani, perlopiù incensurati, di venire subito rimessi in libertà in caso di controllo delle forze dell’ordine. Una volta rimessi in libertà, i giovani tornavano in Albania e altri prendevano il loro posto. Altre identità, altre auto prese a noleggio, e il “giochino” poteva continuare, rendendo le indagini particolarmente complesse.
Questo però non ha scoraggiato Procura e Carabinieri, che non si sono accontentati di “pizzicare” qua e là i piccoli spacciatori, lasciando la rete operativa. Sono andati a fondo, smantellando tre gruppi criminali distinti. Adesso la sfida è colpire la “regia unica” che opera in Albania. Ma qui cambiano attori e “regole d’ingaggio”, essendo sostanzialmente un’indagine di tipo internazionale. I “nostri” la loro parte l’hanno fatta più che bene. Adesso bisogna attivare anche altri canali, con un “assist” di tutto rispetto a pochi metri dalla linea di porta per distruggere la “fabbrica degli spacciatori” fuori dal territorio nazionale.

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