Minaccia e perseguita dal carcere la ex moglie e la figlia, condannato ad altri 6 anni
Incubo per l’ex moglie e la bambina anche dal carcere: chiesto il Codice rosso. 37enne condannato a 6 anni di reclusione
“Ti ammazzo”, “ho preparato le armi” minacce continue dal carcere di Rebibbia rivolte all’ex compagna e alla figlia minorenne, attivato il Codice Rosso e in meno di quattro mesi il 37enne è stato condannato a 6 ulteriori anni di reclusione.
L’uomo, già detenuto per precedenti episodi persecutori e violenti ai danni dell’ex moglie, avrebbe continuato per mesi a tormentare la donna, riuscendo a procurarsi schede telefoniche all’interno dell’istituto penitenziario di Rebibbia. Telefonate, videochiamate e messaggi carichi di insulti, intimidazioni e minacce di morte che hanno provocato nella vittima, e in sua figlia, una costante sensazione di paura e un progressivo stato di agitazione e angoscia, come emerge dagli atti.
Il procedimento si è concluso ieri, martedì 12 maggio, con rito abbreviato richiesto dalla difesa dell’imputato.
Il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a 4 anni e 4 mesi – tenendo conto dello sconto di pena previsto dal rito – ma il giudice Marco Billi ha inflitto all’uomo una pena complessiva di 6 anni.
La vicenda era esplosa alla fine di gennaio 2026, quando la vittima, esausta e terrorizzata, si era rivolta all’avvocato Alessandro Piccinini per mettere fine alle decine di telefonate che ogni giorno toglievano la serenità alle due vittime e che il suo ex marito faceva dal carcere, con l’obiettivo subdolo di mantenere il controllo sulla vita delle due povere donne.
Telefoni diversi, ma sempre lo stesso tono aggressivo e minacce di morte sempre più violente contro la donna e la loro figlia. L’avvocato Piccinini ha presentato querela con procedura di Codice Rosso.
Soltanto tre giorni dopo la vittima è stata ascoltata dagli inquirenti e la Procura dell’Aquila ha disposto un immediato intervento cautelare ai danni del recidivo.
Secondo quanto ricostruito negli atti giudiziari, le condotte persecutorie andavano avanti da anni. Particolarmente gravi gli episodi contestati, mentre l’imputato era detenuto a Rebibbia per le aggressioni già riscontrate ai danni della donna e della bambina. L’uomo avrebbe contattato ripetutamente l’ex compagna, anche più di dieci volte al giorno, rivolgendole offese e minacce come: “Quando esco vengo a cercarti, sarai morta”, oppure “Prima devi soffrire e poi ti ammazzo”.
In una videochiamata del 16 gennaio 2026 avrebbe detto alla donna: “Ho preparato le armi”, “Ammazzo tutti”, “Ti punto l’automatica in testa”.
Le minacce sarebbero avvenute spesso anche in presenza della figlia minorenne della coppia, che in alcune occasioni avrebbe registrato le conversazioni. Negli atti si parla di “violenza assistita”, con riferimento al trauma subito dalla ragazzina costretta ad assistere alle intimidazioni rivolte alla madre.
Nel decreto di giudizio immediato, il giudice per le indagini preliminari ha ritenuto “evidente la prova”, sulla base di tabulati telefonici, registrazioni audio-video, dichiarazioni della persona offesa e delle persone informate sui fatti.
“Esprimiamo soddisfazione per la risposta immediata della Procura dell’Aquila e, in generale, del Tribunale rispetto ad un caso tanto delicato, ma anche per l’esito del procedimento che ha decretato una condanna pesante ed emblematica nei confronti dell’ex compagno persecutore”, ha commentato il legale della donna, Alessandro Piccinini.






