L’Aquila e il suo territorio sotto i riflettori, “Mai vista così tanta gente”
Il turismo cresce tra L’Aquila e i paesi montani, spinto da grandi eventi e nuove forme di viaggio “lento”.
L’Aquila e il suo territorio stanno cambiando ritmo. Non solo, come nell’ultima settimana, per le celebrazioni legate all’anniversario dell’Esercito Italiano, che pure hanno portato nel cuore della città migliaia di persone, ma per qualcosa di più sottile e duraturo, la sensazione diffusa e condivisa che questo territorio stia vivendo una nuova stagione.
Le piazze piene, i tavolini dei locali occupati fino a sera, le vie del centro storico attraversate da lingue diverse. Non è soltanto l’effetto di uno o più eventi. È un movimento che viene da lontano. le cui basi sono state tracciate anni e che negli ultimi mesi, complice si curamente L’Aquila Capitale italiana della Cultura ha trovato nuova forza. Complice anche un contesto internazionale incerto, con viaggi più complessi da organizzare e costi in aumento, sempre più persone scelgono mete vicine, capaci comunque di offrire molto senza chiedere troppo in termini di spostamenti. E l’Abruzzo interno, da questo punto di vista, sembra rispondere perfettamente a questa domanda. La chiave forse sta nel bisogno a ritornare a una dimensione più umana. Meno frenesia, meno distanza, più autenticità. Lontano dalle rotte più battute, E L’Aquila e il suo hinterland sembrano intercettare perfettamente questo bisogno. Non con effetti speciali, ma con ciò che ha sempre avuto, i paesaggi forti, da cartolina, le identità radicate, una cultura dell’accoglienza che non si improvvisa. Gli eventi portano persone, certo, si sa. Ma è quello che succede dopo, la deviazione verso un piccolo paese, una cena inattesa, una “sbraciata” tra amici, una chiacchierata attorno al fuoco, fanno la differenza.
Le vie del centro storico a L’Aquila, specie nel fine settimana, da tempo sono un continuo fluire di persone, tra soste improvvisate, vetrine osservate con calma, gelati consumati con lentezza, posti come Piazza Duomo tornati a essere luoghi di incontro, dove i bambini arrivano con un pallone e cominciano a giocare, così, come “si faceva ‘na ote”, con la piazza che riacquista il suo ruolo centrale di agorà.Un movimento che si è tradotto anche in lavoro per le attività. Lungo Corso Vittorio Emanuele II, Piergiorgio La Chioma, titolare del Bar Ariston, racconta giornate intense, frenetiche, senza pause, ma allegre. “Si sta lavorando bene“, spiega sentito dal Capoluogo, “con un flusso costante dall’inizio alla sera. Eppure, con più tavoli a disposizione, si sarebbe potuto fare ancora di più. Ma è difficile lamentarsi, è un peccato farlo, il fermento è stato evidente, il movimento abbondante, e l’indotto concreto. C’è un dato che colpisce più di altri: molte persone sono arrivate da fuori proprio per l’evento legato all’Esercito. Non un passaggio casuale, ma una scelta precisa. Segno che manifestazioni di questo tipo, oggi, hanno la forza di diventare destinazione“.
Una percezione condivisa anche dai ristoratori. “Le strade erano piene, attraversate da un flusso continuo e variegato, famiglie, gruppi organizzati, motociclisti, ciclisti. Un pubblico ampio, eterogeneo, difficile da intercettare tutto insieme. Eppure è quello che è successo. Nei locali si è lavorato senza sosta. Magari L’Aquila fosse così fino a fine anno“, racconta Fabrizio Ciotti, titolare della trattoria Braci e Abbacchi, in via Garibaldi. “È stato strapieno di gente, non ho mai visto una cosa del genere. Ho lavorato questo weekend come se fossimo nel pieno della Perdonanza Celestiniana“. E aggiunge un elemento che fotografa bene il senso di queste giornate: quella dell’Esercito “è stata una delle manifestazioni più belle, capace di intercettare un target ampissimo“.

“Abbiamo lavorato tantissimo“, racconta Luca Totani, titolare del ristorante Connubio, uno dei pionieri del ritorno del centro storico quando era ancora avvolto dalle impalcature della ricostruzione e segnato dai cantieri del tunnel dei sottoservizi. “Certo, c’erano anche alcune cerimonie già programmate, ma il vero segnale arriva da altro. Tanti clienti venuti da fuori, molti dei quali erano già stati qui e sono tornati. E ogni volta restano entusiasti. Trovano questa città meravigliosa“. È forse questo il dato più interessante, “Non solo nuovi flussi, ma ritorni. Persone che scelgono di tornare, che riconoscono nel cambiamento della città qualcosa di autentico“.
Nel racconto di questa nuova stagione che sta vivendo L’Aquila, si inserisce perfettamente anche la testimonianza di chi la città la vive ogni giorno, dietro un bancone, a contatto diretto con residenti e visitatori. È il caso di Luca Ciuffetelli, storico commerciante del centro e titolare del Bar del Corso sotto i portici, volto noto e punto di riferimento per tanti aquilani, soprattutto nei momenti più difficili, dal post sisma all’emergenza sanitaria. Il suo sguardo è concreto, ma carico di fiducia. Commentando l’evento legato all’anniversario dell’Esercito Italiano, Ciuffetelli lo definisce senza esitazioni “il migliore degli ultimi periodi”, sottolineando il grande richiamo di pubblico arrivato da tutta Italia: “chi per curiosità, chi per raggiungere parenti militari, chi ex militare, chi era stato qui a dare un aiuto in occasione del sisma.Peccato il freddo e la pioggia di questo ultimo giorno che ha fatto desistere molti a venire, comunque 5 giorni, per presenze e incassi, paragonabili agli afflussi della Perdonanza, ma con un minor dispendio di energie da parte degli operatori, proprio dovuto al fatto della grande empatia di queste persone, affabili, gentili e cortesi con tutti“. Un afflusso che non è stato solo simbolico, ma anche tangibile per l’economia cittadina, “Hanno lasciato bei soldi alla città e, quando vengono da fuori, sono soldi benedetti“, osserva, mettendo in contrapposizione eventi di questo tipo con “i vari mercati o street food travestiti da mercati, che portano via soldi lasciando ben poco”. Ma il punto più interessante, in linea con quanto emerso anche dalle altre testimonianze, riguarda il dopo, “In molti, parlo dei militari venuti per l’occasione, hanno detto che torneranno in vacanza con le famiglie. Credo che miglior promozione per la città non si poteva avere. Un ritorno potenziale che vale più di qualsiasi campagna pubblicitaria, perché nasce da un’esperienza diretta e positiva. Meglio di così?“. Una riflessione che apre anche a un tema più ampio, quello della sostenibilità degli eventi e del loro reale impatto sul territorio. Le parole di Ciuffetelli si inseriscono in un quadro più grande, fatto di percezioni diffuse ma sempre più concrete: L’Aquila non è solo tornata a riempirsi, ma sembra aver ritrovato una propria direzion. E come suggerisce il suo ottimismo quotidiano, la chiave sta proprio lì: continuare a vedere il bicchiere mezzo pieno, senza smettere di costruire.
E poi c’è quello che succede subito dopo. Perché L’Aquila non trattiene soltanto, suggerisce deviazioni. Invita a proseguire, a scoprire cosa c’è oltre. E il viaggio continua. Così accade che chi arriva nel capoluogo d’Abruzzo per una celebrazione finisca poi per allargare lo sguardo. Prende l’auto, e sale verso le montagne, si infila tra borghi e paesi che fino a qualche anno fa erano fuori dalle mappe del turismo di massa. È il caso di Santo Stefano di Sessanio, dove la pietra chiara delle case restituisce la luce in modo quasi accecante nelle ore centrali del giorno, e dove il silenzio ha ancora un suo peso specifico. A Santo Stefano di Sessanio, uno dei borghi più affascinanti dell’Appennino, l’impressione è quella di un piccolo “assalto gentile”. Tanta gente, gruppi organizzati, autobus in arrivo. Il sindaco Fabio Santavicca parla senza mezzi termini di “un vero boom: presenze alte, escursionismo in crescita costante, un flusso continuo di visitatori che scelgono il borgo come base per muoversi tra i percorsi naturalistici, camminare, esplorare, e poi tornare a vivere il paese. È un turismo che si muove a piedi, che si prende il tempo di osservare, che si ferma. Si cammina lungo i sentieri del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, si rientra tra i vicoli di pietra, si scoprono botteghe e tradizioni. Non è solo visita, da noi fate esperienza”.

Qui, racconta Fabrizio Di Pasquale del ristorante Cuore Nero Food and Relax, “non si vedeva così tanta gente da tempo. Tavoli pieni, richieste continue, e soprattutto una presenza crescente di turisti stranieri, incuriositi da un luogo che sembra sospeso“. Non è difficile capirne il motivo. Santo Stefano non si visita: si attraversa lentamente.I vicoli stretti, gli archi, le piccole piazze raccontano una storia che parte dal Medioevo, quando il borgo era un centro agricolo e commerciale legato alla coltivazione della lenticchia, e passa per il ‘500 quando entrò nell’orbita della Famiglia Medici. Ma più delle date, qui contano le sensazioni. Quelle che si provano entrando in una bottega dove ancora si lavora la lana, o osservando mani esperte intrecciare fili su un tombolo, ripetendo gesti antichi.
È un turismo fatto di dettagli. Di esperienze piccole, ma memorabili. Come quelle che si vivono poco distante, a Villa Sant’Angelo, dove realtà come Rovo Carnihanno trasformato una semplice sosta in qualcosa di diverso. Si sceglie la carne, ci si sposta nelle aree attrezzate, si accende il fuoco. Dentro le “kota”, ispirate alle capanne della tradizione nordica, il tempo cambia di nuovo passo, si cucina, si parla, si condivide. Non è solo mangiare, è stare insieme.
E il meglio deve ancora venire!





