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25 aprile, le donne che hanno scritto la Resistenza

Il 25 aprile attraverso le storie delle donne della Resistenza, per anni rimaste ai margini della narrazione storica.

Il 25 aprile raccontato attraverso il ruolo delle donne nella Resistenza, spesso rimaste ai margini della narrazione storica, anche in Abruzzo.

Ogni anno, il 25 aprile, l’Italia celebra la Liberazione dal nazifascismo: una data fondativa della nostra democrazia, ma anche un momento di memoria condivisa e di riflessione. Ne parliamo con Giulia Merlonetti, dottoressa in Lettere e studentessa magistrale presso l’Università degli Studi dell’Aquila, che nella sua tesi ha indagato un aspetto a lungo rimasto ai margini: il ruolo delle donne nella Resistenza e la loro capacità di azione autonoma, quella che in ambito storiografico viene definita agency.

Anche in Abruzzo, il contributo delle donne alla Resistenza è stato fondamentale, ma a lungo poco raccontato. In un territorio segnato dal passaggio della linea Gustav e da condizioni di estrema precarietà, le donne furono protagoniste di una resistenza diffusa e quotidiana. Nelle province di Chieti e dell’Aquila operarono centinaia di loro, spesso senza riconoscimento formale, muovendosi tra paesi e montagne per mantenere vivi i collegamenti tra i gruppi partigiani. Tra le partigiane riconosciute emergono figure come Vincenza Marcantonio e Ivana Carabia di Sulmona, o Chiara Bonanni di Preturo, che aveva più di settant’anni. Donne diverse per età e condizione sociale, ma unite dalla scelta di opporsi all’occupazione. Molte agirono all’interno di formazioni come la Banda della Conca di Sulmona o la Brigata Maiella, mentre altre operarono in modo autonomo, rendendo il loro contributo ancora più difficile da ricostruire.

Tra queste storie spicca quella di Luisa Di Sipio, originaria di Civitella Messer Raimondo nel Chietino: fu proprio lei a scrivere la mattina del 7 gennaio 1944, in un inglese fluido appreso in America fino ai 14 anni, una disperata richiesta di aiuto indirizzata all’Honorable Comanding Office of the British Forces di Casoli. Sulle pagine di un quadernino scolastico denunciò le condizioni in cui vivevano le donne e i bambini della frazione di Selva, che da giorni la invocavano affinché implorasse i britannici di avere pietà di loro. Luisa non descrisse solo l’orrore delle incursioni tedesche, ma anche la piaga interna del mercato nero gestito da contadini protetti dai fascisti locali, che speculavano sui prezzi di farina, olio e carne mentre la povera gente soffriva la fame nel gelo invernale.

“Un aspetto spesso rimasto ai margini: il ruolo delle partigiane e la loro agency, cioè la capacità di agire consapevolmente e di autodeterminarsi all’interno di un contesto storico, in questo caso segnato dalla guerra, dalla violenza, dalla clandestinità e da una forte asimmetria di potere nell’accesso alla parola pubblica”, spiega Giulia Merlonetti nell’intervista al Capoluogo. “Per molto tempo la partecipazione femminile è stata una presenza silenziosa, o meglio una resistenza taciuta, come l’hanno definita storiche come Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina. Già lo storico Silvio Lanaro si chiedeva se fosse possibile coniugare la storia solo all’indicativo. La domanda mette in discussione l’idea di una storia costituita solo di fatti così come sono accaduti, ricordandoci che ogni ricostruzione è sempre il risultato di scelte e prospettive”.

“Una narrazione della Resistenza limitata agli eventi e alle operazioni militari rischia infatti di oscurare ciò che l’ha resa possibile: le esperienze, le motivazioni e le soggettività di chi vi ha preso parte. È proprio in questa direzione che ho orientato la mia ricerca: valorizzare l’esperienza delle partigiane senza appiattirne la complessità, utilizzando gli strumenti della storia culturale. Questo significa non guardare solo a ciò che le donne hanno fatto nella loro pluralità, ma anche a come hanno raccontato se stesse e a quali spazi abbiano avuto per farlo”, continua.

Nella sua ricerca, ampia attenzione è stata rivolta alla rivista “Noi Donne”: “Questa rivista, organo dell’Unione Donne Italiane, nel dopoguerra rappresentò uno spazio fondamentale di autorappresentazione femminile. Attraverso le sue pagine, le ex partigiane non solo testimoniavano la propria esperienza, ma rivendicavano il senso politico della loro partecipazione alla lotta di liberazione”. Per molti anni, infatti, come ricorda Giulia, il racconto dominante ha privilegiato una prospettiva maschile ed eroico-militare, relegando le donne a ruoli secondari o di supporto. Solo con l’avvento della storiografia femminista, a partire dagli anni Settanta, questa esclusione è stata progressivamente problematizzata, restituendo visibilità e voce a una pluralità di esperienze fino ad allora rimaste ai margini.

Non esiste un’identità unica di queste donne: “Erano operaie, contadine, studentesse, madri, casalinghe, militanti politiche. Alcune provenivano da ambienti antifascisti già strutturati, altre entrarono nella Resistenza per necessità o per scelta maturata nel corso della guerra, soprattutto a causa dell’esasperazione della povertà e della violenza protratta. Se i protagonisti maschili potevano essere ricondotti, per quanto in modo frammentario, a categorie sociali e militari già note, le donne non rientravano in nessuno di questi modelli tradizionali. Parteciparono alla Resistenza dovendo costruire quasi da zero la propria appartenenza politica e simbolica”.

Ridurre il loro ruolo a quello di “staffette” è una semplificazione fuorviante. “Le donne trasportavano armi e messaggi, raccoglievano informazioni, organizzavano reti clandestine, assistevano i combattenti, partecipavano agli scioperi, nascondevano perseguitati, boicottavano le istituzioni fasciste, sostenevano le comunità colpite dalla guerra”, ricorda Merlonetti. “Furono, dunque, protagoniste della cosiddetta “resistenza civile” ma anche della lotta armata: la dicotomia che associava alle donne il compito di custodire la pace e agli uomini quello di fare la guerra venne ribaltato seppur per una breve parentesi. Le donne hanno preso in mano le armi, hanno sparato e hanno ucciso, anche se ce lo hanno fatto dimenticare. Senza questo tessuto diffuso di azioni, la Resistenza non avrebbe potuto reggere”.

Le motivazioni furono molteplici. Per alcune si trattò di una scelta politica consapevole, per altre di una risposta alla violenza quotidiana. Ma per molte donne la Resistenza rappresentò anche un’occasione di emancipazione. “Partecipare alla lotta significava rompere con il modello imposto dal fascismo, che le voleva madri della patria e della razza, oltre che mogli subordinate, e rivendicare un ruolo attivo nella società. Non a caso, si è parlato di una doppia guerra: contro il nazifascismo e contro il sistema patriarcale che le schiacciava”.

“A partire dagli anni Settanta, però, qualcosa cambia. Grazie alla storiografia femminista e alla valorizzazione delle fonti orali, emergono nuove voci. Libri, testimonianze e riviste come Noi Donne, permettono alle protagoniste di raccontarsi in prima persona, trasformandosi da oggetti del racconto storico a soggetti attivi della narrazione”, spiega. “In questo passaggio si gioca un elemento centrale: l’agency, cioè la capacità di agire e di dare significato alla propria esperienza. Per le partigiane, conquistare la parola ha significato completare il percorso iniziato durante la guerra. Non solo combattere, ma anche essere riconosciute”.

Oggi, a oltre ottant’anni dalla Liberazione, il 25 aprile è anche un’occasione per interrogarsi su queste assenze e su queste voci ritrovate: “Restituire spazio alla storia delle donne nella Resistenza non significa aggiungere un capitolo marginale, ma rimettere in discussione il modo stesso in cui quella storia è stata costruita”.

donne della resistenza