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Generazione social, dalle nuove misure Meta al bisogno di un’educazione digitale

La violenza tra giovani si amplifica sui social media: dalle nuove misure di Meta su Instagram all’urgenza di un’educazione digitale consapevole.

“La vera sfida è imparare a convivere con i media digitali. Necessario investire in un’educazione diffusa ai media, capace di promuovere uno sguardo critico e che sviluppi consapevolezza rispetto ai loro linguaggi”. Così il ricercatore Antonio Opromolla sull’impatto dei media digitali sui comportamenti giovanili.

Dalle recenti esplosioni di violenza tra giovanissimi torna al centro dell’attenzione il ruolo dei social media: dalle nuove misure annunciate da Meta per l’Italia sugli account degli adolescenti su Instagram (profili impostati 13+ per impostazione predefinita, limiti a contenuti per adulti, filtri su ricerca ed Esplora e maggiore controllo dei genitori) alla necessità di rafforzare un’educazione digitale. In questo scenario, la rete, ormai parte integrante della crescita, amplifica dinamiche di gruppo, bisogni di riconoscimento ed emulazione, diventando uno spazio in cui tensioni e conflitti si trasformano.

Essere connessi a Internet è ormai parte integrante dell’esperienza quotidiana di ciascuno di noi: non si tratta di una dimensione separata, ma di qualcosa che si intreccia profondamente con molte delle nostre attività ed esigenze, come informarci, lavorare e costruire o mantenere relazioni”, spiega Antonio Opromolla, ricercatore in Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università degli Studi dell’Aquila. “La pervasività dei media digitali porta spesso ad attribuire loro una responsabilità totale, talvolta eccessiva, rispetto a dinamiche ed eventi che, in realtà, affondano le proprie radici anche in fattori indipendenti dai media stessi. È diffusa, infatti, la tendenza a considerarli come l’origine di molti dei mali della società contemporanea. Ciò non significa, tuttavia, che siano privi di responsabilità o che non contribuiscano ad amplificare ed estremizzare alcune dinamiche sociali”.

In questo senso, la violenza giovanile non nasce online, ma trova nel digitale uno spazio di amplificazione. Dinamiche come la gestione della rabbia, il bisogno di riconoscimento e la costruzione delle relazioni sociali esistono da sempre, ben prima dei social media. Oggi, però, queste stesse dinamiche si estendono e si intensificano nella dimensione digitale. Un litigio, ad esempio, non si esaurisce più all’uscita da scuola, ma continua nelle chat di classe e nei gruppi privati. Le aggressioni vengono spesso poi filmate e diffuse: il telefono si accende quasi automaticamente, la scena viene registrata e condivisa, raggiunge altri utenti e contribuisce a costruire un’immagine pubblica della violenza. In alcuni casi emerge anche la consapevolezza, tra i minori coinvolti, di non essere penalmente imputabili per la loro età.

Al di là dei singoli episodi di violenza, per i quali non è possibile imputare una responsabilità esclusiva ai media, ma è necessario riconoscere il ruolo di variabili come il contesto socio-culturale, le caratteristiche identitarie e gli aspetti della personalità individuale, appare fondamentale adottare una prospettiva diversa. In quanto “fatto sociale”, i media non solo contribuiscono a costruire la realtà, ma la riflettono, attraverso un intreccio complesso di elementi che non può essere ridotto alla contrapposizione semplicistica tra benefici e rischi”, prosegue.

Serve piuttosto un’educazione ai media che non sia solo tecnica, ma che aiuti a comprendere cosa si condivide, quali significati si producono e quali effetti possono avere sugli altri.

La vera sfida – conclude Opromolla – è imparare a convivere con i media digitali, superando approcci meramente protezionistici o difensivi, che rischiano di semplificare problemi sociali ben più articolati. È invece necessario investire in un’educazione diffusa ai media, capace di promuovere uno sguardo critico: un’educazione che sviluppi consapevolezza rispetto ai linguaggi mediali, ai processi di costruzione e diffusione dei significati e delle rappresentazioni, nonché alle logiche produttive che regolano i media stessi, come algoritmi, uso dei dati e forme di sorveglianza. Questo percorso dovrebbe essere sviluppato sia in ambito scolastico, attraverso pratiche pedagogiche specifiche, come l’analisi testuale, la produzione creativa e la contestualizzazione dei contenuti, sia nelle interazioni microsociali quotidiane, dove si costruiscono concretamente le competenze e gli atteggiamenti nei confronti dei media”.

Generazione social, dalle nuove misure Meta al bisogno di un'educazione digitale