Santa Maria Paganica, lo storico dell’arte Gianluigi Simone: il restauro scientifico conserva la memoria
Ricostruire o lasciare una rovina? Il caso Santa Maria Paganica riaccende il confronto. L’intervento dello storico dell’arte Gianluigi Simone
Santa Maria Paganica: restaurare “com’era e dov’era” oppure lasciare un segno contemporaneo capace di raccontare la ferita del terremoto? È attorno a questa domanda che si sta sviluppando un dibattito pubblico, lanciato dalle pagine del nostro giornale, sul futuro della Chiesa di Santa Maria Paganica che sta coinvolgendo tecnici, studiosi e cittadini.
Tra i contributi al dibattito, quella dello storico dell’arte Gianluigi Simone, che, ai nostri microfoni, invita a riportare il dibattito su basi scientifiche e non ideologiche. Il punto centrale, sottolinea, è evitare semplificazioni: la ricostruzione non coincide con una ‘copia’ falsa, così come la ‘memoria’ non passa necessariamente attraverso soluzioni architettoniche radicali.
Come spiega Simone, il restauro scientifico è per sua natura ‘leggibile’: ogni intervento distingue chiaramente tra ciò che è originale e ciò che è ricostruito, attraverso differenze nei materiali, nei livelli, nelle cromie o nei trattamenti superficiali. La memoria, dunque, non viene cancellata ma è, anzi, alla base del progetto.
In questo senso, l’ipotesi di non ricostruire l’edificio per lasciare una “rovina” permanente è da considerare inaccettabile sul piano urbano: un vuoto, più che un segno, interrompe il tessuto storico, senza aggiungere alcun significato. Né, come qualcuno ha commentato sui social del nostro giornale, è legittimo ipotizzare una trasformazione funzionale dell’edificio, ad esempio in spazio culturale: la chiesa è proprietà della Parrocchia, ha una precisa natura giuridica, è da secoli parte integrante della comunità, e deve restare luogo di culto.
Diverso è il tema dell’inserimento architettonico di stampo contemporaneo, cioè con strutture in acciaio, cemento e vetro: una scelta possibile in alcune circostanze particolari, ma tutt’altro che obbligata. Soluzioni di questo tipo sono state adottate in contesti di distruzione totale, come nel caso di edifici colpiti da eventi bellici, dove non esistevano più elementi sufficienti per una ricostruzione. Per Simone, non è il caso di Santa Maria Paganica, dove, nonostante il crollo di tutte le coperture, le forme architettoniche si leggono chiaramente, permangono stucchi e decorazioni, tutte le opere d’arte sono state recuperate e attendono solo la ricollocazione.
Il nocciolo della questione, quindi, non è ‘memoria’ contro ‘ricostruzione’, ma come si intenda preservare la nostra storia recente. Per Simone, un corretto restauro già contiene questa dimensione, senza ricorrere necessariamente a gesti architettonici eclatanti. Ad esempio, entrando nella chiesa di Santa Maria del Suffragio, in Piazza Duomo, si vedrà la cupola dell’edificio perfettamente integra ma, ad una visione più attenta, sarà possibile distinguere con precisione quanto resta dell’antica struttura voltata e quanto è stato ricostruito dopo il 2009, senza falsificazioni ma evitando di snaturare l’edificio.





