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Una chiesa distrutta non può essere il simbolo del sisma

Dall’idea di Santa Maria Paganica non ricostruita, tiene banco la questione di un simbolo del sisma all’Aquila. “Occorre qualcosa che dimostri che la città è in grado di andare avanti”.

Santa Maria Paganica, si accende il dibattito sul futuro della chiesa non ricostruita come possibile simbolo del sisma. “Non ricostruire vorrebbe dire non riconoscere”.

La Chiesa di Santa Maria Paganica non ricostruita per renderla un simbolo del sisma? O, in alternativa, un edificio, storico o religioso, da lasciare com’è stato reso dalla furia distruttrice del terremoto del 6 aprile 2009, nel mezzo di una città ricostruita, per ricordare a tutti cosa è successo all’Aquila 17 anni fa?
La provocazione lanciata dal Capoluogo, attraverso i contributi del direttore David Filieri, dell’architetto Dino Di Vincenzo e del Soprintendente Massimo Sericola, continua ad alimentare il dibattito cittadino. Abbiamo ricevuto il contributo del lettore Riccardo Guglielmi che, di seguito, pubblichiamo.

“Vorrei inserirmi nel dibattito che riguarda l’opportunità di lasciare evidenti i segni del sisma sulla chiesa di Santa Maria di Paganica, omettendo di ricostruirla in ossequio al principio com’era dov’era e mantenendola, invece, in uno stato di ‘consolidata fatiscenza’.
Com’è noto, la chiesa di Santa Maria di Paganica verrà ricostruita – cosa che, tra l’altro, è stata recentemente testimoniata da questo stesso giornale. Pertanto, mi concentrerò su una breve riflessione circa l’intendimento che a mio parere dovrebbe darsi a un monumento in memoria del sisma“.

“Su questo giornale, nella giornata del 3 aprile scorso, l’architetto Dino di Vincenzo ha riportato una sua proposta che, da semplice cittadino, credo meriti di non rimanere priva di commenti.
A dirla tutta, occorrerebbe, a mio avviso, cominciare questa riflessione a partire dalla presentazione della succitata proposta, poiché si rischia di offrire un’immagine della città diversa dalla percezione più comunemente invalsa tra la cittadinanza. Nelle primissime righe dell’articolo, infatti, si parla di una città ‘impeccabile’, per la quale si sceglie di adottare addirittura il termine ‘perfezione’. Eppure, una breve passeggiata per le vie del centro sembrerebbe offrire un’immagine ben diversa. Benché, come solitamente accade, i fatti tendano a parlare da soli, senza bisogno di avvocati o
arringhe, evidentemente in questo caso rimane spazio per una divergenza di opinioni anche di fronte alle immagini attuali del centro storico. Questa stessa divergenza non viene di certo appianata dall’architetto Di Vincenzo, il quale, nell’incipit della sua riflessione, comincia scrivendo che «[…] le opere di ricostruzione sono ormai concluse», salvo poi proseguire con «[q]uando la ricostruzione sarà terminata […]». Insomma, non è chiaro se il centro sia ricostruito o no. A me, personalmente, non risulta”.

“Apprezzo il desiderio di immaginare una città già ricostruita – sottolinea Guglielmi nella sua riflessione – condivido l’esigenza di un simbolo che ricordi ciò che è avvenuto.Ma discuto, e con una certa convinzione, la scelta del simbolo nellafattispecie e l’interpretazione da dargli. Del secondo punto, come già annunciato, tratteremo nelle conclusioni.
Quanto al primo: dalla lettura dell’articolo di Di Vincenzo sembrerebbe trasparire il desiderio non di un simbolo che ricordi il sisma, bensì, più in particolare, di un edificio, casomai una chiesa, magari capoquarto, da lasciare pericolante anche solo apparentemente. Non va bene una piazza, né una fontana, né un museo. Ci vorrebbe, secondo l’Architetto, una chiesa di profonda valenza storica, o un edificio dei più significativi. È una scelta, questa, che discuto sia nel metodo che nel merito. Nel metodo, perché con un colpo di coda l’architetto scrive, nelle ultime righe, che queste sue idee «possono essere mutuate non solo sulla chiesa di Santa Maria Paganica, ma in altri edifici che si trovano nelle medesime condizioni»; non si capisce allora perché debba essere proprio quella chiesa a diventare il simbolo del sisma (eppure l’Architetto, come lui stesso scrive, propugna questa soluzione proprio per quella chiesa da ben diciassette anni!). Inoltre, Di Vincenzo ritiene inopportuna la sua ricostruzione perché la struttura è stata oggetto di restauri dopo il terremoto del1703, i quali hanno introdotto «finiture di natura neoclassica», e la ricostruzione determinerebbe scelte di «qualità architettonica ed artistica non eccellente»; eppure, quel sisma ha gravemente danneggiato la città intera e sono quindi molti gli edifici che recano il segno dei rimaneggiamenti che furono fatti in quell’occasione; inoltre, alcuni di questi edifici sono ancora in via di ricostruzione, e non si è pensato di lasciarli divelti per via dei decori settecenteschi che vi furono apportati”.

“L’Architetto si appella poi alle carte del restauro del ‘900 e all’esigenza di non cancellare i segni del tempo; è superfluo dire che se questo principio fosse applicato in maniera estesa, L’Aquila rimarrebbe un eterno cantiere, e se invece ciò non fosse fatto, non si spiegherebbe comunque la scelta di applicarlo proprio alla chiesa di Santa Maria di Paganica. Di Vincenzo prosegue, riparandosi dietro il forte scudo dell’opinione personale, sostenendo che a suo avviso non vi sarebbe motivo di ricreare la chiesa, vuoi per i molti edifici di culto della zona, vuoi per lo spopolamento del centro. Tuttavia, pur essendo personali, le opinioni non possono esulare dal confronto con la storia: non erano forse troppe le mitiche 99 chiese per i pochi pastori e contadini che fondarono la città? E anche il numero reale, tra sessanta e settanta, non sarebbe stato eccessivo? La verità è che il rapporto tra abitanti e chiese, a L’Aquila, non è mai stato un argomento valido per simili riflessioni.
Ad avvalorare le sue tesi, Di Vincenzo allega delle immagini di monumenti di altre città che fungono da modello per la sua proposta. Nel farlo, tuttavia, non nota che tra tutti i monumenti proposti l’unico a non essere un edificio semidistrutto è anche l’unico eretto a ricordo di un sisma (trattasi, in particolare, del celebre Cretto di Burri: non un palazzo apparentemente pericolante, ma unmonumento costruito usando le macerie prodotte dal sisma; proprio questo tema sarà ripreso nelle conclusioni di questo commento).
Propone, infine, di ricostruire la chiesa con acciaio e vetro per «ridare la forma dell’architettura passata, ma con una chiara denuncia di ciò che la storia aveva prodotto». A questo punto, è lecito domandarsi cosa si stia denunciando: forse le maestranze del ‘700 che hanno restaurato la chiesa? Dopo trecento anni di impunità sarebbe dunque arrivato il momento della sentenza”, prosegue.

“Detto del metodo, vengo infine al merito, e quindi, all’interpretazione da dare a un simbolo del sisma. Non ricostruire vuol dire non riconoscere il sentimento di tanti aquilani che vorrebbero tornare a vivere i loro spazi di aggregazione senza farecostantemente i conti con la presenza incombente del sisma. È, la nostra, una cittadinanza che vuole ricordare per andare avanti, non restare immobile per ricordare. Dinanzi a una comunità ansiosa di vedere ultimata la ricostruzione, appunto per tornare a vivere come prima del 2009, una proposta che volesse lasciare distrutto un monumento così importante e così centrale non potrebbe che collocarsi in dissonanza con i più diffusi umori degli aquilani, molti dei quali cominciano a mal sopportare un certo piagnucolio vittimista che negli anni sovente si è ripresentato in luogo degli opportuni lavori di ricostruzione (e qui, lo preciso, non mi riferisco all’Architetto, ma a un atteggiamento da tempo invalso nella città e che credo sia giunto il momento di disattendere). Anziché lasciare inerti le macerie, sarebbe più opportuno, a mio avviso, usarle per costruire ilsimbolo del sisma, come d’altronde già è stato fatto per realizzare il monumento al centro del Parco della Memoria (il quale, è d’uopo dirlo, costituisce già un potente ricordo del terremoto del 2009).
Occorre, dunque, qualcosa che dimostri che nonostante il sisma la città è in grado di andare avanti ed è convinta di volerlo fare: il contrario di una chiesa diroccata”.