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Un terremoto senza volto, all’Aquila manca un simbolo della tragedia

Un edificio ferito per ricordare la distruzione del terremoto nella città rinata. “Cosa resterà a ricordarci il dramma?”. “Manca un simbolo che rimandi a quanto accaduto: simboli che esistono in altre grandi città”

Un terremoto senza una memoria visibile? Non cancelliamo il segno della nostra ferita più profonda.

Oggi, attraversando L’Aquila, restituita dal lungo lavoro post sisma del terremoto 2009, si incontra una città elegante, ordinata, quasi impeccabile. Ma proprio questa perfezione rischia di diventare un problema: quando i cantieri spariranno del tutto, cosa resterà a raccontare, nello spazio pubblico, la devastazione e il dolore?
La riflessione dell’architetto Dino Di Vincenzo parte dalla questione lanciata dal direttore del Capoluogo.it David Filieri.

Un simbolo per il sisma.

Trovo la proposta avanzata nell’editoriale di David Filieri interessante e avvincente.
Percorrendo ora il centro dell’Aquila, dove le opere di ricostruzione sono concluse, vediamo una città gradevole, raffinata, curata e ben restaurata. Quando la ricostruzione sarà terminata, rimarranno tuttavia solo i documenti a ricordarci il dramma del terremoto.

Vigili del fuoco l'aquila terremoto

Nella ricostruzione della città, ha prevalso in maniera assoluta l’imperativo: “Com’era, dov’era”.
(La locuzione deriva dalla volontà dei veneziani che, nel 1902, chiesero a gran voce di ricostruire il campanile di piazza S. Marco, crollato su se stesso.) Questo detto che qui è stato applicato pressoché ovunque, ha anche impedito di approfittare per eliminare alcune storture urbane che negli anni si sono accumulate in città.
Ricostruire così com’era, è stato conveniente sicuramente per i tecnici che così hanno semplificato il loro lavoro. È stato comodo per la Soprintendenza, che non ha dovuto confrontarsi con il coraggio di giustificare scelte diverse. È tornato utile al Comune, che ha così applicato un iter veloce e scontato.
I pochi impercettibili segni dei restauri, che hanno lasciato visibili alcune ricostruzioni, non sono certamente sufficienti a mantenere il segno del dramma. (È il caso del “gradino” lasciato sulla cupola delle Anime Sante, che distingue la parte della cupola originale, da quella ricostruita). Ma sono dettagli solo per gli esperti)

Un simbolo forte, di lettura immediata, di notizia per i visitatori, che denoti il dramma del terremoto, non c’è!

Ci sono molti episodi nel mondo, che rispondono invece a questa necessità di memoria.
Ne indico solo alcuni.

Hiroshima in Giappone con l’edifico rimasto in piedi lo scoppio della bomba atomica
Hiroshima Giappone

Berlino con i resti  della chiesa del Kaiser Guglielmo, distrutta da un bombardamento
dal terremoto 2009 Berlino

Il Cretto di Gibellina dell’artista Alberto Burri, in ricordo del terremoto del Belice del 1968
Il Cretto di Gibellina dell’artista Alberto Burri

Questi tre esempi sono simboli, fra i più significativi, della memoria di una tragedia. Difficili da dimenticare, si imprimono nella testa del visitatore per la nudità di ciò che raccontano.
Cosa si potrebbe fare qui da noi?

Individuare un volume importante, ben visibile, ancora non restaurato, che possa trasmettere la memoria della tragedia.
Che renda stridente il confronto con il resto della città, ormai un salotto buono della provincia italiana.

La chiesa di Santa Maria Paganica è un rudere da 17 anni. È rimasta la parte più storicizzata (i portali medievali e la facciata). Il resto, frutto della cattiva ricostruzione del dopo sisma del 1703, è in gran parte distrutto.
L’idea promossa dal Capoluogo è uno stimolo alla riflessione. Potrebbe divenire il simbolo del terremoto dell’Aquila!

A favore di questa ipotesi ci sono alcune considerazioni:

  • Ricostruire questo edificio così com’era, significa riedificare la costruzione crollata (realizzata sul finire del ‘700) e dotarla di finiture di natura neo-classica.

Indubbiamente una qualità architettonica ed artistica non eccellente!

  • Restare pienamente aderenti ai dettami delle carte del restauro del ‘900, che sono il fondamento delle leggi di tutela dei beni culturali e che suggeriscono di mantenere le modifiche che un monumento ha subito nel tempo. È un principio cardine del restauro moderno, anche definito come “stratificazione storica”, che tende a “non cancellare i segni del tempo”
  • A giudizio dello scrivente, non pare esistano grandi motivazioni per ricreare, in quella parte della città, altri luoghi di culto. Sia per la consistente perdita di abitanti che ha ormai il centro storico, sia per la presenza nei dintorni di numerosi edifici di culto. Se non per i pochi fedeli, che, pur legittimamente e legati alle tradizioni, ne possano richiedere la riedificazione.

Che cosa potrebbe quindi diventare?

Già all’indomani del sisma, in una riunione allargata tra i vari soggetti istituzionali coinvolti nella ricostruzione dei beni culturali, ebbi modo di lanciare l’idea di non ricostruire la chiesa così com’era, ma di lasciare evidente il segno della tragedia e quindi con il completamento delle parti di muratura mancante, con materiali chiaramente diversi: acciaio e vetro.

Il riferimento fu, in quella circostanza, il palazzo del Reichstag di Berlino. Questo edificio ottocentesco, a lungo parlamento tedesco, subì dapprima un incendio e durante la seconda guerra, un forte bombardamento che ne distrusse la parte centrale.

La ricostruzione, dopo un concorso internazionale, fu affidata a Norman Foster, famoso architetto inglese, già autore del grattacielo a ogiva, ora simbolo della City londinese. Anziché ricostruirlo così com’era, la struttura centrale del Reichstag fu sostituita con una cupola trasparente in vetro che, al suo interno, conteneva l’aula delle riunioni parlamentari, accessibile al pubblico, che divenne così simbolo di trasparenza della cosa pubblica.

dal terremoto 2009 al reichstag Berlino
Berlino – il palazzo Reichstag del parlamento e la cupola trasparente

Ricostruire la chiesa di Santa Maria Paganica con acciaio e vetro, permetterebbe di ridare la forma dell’architettura passata, ma con una chiara denuncia di ciò che la storia aveva prodotto.
La sua presenza davanti al MAXXI, una delle più prestigiose strutture museali di arte contemporanea in Italia, sarebbe motivo d’ispirazione e confronto. Ma come detto all’inizio, per i soggetti competenti a decidere, era molto più semplice e comodo pensare al “Com’era, dov’era”.

Le  possibilità per innovare e creare un simbolo, sono  molte.
Lo scenografo e artista Edoardo Tresoldi ha sedotto il mondo con le sue opere in rete metallica che ricostruiscono le forme di ciò che non c’è più, ma lasciano al gioco della luce e della trasparenza, l’idea di ciò che fu.

Edoardo tresoldi opera rete metallica

Ho espresso qui solo alcune idee, che possono essere mutuate non solo sulla chiesa di Santa Maria Paganica, ma in altri edifici che si trovano nelle medesime condizioni e ancora non restaurati. La città ha molti esempi che qui possono essere espressi.