6 aprile ricordando Antonietta Centofanti: la sua voce continua a chiedere verità
Antonietta Centofanti resta simbolo di memoria e impegno civile. Una figura chiave nella richiesta di verità e giustizia per le vittime del terremoto del 2009.
Antonietta Centofanti: il ricordo di una voce per verità e giustizia.
“Quest’anno niente fiaccolata. Lo capisco. Gli eventi si allontanano nel tempo e non è giusto vivere – perché non si può convivere – con una memoria, per quanto dolorosa, in eterno. Non nelle stesse forme, tanto quanto sarebbe anacronistico andare in strada per una fiaccolata in memoria dei caduti del Risorgimento, o del terremoto del 1915. Lo comprendo.

Ma stamattina ho comprato delle candele, perché sarà bello accenderne una, per vedere meglio i ricordi, pensando alle vittime del 6 aprile. Che superano di molto il conto ufficiale. Da cinque anni Antonietta Centofanti non c’è più, a ricordare che non ci si deve fermare alla commemorazione, al lutto per i troppi Davide di quella notte. Che è nobile e serio occuparsi della mancata giustizia, insieme con-memorarne la greve assenza, quel cielo nuvoloso, opprimente, che sovrasta l’intera vicenda del terremoto 2009. Data tellurica, per le madri, i padri, i figli, gli amici, gli amori, i colpevoli che si fidarono.
Spartiacque effimero delle vite, fra il prima e il dopo. Aver conosciuto e frequentato Antonietta è stato bello.

Donna di spessore, sapeva dare senso e valore alla propria essenza e alla propria integrità. Ai superficiali dava l’impressione di essere rigida fino al fastidio, agli amici regalava un’arguta schiettezza e apriva la sua casacome si apre il cuore. Per anni ho varcato quella soglia sentendomi accolto e partecipe di qualcosa che mai era banale, anche nella perfetta semplicità di una cena, o quando i suoi mille gatti osservavano indifferenti le feste per i bambini, che erano occasioni perfette degli adulti per scambiarsi regali e vicinanza. Befana, epifania dell’affetto. Ognuno aveva un solo obbligo: portare un piccolo regalo a perdersi fra gli altri, non per qualcuno in particolare, un dono non destinato che il caso avrebbe distribuito. Calze piene di giochi, pensieri per grandi e piccoli, smarrivano la loro strada, sceglievano la loro destinazione, fra sorrisi e sorpresa. Leggerezza. Che possa mia figlia, con le bambine di allora, accendere una sigaretta e pensarti viva e giovane, anche se non ti possono ricordare, anche se non riescono a farlo. Antonietta. Molti l’hanno conosciuta dopo il 6 aprile 2009, per la sua irriducibile volontà di ricercare una verità celata dai veli opachi di un’indifferenza colpevole, spesso nascosta da lacrime di ipocrisia e perbenismo calloso. Caparbia, pazza Antonietta, sola davanti alle storture del mondo.
Il suo amore era un vecchio principe aquilano, distinto e signorile nei modi, malato di una malattia che cercava in ogni modo di aggirare, come se la si potesse eludere e raggirare, tralasciando sornione i consigli e le cure al punto da far impazzire più di un medico. Lui era una mia antica conoscenza, amico vecchio prima che vecchio amico, partito per la sciagurata campagna di Russia insieme al fratello di mia madre, lui mai più tornato da quella follia in questa. Un maglione di Mimì avvolgeva morta la gatta Nera, quando Antonietta me la affidò per seppellirla, fra lacrime e sorrisi grati. Una strana coppia, agli occhi dei distratti e benpensanti mal assortita, ma nella sostanza perfetta. Un amore disinteressato, fino in fondo, fino alla fine, che la lasciò orfana e vedova, allo stesso tempo.
Perché Antonietta Centofanti era questo, lontana dall’interesse personale, focalizzata sul bene del mondo, dei bambini, degli amici, dei suoi cari nipoti. Dei suoi gatti, che amava e che la amavano, senza scopo che non fosse una cristallina vicinanza. Teniamo accesa una luce per lei, millesimo nome di quel 6 aprile.
Se dunque è fisiologico non accendere più fiaccole, dovrebbe esserlo anche accendere candele e pensieri, insieme alle coscienze. Dare luce, giustizia, verità e contorni al dolore. Perché Antonietta è morta, di lutto, di eterne incertezze economiche, di soprusi e di mancate risposte. Antonietta è morta di crepacuore, della sua dignità e della sua forza battagliera, contro i mulini a vento del potere e del sottopotere, arroganti e prevaricatori. Mortiferi. Il secondo più del primo. Ti ho voluto bene Antonietta, ennesima vittima collaterale, simbolo tuo malgrado”.















