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Violenza a scuola, i segnali ignorati: la società cieca di fronte al disagio

Violenza a scuola, dal 13enne che accoltella la docente al 17enne arrestato in Abruzzo che progettava una strage: due casi che smontano il mito del raptus

Non chiamatelo raptus: la violenza a scuola non esplode all’improvviso, ma segue traiettorie precise, segnali ignorati e derive che si alimentano nel tempo. Dai corridoi di un istituto bergamasco fino all’Abruzzo, il filo è più o meno lo stesso: adolescenti che trasformano il disagio in progetto di distruzione.

L’aggressione alla professoressa a Trescore Balneario riapre il dibattito sulla fragilità psichica dei giovanissimi che, spesso, sfocia nei casi di violenza a scuola. La psicoterapeuta: “Non è un atto impulsivo, ma un processo che nasce da una ferita narcisistica e dall’incapacità di tollerare il ‘No’”.
In uno dei due casi citati, quello avvenuto una settimana fa, l’immagine è quella di un 13enne con pantaloni mimetici e una maglietta che recita una parola inequivocabile: “vendetta”. Purtroppo, non è la scena di un film, ma la realtà cruda documentata mercoledì 25 marzo nel corridoio dell’istituto “Leonardo da Vinci” di Trescore Balneario. I compagni entrano in classe e, nel mentre, il ragazzo accoltella la sua professoressa di francese, Chiara Mocchi, trasmettendo l’orrore in diretta su Telegram. Un piano premeditato, anticipato sui social da una lettera intitolata “La soluzione finale”.

13enne accoltella insegnante

A pochi giorni di distanza, un altro episodio riporta una simile inquietante dinamica: la scuola come teatro di violenza progettata. Voleva compiere una strage scolastica ispirata allaStrage della Columbine High School, seguita dal proprio suicidio. È gravemente indiziato di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, oltre che di detenzione di materiale con finalità di terrorismo.

violenza a scuola foto ansa arrostato progettava strage

Store diverse, dinamiche simili? Difficile rispondere, ma ad apparire nitida è la ferita di una società che fatica a comprendere come un voto basso o un disagio scolastico possano trasformarsi in violenza cieca.
Per analizzare cosa accade nella mente di questi ragazzi, in particolare prendendo ad esempio il caso di Trescore Balneario, abbiamo interpellato la psicologa e psicoterapeuta aquilana Chiara Gioia.

Accoltella la docente – La cultura dell’evitare e la disregolazione emotiva

“Questo episodio rimanda all’immaginario dell’evitare. Si evita di guardare, di riconoscere disagi e problemi. Dunque, si fa fatica a riconoscere il disagio — spiega Chiara Gioia — Non osserviamo, evitiamo di nominare il malessere e, così facendo, si deresponsabilizzano le agenzie educative, in primis famiglia e scuola»”

Al centro della crisi giovanile ci sarebbe la cosiddetta disregolazione emotiva:“Gran parte dei giovani vive un forte disagio che porta la rabbia a condizionare l’intera psichicità, senza lasciar spazio ad altre emozioni. Manca la capacità di gestire la triade composta da tollerabilità, accettazione e frustrazione, sentimenti che invece discipline come lo sport dovrebbero insegnare a governare”.

L’analogia con il femminicidio

L’analisi della dottoressa Gioia scava nel profondo, rifiutando la comoda etichetta del “raptus” improvviso. “In psicologia non è un atto impulsivo: ogni agito, prima di concretizzarsi, alberga nella mente; bensì è un fotogramma limpido, netto, una fragilità di alcuni minori. Siamo di fronte a un’espressione di narcisismo, una dinamica simile a quella dei femminicidi, in cui c’è un immaginario di pianificazione che tende ad essere concretizzato“.
L’equivalenza proposta dalla psicanalista è netta:Il voto basso preso dallo studente equivale al ‘NO’ che un uomo riceve da una donna. Il meccanismo comune è la ferita che il carnefice sente inferta: una ferita che diventa una voragine ingestibile. L’unica via che questi ragazzi trovano per sopravvivere al disequilibrio è annichilire chi li ha feriti, cercando di difendere un’immagine grandiosa di sé che non accetta la sconfitta e si precipita nell’intollerabilità della frustrazione“.

Nonostante la premeditazione appaia chiara — tra dirette streaming e proclami online — spesso questi segnali disseminati qua e là cadono nel vuoto. “I campanelli d’allarme ci sono sempre, ma vanno letti e affrontati perché evolvono — avverte la psicoterapeuta —. Spesso non vengono intercettati per immaturità emotiva dei genitori o per un senso di vergogna della famiglia”.

Un capitolo a parte merita l’uso dei social, diventati in questo caso il palcoscenico della violenza. “Bisogna educare ad un uso sano del digitale. Se l’adulto per primo non ha una chiara capacità di saper usare i social in modo funzionale, allo stesso modo anche i minorenni si ritrovano tra le mani armi potenti senza alcuna guida. È fondamentale che nelle scuole si attivino gruppi di supporto alla genitorialità, smettendo di pensare che andare in terapia sia una vergogna. L’educazione emotiva è l’unico strumento per supportare davvero ragazzi, genitori e insegnanti”.

La prevenzione primaria è basilare per poter trasformare la rabbia e il disagio in un sano e funzionale sviluppo. Ciò che si conosce si gestisce, ciò che si evita, invece, domina in modo disfunzionale.
Oggi più che mai i ragazzi hanno necessità di sviluppare interessi e passioni, come sport, musica, arte, parallelamente a percorsi di gruppo, individuali e psicologici, in tal modo la sofferenza può certamente trovare un modo di esprimersi“, conclude l’esperta. 

Foto Ansa