Giornata del Fiocchetto Lilla: Non si vede, eppure un sorso d’acqua diventa pura paura
Anche bere un sorso d’acqua può fare paura: in occasione della Giornata del Fiocchetto Lilla, parliamo dei DCA con Monica Catena.
“Non si vede. Eppure anche un gesto semplice, come bere un sorso d’acqua, può trasformarsi in un momento di paura”: parole che raccontano cosa può significare vivere con un disturbo del comportamento alimentare. Ne parliamo con Monica Catena per la Giornata del Fiocchetto Lilla.
Il 15 marzo, Giornata del Fiocchetto Lilla, dedicata alla sensibilizzazione sui disturbi del comportamento alimentare, è un momento importante per fermarsi e ascoltare storie che troppo spesso restano invisibili. Perché queste malattie non sempre si riconoscono a colpo d’occhio: non hanno sempre un volto evidente, non seguono stereotipi e spesso si nascondono dietro vite che, dall’esterno, non lasciano intuire la battaglia che una persona sta affrontando.
Monica Catena, dottoressa in Scienze motorie e spotive e cultrice della materia di Teoria e metodologia del movimento umano presso Univaq, ce lo racconta con parole semplici ma profonde. Il suo è un racconto fatto di fragilità, di percorso e di consapevolezza.
“È una giornata molto importante quella di oggi, il 15 marzo”, racconta Monica. “Purtroppo c’è ancora molto di cui parlare. Continuerò a sognare un giorno in cui non ce ne sarà più bisogno, in cui tutte e tutti coloro che si trovano in questa situazione possano avere accesso a cure specifiche, capaci di tirarli fuori da questo vortice oscuro governato solo dalla paura e da quella ‘vocina stronza’ così insistente e distruttiva”.
Il suo è un racconto che parte dall’esperienza personale, ma che non vuole soffermarsi sui dettagli della malattia quanto piuttosto su ciò che spesso non viene detto. “So bene cosa significa, purtroppo per esperienza personale. E so anche di essere stata fortunata nel punto più nero del vortice. Perché quando va bene, dopo infiniti buchi nell’acqua, si ha accesso alle cure e si inizia un percorso che però non finisce assolutamente il giorno delle dimissioni. Anzi: è lì che arriva la parte più difficile”.
È proprio quando la malattia sembra scomparire che serve più attenzione. “Proprio come all’inizio, anche a questo punto, è quando ‘non sembra’ o ‘non si vede’ che bisogna fare molta attenzione. Perché è una malattia, per chiamarla con il proprio nome, stronza e perfidamente subdola. Ti fa perdere il controllo sano della tua persona, il dialogo con te stessa, per lasciare spazio ad un controllo distruttivo”.
Monica sceglie di non entrare nel dettaglio della sua storia. Preferisce invece accendere una luce su due aspetti che, secondo lei, vengono troppo spesso messi in secondo piano. “I commenti sull’altro sono quasi sempre pregni di ignoranza, poca o nulla empatia, supposizioni e pregiudizi. E non parlo solo di quelli sull’aspetto esteriore”, afferma Monica. “È una comunicazione che regna sovrana in palestre, social media, pubblicità e nella socialità. Le palestre sono il primo posto, ma non l’unico, in cui dovrebbe esserci più attenzione e divulgazione, soprattutto quando le attività sono rivolte a bambine e bambini”.
Per Monica, chi lavora nello sport come lei, ha una responsabilità importante: “I tecnici dovrebbero seguire una formazione che faccia luce sull’empatia e soprattutto sul rispetto, imprescindibile dai più piccoli ai più grandi, e sulla capacità di non proiettare i propri obiettivi mancati sugli atleti”.
Ma la responsabilità non riguarda solo il mondo dello sport. Riguarda tutti. “La comunicazione tossica su corpi, cibo e movimento è ovunque. Sarebbe un lavoro enorme da fare, ma l’invito che voglio rivolgere alle persone è quello di fare la propria parte. Anche se non sembra, ogni piccolo gesto può fare la differenza”, ricorda Monica.
“A volte basta cambiare il modo in cui si parla. Su ciò che si sceglie di condividere e postare. Sul non far ruotare ogni occasione sociale intorno al cibo: anche se fatto in buona fede, per molti sono momenti difficili da affrontare. Spesso si risolvono con l’evitamento, che porta all’isolamento. E questo non fa altro che peggiorare la situazione”, racconta.
“L’invito è ricordare che cibo, corpo e movimento di qualcun altro non sono cose che ci riguardano e su cui possiamo esprimerci liberamente. Non sappiamo cosa c’è dietro. Quindi non dovremmo mai arrogarci il diritto di commentare, anche se pensiamo di farlo in buona fede”.
Monica chiude con parole di gratitudine per chi le è stato accanto: “Ringrazio il team multidisciplinare di dottori che mi ha preso per mano e continua a farlo ogni giorno. E ogni persona che mi ha dimostrato vicinanza in questo percorso”.
E infine un pensiero a chi sta ancora attraversando il vortice: “Un abbraccio speciale a ogni mio compagno di viaggio in questa battaglia, con la speranza di vincerla”.
Perché, come ricorda Monica, i disturbi alimentari spesso non si vedono. Ma esistono. E meritano ascolto, rispetto e cura – ogni giorno dell’anno.







