La storia della mammina aquilana, una vita dedicata a far nascere vite
La storia della mammina preturese Uliana Tomei, storica ostetrica del Comune di Bugnara: 44 anni tra nascite, solidarietà ed emancipazione femminile.
Uliana Tomei, la “mammina” di Bugnara: una vita tra nascite, coraggio ed emancipazione femminile
“Ho fatto solo il mio dovere”, dice con un sorriso Uliana Tomei — la mammina, come tutti la chiamano a Bugnara, il paese dove per quarantaquattro anni ha prestato servizio. Anni di notti fredde e corse sotto la pioggia, di sole e di neve, di calzini sopra gli scarponi per non scivolare sull’asfalto ghiacciato. Una vita dedicata agli altri, allo studio e all’emancipazione femminile, vissuta come una missione fatta di solidarietà e di sostegno. Una storia che, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, merita di essere raccontata e condivisa.
Uliana è nata a Preturo, “quando era ancora Comune e non frazione dell’Aquila“, precisa la mammina. Era una bambina curiosa, studiosa, determinata, cresciuta in un tempo segnato dalla guerra e dalla povertà. Suo padre Tito, muratore da sempre, le aveva dato quel nome per omaggiare la protagonista di un romanzo di uno scrittore russo.
“Avevo le treccine biondi e gli occhi chiari:in tempo di guerra, i tedeschi mi regalavano le caramelle perché ricordavo loro le figlie rimaste a casa in Germania”, ricorda con un velo di tristezza. “Quanta paura aveva mamma quando non mi vedeva tornare subito a casa! Ma io ero una bambina e adoravo le caramelle“.
“A quei tempi, la priorità per le bambine era quella di sposarsi, saper fare le faccende, saper ricamare, e, soprattutto, crescere i figli: a casa mia era diverso. Io e mia sorella Silvana siamo cresciute con altri valori, spesso criticati dal resto del paese. Mamma e papà desideravano per noi un futuro libero, da donne in gamba e forti, senza per forza essere relegate al tradizionale ruolo sociale femminile dell’epoca“.

Nella foto, Uliana con la sua classe insieme al Maestro Arduini (Preturo, primi anni ’50).
La guerra, la paura della fame, e l’assenza del padre lontano a Roma, per lavoro, segnarono la sua comunque felice infanzia. Uliana e sua sorella sono cresciute con una presenza femminile in casa costante e forte: la loro madre, Aldesina Cianca.
Quando suo padre si ammalò, dovette interrompere temporaneamente gli studi a L’Aquila. Un dolore profondo, superato solo grazie alla tenacia di Tito, che non volle che la malattia spegnesse i sogni della figlia. Così Uliana continuò a studiare aprendo i primi manuali di ostetricia – i primi tempi li ricopiava con la velina sotto la luce di un lampione – e seguendo le lezioni del Professor Cattaneo. Faceva chilometri a piedi dalla stazione di Sassa ogni giorno, per raggiungere l’ospedale San Salvatore e imparare il mestiere che l’avrebbe resa una leggenda del suo territorio. “Ah L’Aquila bella mé, che friddu che facea”, dice ora ridendo. Nei periodi in cui svolgeva i turni in ospedale per il tirocinio, affittava una stanza a Valle Pretara, nella casa di una sua collega studentessa.
Poi arrivò il tanto sudato titolo e il primo concorso con l’assegnazione a Civita D’Antino: “Mi accolsero con grande gentilezza, mi sentivo a casa. L’unica preoccupazione era l’ospedale, troppo lontano. Avevo paura di non arrivare in tempo con le partorienti in difficoltà”.
Dopo due anni, a 23 anni, vinse un nuovo concorso come ostetrica condotta del Comune di Bugnara. “Non lo avevo mai sentito prima. Chiesi solo se ci fosse un ospedale vicino, e sì, c’era quello di Sulmona. Così accettai, iniziò la mia avventura da ‘forestiera’”.

Era giovane, non conosceva nessuno, e la nostalgia di casa si faceva sentire, soprattutto per la sorella che viveva in Belgio. Ma presto trovò quella che ancora oggi è una famiglia vera e propria: il signor Amedeo Flora e sua moglie le aprirono la porta di casa e del cuore. Da allora, Uliana ebbe due mamme, due papà e due sorelle. “Appena arrivata a Bugnara mi interfacciai con una pratica antica, la cosiddetta “fasciatura”, molto dannosa per gli arti inferiori dei neonati e estremamente vietata dal Professor Cattaneo -. Racconta -. Impiegai anni per far comprendere alle famiglie e alle nonne la pericolosità di quelle fasce legate strette strette, che spesso arrivano a misurare anche due o tre metri“.
Gli anni scorrevano e con loro cresceva l’affetto della comunità, una comunità “alle volte chiacchierona“, dice sorridendo, fatta anche di pettegolezzi tipici di un paese di provincia e che lei, però, ha sempre ignorato. “Con quel lavoro era inevitabile incappare nei gossip. – Come dite voi giovani -. Ma io dovevo lavorare e il tempo non bastava mai. Andavo dritta per la mia strada”. Sua frase storica, rispondendo a domande inopportune: “Se lo dico a te, me ne dimentico io”.
Tra corse, tante emergenze e grandi preoccupazioni nel cuore della notte, Uliana si sposò, ebbe una figlia, due nipoti, e ha continuato ad essere un punto di riferimento per intere generazioni. Anche dopo la pensione, le telefonate non sono mai finite: consigli, incoraggiamenti, conforto. La sua missione non si è fermata. Ha sempre seguito gli insegnamenti di suo padre e di sua madre, camminando a testa alta, forte della sua indipendenza e del valore delle donne.
La sua aquilanità, anzi, la sua “preturesità”, non l’ha mai persa. Pensa spesso alla sua amata Preturo e, tra una chiacchiera e l’altra, ha insegnato anche ai bugnaresi a dire “temé”, espressioni della sua terra, che oggi risuonano come un ponte affettuoso tra due comunità cui lei tiene molto.
Una vita trascorsa ad occuparsi del sociale, delle nuove vite, della cura dalla gravidanza al parto, fino a ogni piccola preoccupazione delle neo mamme. Uliana non faceva nascere solo i bambini, perché, come dice lei, “i bambini nascono da soli“, ma anche le mamme e i papà.
Per tutti resterà la “mammina”, per la sua famiglia e per un intero territorio, sarà per sempre un esempio straordinario di grinta, forza e determinazione femminile.








