Otto marzo, il conto lo pagano le donne: meno lavoro, più cura e stipendi più bassi
8 MARZO – Donne e occupazione, un equilibrio che non regge: precarietà e carichi familiari pesano ancora. I dati
Otto marzo, lavoro e cura: il doppio divario che pesa sulle donne
Più precarie, meno pagate, più esposte al peso della cura. A due giorni Giornata internazionale delle Donne, i dati fotografano una realtà che non si può più liquidare come squilibrio temporaneo: il divario di genere nel lavoro resta strutturale e si intreccia con un sistema di welfare che scarica sulle famiglie – e soprattutto sulle donne – la gestione della non autosufficienza.
Secondo CGIL Abruzzo Molise,in Italia solo il 52,5% delle donne in età lavorativa è occupato, contro oltre il 70% degli uomini. Non solo: le donne rappresentano più del 70% dei lavoratori a bassa retribuzione e percepiscono salari mediamente inferiori di oltre un quarto rispetto agli uomini. Nelle posizioni apicali il divario si amplia ulteriormente: tra i dirigenti, poco più di una persona su cinque è donna.
Il gap retributivo non dipende soltanto dalla paga oraria. A incidere sono soprattutto il part-time involontario, le carriere discontinue, le interruzioni legate alla maternità e la scarsa presenza nei ruoli decisionali. La direttiva europea sulla trasparenza salariale potrebbe rappresentare uno strumento utile, ma per la CGIL la bozza di recepimento italiana ne riduce la portata, escludendo settori a forte presenza femminile come il lavoro domestico, l’apprendistato e alcune forme di lavoro autonomo.
In Abruzzo il quadro non migliora
I dati del Rendiconto sociale e di genere dell’INPS evidenziano una fragilità ancora più marcata: solo il 37% delle donne occupate ha un contratto a tempo indeterminato. Le aziende certificate per la parità di genere vedono una presenza femminile ferma al 27,76%. Preoccupante anche il dato sui giovani: il 31,24% dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni non studia e non lavora, con un impatto particolarmente significativo sulle giovani donne.

Se il lavoro femminile resta più fragile, il peso della cura contribuisce a renderlo ancora più instabile. Il sondaggio promosso da Nuova Collaborazione – associazione nazionale dei datori di lavoro domestico – mette in luce come la non autosufficienza sia diventata una voce strutturale nei bilanci familiari. Per il 40% delle famiglie il bisogno principale è l’assistenza a una persona con disabilità, per il 33,8% quella continuativa a un anziano. La cura dei figli incide nel 16,9% dei casi.
La spesa è rilevante: per il 33,8% delle famiglie supera il 30% del reddito mensile, mentre per un ulteriore 13,8% si colloca tra il 20% e il 30%. Oltre un terzo degli intervistati fatica persino a quantificare l’incidenza complessiva, segno di una pressione economica costante.
Il dato più significativo riguarda però l’impatto sull’occupazione. Nel 53,8% dei casi, in assenza di un supporto adeguato, è una donna della famiglia a ridurre o abbandonare il lavoro. Solo nel 6,2% dei casi la rinuncia riguarda un uomo. Il carico di cura continua dunque a tradursi in una penalizzazione occupazionale quasi esclusivamente femminile, con effetti diretti su reddito, carriera e futura pensione.
Il quadro che emerge è chiaro: il divario di genere nel lavoro e la fragilità del sistema di assistenza si alimentano a vicenda. Senza servizi pubblici più forti, politiche di conciliazione efficaci e un riconoscimento pieno del valore economico del lavoro di cura, la partecipazione femminile al mercato del lavoro continuerà ad essere condizionata da fattori strutturali.
L’8 marzo, anche per queste ragioni, non è solo una data simbolica. È il punto da cui ripartire per affrontare insieme due questioni che non possono più essere separate: l’occupazione femminile e la sostenibilità della cura.
Foto Ansa











