Abusi e molestie nelle redazioni, le voci delle giornaliste
Abusi su giornaliste e molestie nelle redazioni: a pochi giorni dall’8 marzo, le testimonianze di decine di donne che hanno subito violenza
Adele racconta di essere stata stuprata dall’editore per cui lavorava e di aver vissuto un crollo psicologico che l’ha portata a un tentativo di suicidio. Aurora racconta una tentata violenza durante un viaggio di lavoro da parte di un collega. Dora racconta una cena con un dirigente proposta come condizione per ottenere opportunità professionali. Sono solo alcune delle testimonianze raccolte nel rapporto di IrpiMedia su abusi e molestie in redazione, diffuso due giorni prima della Giornata Internazionale della Donna.
Quello che emerge dal rapporto è sconcertante: nelle redazioni giornalistiche si consumano violenze psicologiche, economiche, fisiche. La paura di denunciare e farsi terra bruciata attorno è costante nelle giornaliste che hanno subito violenza, anche perchè c’è chi ha avuto il coraggio di denunciare ma poi ha riscontrato molta difficoltà nel restare “nel giro”.
“Sono stata stuprata dall’editore della redazione per cui lavoravo”. Adele – nome di fantasia – aveva trent’anni quando è stata aggredita nel luogo in cui lavorava, nell’ufficio dell’uomo che dirigeva la testata per cui scriveva. Fino a quel momento non c’erano stati segnali che potessero farle temere qualcosa. “Era un padre di famiglia, mi sembrava una persona per bene”, racconta alle ricercatrici che hanno condotto lo studio.
Un giorno però la situazione cambia improvvisamente. L’editore la aggredisce nel suo ufficio. Adele prova inizialmente a respingerlo, ma poi si immobilizza per la paura di essere picchiata. La violenza dura circa venti minuti. Quando riesce a uscire dall’edificio e si ritrova in strada, scoppia a piangere. Si dirige verso la stazione e, in quel momento di disperazione, pensa perfino di buttarsi sui binari.
Nei giorni successivi non racconta a nessuno ciò che è accaduto. Quando trova il coraggio di confidarsi con un collega, lui non le crede e la liquida definendola psycho. Adele si mette in malattia e poco dopo decide di licenziarsi. Nei mesi successivi il suo stato psicologico peggiora fino a culminare in un tentativo di suicidio. A salvarla sono i familiari, che la trovano priva di sensi in casa. In ospedale racconta tutto allo psichiatra e solo allora scopre che anche altre due persone della stessa redazione avevano subito violenze dallo stesso editore, senza mai denunciarlo.
Molestie nelle redazioni, lo studio
La storia di Adele è una delle testimonianze raccolte nell’inchiesta “Violenze sessuali, molestie e abusi nelle redazioni dei media italiani”, pubblicata da IrpiMedia e firmata dalle giornaliste Alessia Bisini, Francesca Candioli, Roberta Cavaglià e Stefania Prandi. Per realizzare questo lavoro, le autrici hanno intervistato cento giornaliste italiane, sia assunte sia freelance, impegnate in diversi ambiti dell’informazione: giornali cartacei e online, agenzie di stampa, radio e televisioni. Tutte le intervistate hanno raccontato di aver subito, nel corso della loro carriera, molestie sessuali, ricatti, discriminazioni o violenze.

Le molestie possono assumere forme molto diverse. Secondo la definizione dell’Organizzazione internazionale del lavoro, si tratta di comportamenti indesiderati e non reciproci che comprendono, ad esempio, toccamenti, sguardi insistenti, linguaggio sessualmente allusivo, commenti sull’aspetto fisico o riferimenti alla vita privata.
Le testimonianze raccolte nell’inchiesta coprono un ampio spettro di violenze: da episodi apparentemente “minori”, come battute e osservazioni sul corpo, fino a baci forzati, mani addosso, ricatti sessuali, tentativi di stupro e stupri veri e propri.
Episodi che raramente restano isolati. Molto spesso si ripetono nel tempo e sono inseriti in dinamiche di potere che rendono difficile reagire o denunciare. Nella maggior parte dei casi, infatti, gli autori delle molestie sono uomini che occupano posizioni di comando all’interno delle redazioni. Una parte consistente degli abusi è attribuita ai direttori, seguiti da caporedattori ed editori; in altri casi si tratta di colleghi, tecnici o personale amministrativo.
Tra le forme più gravi emerse nell’inchiesta ci sono i ricatti sessuali: richieste di disponibilità sessuale in cambio di lavoro, incarichi o avanzamenti di carriera. Dora, ad esempio, racconta che all’inizio della sua carriera ricevette una telefonata dalla responsabile della testata per cui aveva appena iniziato a lavorare. Le veniva proposta una nuova opportunità professionale, ma a una condizione: doveva andare a cena con l’amministratore delegato. La responsabile le spiegò che si trattava di una prassi. Le conduttrici, disse, dovevano essere “testate” per verificare quanto fossero disinvolte. La cena avrebbe dovuto svolgersi da soli, in ufficio, perché l’amministratore delegato voleva instaurare un rapporto “molto intimo e diretto”. Dora rifiutò e la conseguenza fu immediata: perse il lavoro.
In un’altra occasione, durante un casting televisivo, le venne chiesto di presentarsi in costume. Il costume intero non bastava: volevano che indossasse un bikini. Le chiesero anche di girarsi di schiena davanti alla telecamera e di piegarsi in avanti. Anche in quel caso Dora rifiutò e le fu detto chiaramente che non avrebbe superato il provino, perché c’erano altre conduttrici “molto più disponibili”.
L’inchiesta mostra che il momento più vulnerabile della carriera è l’inizio. Molte delle molestie raccontate avvengono quando le giornaliste hanno tra i venticinque e i trentaquattro anni, mentre una parte significativa riguarda anche la fascia tra i diciotto e i ventiquattro anni, spesso cominciando proprio tra i corridoi delle scuole di giornalismo.

La precarietà lavorativa contribuisce ad aumentare la vulnerabilità: le molestie colpiscono sia giornaliste assunte sia freelance, ma chi non ha un contratto stabile dispone spesso di meno strumenti per reagire o denunciare. In generale, una giornalista su due subisce molestie nei primi cinque anni di carriera, quando la dipendenza da superiori e caporedattori è più forte.
Le conseguenze non riguardano soltanto il piano professionale. Molte delle giornaliste intervistate raccontano di aver sviluppato gravi problemi psicologici in seguito agli abusi subiti. Tra le testimonianze emergono tentativi di suicidio, pensieri suicidi, il ricorso alla psicoterapia e l’uso di psicofarmaci per affrontare il trauma.
Aurora racconta di aver subito una tentata violenza durante un viaggio di lavoro. Un collega molto più grande di lei, mentre erano in auto, iniziò a toccarle le cosce e poi le saltò addosso. Dopo un momento di immobilizzazione dovuto alla paura, riuscì a spingerlo via. Il giorno dopo raccontò l’accaduto al direttore, ma la risposta fu una negazione: “Non ti credo, è una brava persona e un padre di famiglia”. Nei giorni successivi Aurora iniziò ad avere pensieri suicidi e chiese ad un familiare di accompagnarla al pronto soccorso.
Molestie nelle redazioni: non un fenomeno isolato
Le molestie nelle redazioni non rappresentano un fenomeno isolato. Già nel 2019 la Federazione nazionale della stampa italiana aveva condotto una ricerca con oltre mille partecipanti, dalla quale era emerso che l’85% delle giornaliste aveva subito molestie almeno una volta nella propria vita professionale. A distanza di anni, l’inchiesta di IrpiMedia suggerisce che il problema sia tutt’altro che scomparso.
Secondo molti esperti, queste dinamiche sono favorite da ambienti di lavoro fortemente gerarchici e ancora dominati dagli uomini. Nel giornalismo italiano, infatti, la presenza femminile tra i professionisti è aumentata, ma resta molto bassa nei ruoli di leadership,come avviene anche in molti altri contesti lavorativi .
Tra i principali quotidiani italiani, ad esempio, solo una minima parte è diretta da donne. Questa sproporzione è spesso definita dagli studiosi come “segregazione verticale”: il potere rimane concentrato nelle posizioni più alte, occupate prevalentemente da uomini, mentre le opportunità di carriera per le donne risultano più limitate.
Le molestie hanno anche conseguenze economiche significative. Molte giornaliste raccontano di aver lasciato il lavoro o cambiato redazione per sottrarsi agli abusi, interrompendo così il proprio percorso professionale. Questo comporta periodi di disoccupazione, perdita di reddito e opportunità mancate.
Una delle giornaliste intervistate ha fatto calcolare da uno studio di consulenza il danno economicosubito dopo un ricatto sessuale che le aveva impedito di ottenere due promozioni: nell’arco di vent’anni di lavoro, il mancato guadagno stimato supera il milione di euro.
Molestie nelle redazioni, la paura di denunciare
Nonostante la gravità del fenomeno, molte vittime scelgono il silenzio. La psicologa sociale Louise Fitzgerald ha definito le molestie sul lavoro “l’ultimo grande segreto aperto”: un problema spesso visibile a tutti, ma raramente denunciato. Anche nelle redazioni italiane, molte giornaliste preferiscono non parlareper pauradi non essere credute, di perdere il lavoro o di compromettere la propria carriera.
L’inchiesta di IrpiMedia mostra anche un’altra realtà, spesso nascosta: dietro la crisi del giornalismo non ci sono soltanto difficoltà economiche o trasformazioni tecnologiche, ma anche una cultura professionale che continua a tollerare discriminazioni e abusi. Portare alla luce queste storie significa rompere un silenzio che dura da annie mettere in discussione un sistema che, troppo spesso, ha finito per proteggere i responsabili invece delle vittime.








