Dalla Visitazione di Raffaello all’elefante bianco, il Rinascimento aquilano torna a incantare
Il ritorno Visitazione di Raffaello e il Rinascimento aquilano, una pagina di storia e identità cittadina che torna a far sognare.
L’AQUILA – Il ritorno della Visitazione di Raffaello riaccende le luci sul Rinascimento aquilano. Ma che ci fa Annone, l’elefante bianco, nella stessa Cappella Branconio che custodiva l’opera dell’Urbinate?
Non è soltanto il ritorno, seppur temporaneo, di un dipinto. È la riemersione di una trama rinascimentale che lega L’Aquila a Roma, alla corte pontificia, alla Spagna imperiale e perfino a un elefante albino che fece sognare l’Europa. La “Visitazione” di Raffaello, che nel 2026 sarà esposta al Munda nell’ambito di L’Aquila Capitale italiana della Cultura, riporta al centro dell’attenzione la straordinaria parabola della famiglia Branconio e il ruolo della città nel cuore del Rinascimento. Il capolavoro di Raffaello sarà esposto al MuNDA dal prossimo 27 giugno .
L’opera – originariamente olio su tavola, poi trasportata su tela nel 1816 – fu realizzata intorno al 1517 da Raffaello Sanzio per la Cappella Branconio nella chiesa di San Silvestro per 300 scudi. Oggi è conservata al Museo del Prado di Madrid, dove giunse nel 1655 per volontà di Girolamo Branconio, nipote del committente, che la cedette al re di Spagna Filippo IV. Le iscrizioni ai piedi della pala – «RAPHAEL VRBINAS F[ECIT]» e «MARINUS BRANCONIUS F[IERI] F[ECIT]» – attestano autore e committenza. Ma dietro il nome di Marino si staglia la figura decisiva del figlio, Giovan Battista Branconio, l’aquilano che seppe costruire a Roma una rete di relazioni potentissime. La scena evangelica dell’incontro tra Maria ed Elisabetta è carica di allusioni familiari: la moglie di Marino si chiamava Elisabetta e il figlio Giovanni Battista. Sullo sfondo del dipinto compare infatti il Battesimo di San Giovanni, a suggellare il legame con il santo eponimo. Devozione privata e autorappresentazione pubblica si fondono in un equilibrio tipicamente rinascimentale.
L’elefante bianco nella cappella aquilana
C’è un dettaglio che sorprende ancora oggi nella Cappella Branconio, rinnovata nel 1625 da Giulio Cesare Bedeschini: in un riquadro laterale compare l’effige di un elefante bianco. È Annone, il pachiderma albino donato dal re del Portogallo a Leone X per la sua incoronazione. Giovan Battista Branconio ne fu custode. L’animale, giunto a Roma tra lo stupore generale, divenne un simbolo di meraviglia e potenza universale. Fu celebrato in poesie e nell’arte; apparve anche in un affresco commemorativo, oggi perduto, probabilmente opera di Raffaello Sanzio o di Giulio Romano; nella Fontana dell’Elefante al centro del giardino all’italiana del Parco dei Mostri di Bomarzo e sul battente destro di una porta della Stanza della Segnatura in Vaticano. L’animale morì nel 1516, ma la sua memoria rimase incisa nell’immaginario del tempo. La presenza dell’elefante nella cappella aquilana è un frammento di quella storia: racconta il prestigio raggiunto dai Branconio e la proiezione internazionale di L’Aquila nel pieno Rinascimento.
Il Branconio, l’Urbinate e la corte dei papi, la rete di relazioni da cui nacque la Visitazione
Giovan Battista, la cui famiglia era originaria di Collebrincioni, si formò a Roma come orafo nella bottega di Galeotto Franciotti della Rovere, nipote di Giulio II. Divenne presto uomo di fiducia prima di Giulio II e poi di Leone X, entrando stabilmente negli equilibri della corte pontificia. Il rapporto con Raffaello fu profondo: l’artista disegnò per lui il celebre Palazzo Branconio a Roma – demolito nel Seicento per far posto al colonnato di San Pietro – e lo nominò suo esecutore testamentario insieme a Baldassarre Turrini da Pescia.
La “Visitazione” nasce dunque non solo come commissione artistica, ma come segno tangibile di un’amicizia e di un’ascesa sociale che portò un aquilano al centro del mondo. Ma non è questo l’unico legame dell’Urbinate con il Branconio e L’Aquila: celebre è il dipinto, “Autoritratto con un amico”, conservato al Louvre di Parigi, in cui l’aquilano sarebbe stato raffigurato accanto al pittore; inoltre, alla bottega di Raffaello sono attribuiti i dipinti che affrescavano interamente il Casino Branconio, un piccolo caseggiato posto nel giardino del palazzo di famiglia.
La Visitazione e il Rinascimento aquilano, una memoria che attraversa i secoli
La Cappella Branconio non era solo luogo di rappresentanza, ma spazio pro defunctis e reliquiae sanctorum: con bolla del 23 aprile 1517 Leone X la affidò ufficialmente alla famiglia, citando tra le reliquie il Legno della Santa Croce e concedendo 33 anni di indulgenza a chiunque avesse corrisposto l’elemosina in tre date, il giorno in cui si festeggia l’Invenzione della Vera Croce, quello della Natività di San Giovanni Battista e appunto della Visitazione. Nei secoli la pala fu ammirata al punto da regolamentarne le copie. Poi la partenza verso la Spagna, vissuta dalla città come una ferita.
Oggi, mentre la chiesa di San Silvestro – gravemente danneggiata dal sisma del 2009 e riaperta ufficialmente nel 2019 dopo il restauro – torna a essere al centro dell’attenzione culturale, la vicenda della “Visitazione” assume un significato che va oltre l’evento espositivo. Racconta di una città capace, nel Cinquecento, di dialogare con i vertici dell’arte europea. E nel 2026, più che celebrare un ritorno, L’Aquila potrà rileggere una pagina decisiva della propria identità: quella in cui un giovane aquilano, amico di Raffaello e custode di un elefante bianco, portò la sua città nel cuore del Rinascimento.










