Aggrediscono un 17enne con disabilità e lo gettano in un cassonetto, “I genitori tornino a porre dei limiti”
“Libertà senza regole e paura del conflitto”: l’allarme. Cosa non sta funzionando nel rapporto tra genitori e figli? La riflessione dopo il caso del 17enne con disabilità aggredito a Silvi
Aggressione a Silvi, 17enne con disabilità picchiato e gettato in un cassonetto. La psicologa: “Manca il senso del limite”.
Un episodio grave, che scuote e interroga. A Silvi un 17enne con disabilità è stato aggredito nei giorni scorsi da due coetanei. I giovani lo avrebbero colpito per sottrargli il telefono cellulare, per poi gettarlo all’interno di un cassonetto dei rifiuti. Un gesto di violenza che va oltre la cronaca e impone una riflessione più ampia sul disagio giovanile e sulle responsabilità educative. Per approfondire il tema abbiamo raccolto il parere della psicologa e psicoterapeuta aquilana Chiara Gioia, che invita a concentrarsi su un concetto chiave: il limite.
“In merito a quanto accaduto – spiega – ritengo sia opportuno soffermarsi sulla funzione del limite. Oggi nella nostra società sembra non esserci più una separazione tra pulsioni e azioni. Gran parte degli adolescenti ha bisogno di ritrovare questo senso del confine”.
Secondo la professionista, episodi come quello di Silvi non possono essere liquidati come semplici “bravate”. “Sicuramente quanto accaduto è il risultato di un processo. Questi giovani avranno dato segnali anche prima di compiere un atto tanto crudele: atteggiamenti di arroganza, di non ascolto. Alla base vi è una mancanza di comunicazione e l’incapacità di rapportarsi in modo sano tra genitori e figli”.
Dal caso dell’aggressione al 17enne con disabilità alla riflessione sul ruolo di famiglia e scuola
Famiglia e scuola, sottolinea Gioia, restano le agenzie educative per eccellenza. “Hanno il compito specifico di lavorare su quella dimensione di vuoto, morale ed emotivo, in cui spesso sono immersi i giovani, come dimostrano simili episodi di cronaca”. Fondamentale è l’educazione alla comunicazione, intesa come capacità di entrare in relazione e di confrontarsi con l’Alterità. “L’Alterità rappresenta una ricchezza, è l’emblema della nostra pluralità psichica. I genitori devono aiutare i figli a comprendere il valore della diversità”.
Ma non basta intervenire solo sui ragazzi. “Occorre lavorare anche sulle famiglie, che vanno formate e indirizzate nel riconoscere eventuali segnali disfunzionali. È importante porre attenzione a quella che, da un punto di vista analitico, può essere definita la funzione del ‘padre educativo’: una figura adulta capace di rappresentare un punto di riferimento solido e sicuro, stabilendo confini e responsabilità”.
Libertà senza confini
Secondo la psicologa psicoterapeuta, nella genitorialità contemporanea si tende a enfatizzare la dimensione affettiva, trascurando quella educativa. “Una fragilità diffusa è la ricerca costante del consenso da parte dei propri figli, avendo timore del conflitto. Ma l’autonomia non nasce dalla totale libertà. I giovani oggi hanno spesso una libertà eccessiva, ma senza confini chiari”. Le conseguenze si riflettono anche nel contesto scolastico, dove molti ragazzi faticano a tollerare l’attesa, le regole , la frustrazione o risultati poco gratificanti.
Del resto, “Se mancano limiti all’interno della famiglia, mancheranno anche al di fuori”.
Eppure il conflitto, se sano, è uno strumento di crescita.“Se si cresce in un clima in cui il conflitto viene evitato, si trasmette l’idea che la diversità non sia tollerabile. Vale sempre il principio secondo cui ciò che si conosce si gestisce, ma ciò che non si conosce ci gestisce in modo disfunzionale”.
L’aggressione di Silvi riapre dunque un dibattito urgente: quello sulla responsabilità educativa collettiva. Perché dietro un atto di violenza non c’è solo un gesto individuale, ma spesso un vuoto che chiama in causa l’intera comunità.
Foto repertorio Ansa









