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Referendum sulla giustizia, le ragioni del no

Le ragioni del no al referendum sulla giustizia.

Le principali argomentazioni dei sostenitori del no al Referendum sulla giustizia. Felice Casson: “Corpo pm con poteri amplissimi che poi la politica dovrebbe controllare”.

Il 22 e il 23 marzo gli italiani saranno chiamati a esprimersi sul referendum costituzionale in materia di giustizia (Referendum sulla giustizia, istruzioni per l’uso – Il Capoluogo ). La riforma sottoposta al voto popolare interviene su alcuni profili centrali dell’assetto della magistratura, tra cui la separazione delle carriere tra funzione giudicante e requirente, l’istituzione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura e la creazione di una Alta Corte disciplinare. Dopo aver illustrato le ragioni avanzate dai sostenitori del SÌ (Referendum sulla giustizia, le ragioni del sì – Il Capoluogo ) è utile richiamare le principali argomentazioni dei sostenitori del NO.
“Un pubblico ministero separato – ha sottolineato Antonio Di Matteo, magistrato della Direzione nazionale antimafia a Report – finirà di essere una sorta di avvocato della polizia, un superpoliziotto che deve portare assolutamente le sue indagini ad una conclusione che veda una richiesta di condanna nei confronti dell’indagato e questo non è un bene per i cittadini”.
“Si creerebbe – ha aggiunto Felice Casson, ex magistrato del Tribunale di Venezia – un vero e proprio mostro giuridico, questo corpo di pm sarebbe dotato di poteri amplissimi, sostanzialmente senza nessun controllo, e quindi a quel punto, per natura, la politica dovrebbe intervenire a controllare un potere così forte”.

La riforma interviene sull’assetto del Consiglio Superiore della Magistratura, prevedendo la separazione dell’organo di autogoverno in più strutture distinte: un CSM per i giudici, uno per i pubblici ministeri e un’Alta Corte disciplinare, nonché l’introduzione del sorteggio per la selezione dei componenti togati e laici.
Secondo i critici, queste modifiche rischiano di incidere negativamente sull’autonomia e sull’indipendenza della magistratura. In particolare, l’introduzione del sorteggio e la conseguente sottrazione ai magistrati del potere di eleggere i propri rappresentanti e l’attribuzione del potere disciplinare ad un’Alta Corte altererebbero l’equilibrio disegnato dalla Costituzione. Il timore è che il nuovo assetto esponga l’ordine giudiziario a maggiori interferenze esterne, indebolendo le garanzie poste a presidio della separazione dei poteri. Inoltre, sostituire il vecchio, unico CSM con tre organismi indipendenti triplicherebbe i costi, disperdendo risorse che potrebbero essere utilmente investite per far funzionare meglio le procure e i tribunali.

Un ulteriore profilo di critica riguarda la separazione delle carriere. Nel sistema vigente, ricordano i sostenitori del NO, giudici e pubblici ministeri accedono alla professione attraverso un unico concorso e condividono la stessa formazione, mentre i passaggi di funzione sono già oggi rari e fortemente limitati: nel 2024 hanno riguardato 42 magistrati su circa 9.000. Secondo i critici, la riforma non aumenterebbe in modo significativo le garanzie per indagati e imputati e potrebbe modificare il ruolo della pubblica accusa, avvicinandolo a una logica più marcatamente accusatoria.

Infine, viene osservato che la riforma non interviene sui problemi che incidono maggiormente sull’esperienza quotidiana dei cittadini: tempi lunghi dei processi, carenze di personale e risorse, eccesso di burocrazia e difficoltà di accesso al linguaggio giuridico. Questioni che, secondo i sostenitori del NO, resterebbero irrisolte anche in caso di approvazione della riforma.

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