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San Biagio e la ciambella: fede, memoria e un rito lungo secoli

3 febbraio, si celebra San Biagio, una giornata accompagnata dal dolce simbolo di una ricorrenza cara a tutti gli aquilani.

San Biagio, la dolce “armatura” contro i mali della gola: tra fede e la leggendaria ciambella aquilana

3 febbraio, si celebra San Biagio, una ricorrenza cara agli aquilani che, da secoli, associano a questa giornata riti che profumano di anice e fede.
In questa giornata si ricorda la figura di un martire venuto dall’Armenia: San Biagio. Se nel resto del mondo il 3 febbraio è il giorno delle candele incrociate, all’Aquila la devozione ha soprattutto il sapore dorato della ciambella di San Biagio. Un rito che non è solo gastronomia, ma un atto di ringraziamento collettivo che affonda le radici nel fumo e nelle macerie del “Grande Terremoto” del 1703.

Il Santo

Medico e vescovo di Sebaste, vissuto tra il III e il IV secolo, San Biagio è universalmente noto per il miracolo della lisca di pesce. Si narra che, mentre veniva condotto al martirio, salvò un bambino che stava soffocando per una spina conficcata in gola, benedicendolo con un semplice gesto. Questo episodio lo ha reso il protettore per eccellenza della laringe e delle vie respiratorie, celebrato con la liturgia della benedizione delle gole.

L’Aquila e il 1703: la nascita di un simbolo

Per gli aquilani, però, San Biagio non è solo il protettore della gola. Il 3 febbraio rappresenta il primo raggio di sole dopo la notte più buia della storia cittadina. Il 2 febbraio 1703, giorno della Candelora, un sisma apocalittico rase al suolo la città. Chi sopravvisse vide nel giorno successivo, quello dedicato a San Biagio, un segno di rinascita e protezione.

È in quel clima di lutto (che cambiò i colori della città in nero e verde) e speranza che nacque la tradizione della ciambella. Inizialmente preparata con la pasta del pane e aromatizzata con i semi di anice, oggi è un trionfo di uova, zucchero e decorazioni di ciliegie candite, che sembrano ricovare i rubini incastonati in una corona.

La Ciambella di San Biagio

Ancora oggi, entrare nei forni aquilani a fine gennaio significa essere travolti da quell’odore inconfondibile di anice e limone. La ciambella di San Biagio non è soltanto una prelibatezza della tradizione: da oltre tre secoli rappresenta uno dei simboli più dolci e resistenti della memoria aquilana legata ai terremoti. La sua origine risale all’indomani del devastante sisma del 1703, quando gli aquilani scampati alle macerie decisero di ringraziare San Biagio per la sopravvivenza, dando vita a un dolce destinato a diventare rito e identità.

Da allora, da più di 300 anni, la ciambella viene benedetta — come accade per il pane di San Giuseppe — e poi distribuita e consumata, tradizionalmente il 3 febbraio, giorno dedicato al Santo e immediatamente successivo all’anniversario del terremoto. Un gesto che si ripete nel tempo e che intreccia devozione, memoria storica e comunità.

Come spesso accade per i dolci della tradizione, non esiste una ricetta unica: ogni famiglia custodisce la propria versione dell’impasto, contribuendo a una pluralità di varianti che arricchiscono la stessa usanza. La base resta quella classica — uova, latte, zucchero e farina — a cui si aggiungono olio, scorza di limone grattugiata, anice, ciliegie candite, con eventuali “aggiustamenti” finali a base di anice o sambuca.

Ingredienti semplici per un dolce che si consuma tutto l’anno, ma che nel giorno di San Biagio assume un valore speciale, trasformandosi in un rito collettivo che unisce storia, cultura e religione, non solo all’Aquila.