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Terremoto della Candelora del 1703, la devastazione che cambiò volto anche al Carnevale

Sono passati 323 anni dal terremoto del 1703, una tragedia che ha cambiato per sempre il volto dell’Aquila e le sue abitudini.

L’AQUILA – L’anniversario del terremoto del 1703: “Con un breue miserere rouinò la Città”. Da allora niente più carnevale prima della ricorrenza.

2 febbraio, anniversario del terremoto del 1703, il più devastante mai registrato nel territorio aquilano: circa 3mila vittime solo nel capoluogo, oltre 6mila complessive, e una città quasi completamente rasa al suolo. La scossa più forte arrivò il giorno della Candelora, al termine di una lunga sequenza sismica iniziata a gennaio. L’epicentro fu localizzato nei pressi di Cagnano Amiterno, con una magnitudo stimata di 6.7 e un’intensità pari al X grado della scala Mercalli, una violenza cinque volte superiore a quella del sisma del 2009. In poche decine di secondi L’Aquila crollò: case, chiese, vite. Quel giorno segnò una frattura profonda non solo nel tessuto urbano, ma anche nelle tradizioni cittadine. Da allora il Carnevale non sarebbe mai più partito prima del 2 febbraio. Prima del sisma i colori della città erano il bianco e il rosso; dopo la tragedia diventarono il nero del lutto e il verde della speranza.

Le cronache dell’epoca restituiscono immagini drammatiche. Le chiese erano gremite per la festa religiosa: solo a San Domenico morirono circa 600 persone. Gravi crolli interessarono anche San Massimo, San Bernardino e Collemaggio. Proprio dalla tragedia nacque però uno dei simboli della rinascita: la chiesa delle Anime Sante, edificata a partire dal 1713 in suffragio delle vittime. Ancora oggi, osservando la cupola dall’interno, sono visibili i segni del terremoto lasciati volutamente a vista dopo il restauro post-2009.
Il commissario straordinario inviato da Napoli, Marco Garofalo, descrisse L’Aquila come una città che “fu, non è”. Furono immediati i provvedimenti d’emergenza: coprifuoco, controlli contro i saccheggi, baracche per feriti e senzatetto, forni pubblici, riapertura delle strade principali e recupero dei corpi sotto le macerie.
Morte e rinascita, memoria e futuro. A oltre tre secoli di distanza, il 2 febbraio resta una data incisa nella storia aquilana: il giorno in cui la terra fermò le maschere e cambiò per sempre il volto della città.

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Il terremoto del 1703

La storia.

La città dell’Aquila fu, non è; le case sono unite in mucchi di pietra, li remasti edifici non caduti stanno cadenti. Non so altro che posso dire di più per accreditare una città rovinata”. Così Marco Garofalo, Marchese della Rocca, inviato da Napoli in qualità di commissario straordinario, descriveva al Viceré del Regno di Napoli la situazione a L’Aquila dopo la scossa definitiva del 2 febbraio, il grande terremoto della Candelora, dopo il quale cambiò la storia della città, a tal punto da incidere anche nella durata del Carnevale, diventato il più corto del mondo.

Una delle prime scosse più violente si registrò il 14 gennaio, con “un Tremuoto così violente, – scrissero i magistrati locali nel Ragvaglio relativo alle tristi vicende del 1703 – che fè precipitare nella Città un Campanile, con parte della facciata della Chiesa di San Pietro di Sassa, e parte della facciata di San Quintiano, senz’altro daño, se non che del timore de’ Cittadini”. Un terremoto “più gagliardo del primo” si verificò il giorno 16 gennaio e danneggiò molti edifici e chiese.
Il colpo di grazia arrivò il 2 febbraio, quando “replicò il tremuoto, e fù così orribile, che con un breue miserere rouinò la Città“. Il quadro rappresentato dal rapporto è raggelante: “Il tremore della medema, li precipitij de gli’Edificij, le grida, i lamenti de’ semi viui, i pianti delli feriti, il timore della morte, e la perdita della luce offuscata per più di due ore, composero in quel momento un tuono d’abisso, e uno spauento infernale; impallidirono i più forti, e rimasero insensati i meno, e tutto spirò orrore, morte, e confusione; cadde la Città, caddero le Chiese, e ogni opra fù coperta dalla desolazione, e miseria, seppellendo sotto monti di pietre tre mila Cittadini d’ogni conditione“. Crolli gravissimi si ebbero anche nella basilica di San Bernardino, nella cattedrale di San Massimo e nelle chiese di San Filippo, San Francesco e Sant’Agostino.