Chi ha paura dell’Iran democratico?
L’intervista a Esmail Mohades: “L’Iran si libererà con le proprie forze, non aspetta la salvezza dall’esterno”.
Iran, tra pressioni internazionali e rivoluzione dal basso, l’intervista a Esmail Mohades: “La resistenza iraniana non aspetta salvezze dall’esterno”.
La crisi iraniana entra in una nuova fase, segnata da due decisioni che, lette insieme, raccontano molto più di quanto possa sembrare a prima vista. Da un lato, il rafforzamento della presenza militare statunitense in Medio Oriente, con la Marina e le portaerei schierate nell’area. Dall’altro, una svolta attesa da decenni: l’Unione Europea ha inserito i Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran ) nella lista delle organizzazioni terroristiche. “Per noi iraniani – spiega Esmail Mohades, scrittore, giornalista e intellettuale vicino alla resistenza – questa è una notizia enorme. È una richiesta che la resistenza porta avanti da almeno 25 o 30 anni. I Pasdaran non sono solo lo strumento repressivo di Khamenei, ma il vero cuore del potere economico del regime. Controllano interi settori strategici e sono una delle cause principali della devastante crisi economica del Paese”. Secondo Mohades, dopo il massacro durante le proteste interne, l’Europa non poteva più voltarsi dall’altra parte. “Inserire i Pasdaran nella lista nera significa riconoscere finalmente la natura del regime“. Quanto alle voci di un possibile intervento militare americano, la risposta è netta: “La resistenza iraniana non aspetta salvezze dall’esterno. L’Iran si libererà con le proprie forze, per mano dei suoi figli“.
Uno dei punti più delicati riguarda il futuro politico del Paese. L’ipotesi di una transizione guidata dal figlio dello Scià, sostenuta da ambienti internazionali, viene guardata con sospetto. “L’Iran – ricorda Mohades – combatte per la democrazia dall’inizio del Novecento. Nel 1906 avevamo già un Parlamento e una Costituzione. Nel 1979 siamo scesi in piazza per libertà e giustizia, traditi poi da Khomeini. Oggi lottiamo ancora per quegli stessi ideali. Tornare allo Scià sarebbe tornare indietro, a una libertà limitata“.
Ma c’è anche una domanda più ampia, geopolitica: chi vuole davvero un Iran democratico? Un Paese libero e laico non rischierebbe di destabilizzare l’intera regione? “I regimi della zona – Arabia Saudita, Qatar, Egitto, ma anche Israele – temono un Iran democratico – afferma Mohades – perché diventerebbe un esempio. Per storia, cultura e peso geopolitico, un Iran libero influenzerebbe inevitabilmente le popolazioni dei Paesi vicini. Ed è proprio questo che spaventa”.
Alla domanda se le forze contrarie riusciranno a fermare questa spinta, Moades risponde senza esitazioni: “Faranno di tutto. Il nemico principale è il regime con i suoi Pasdaran, ma esistono anche opposizioni costruite ad arte e interferenze straniere. Tuttavia, oggi in Iran è in corso una rivoluzione vera, dal basso, guidata dai Mojahedin del Popolo“.
Una differenza sostanziale rispetto al passato: “Questa volta la forza decisiva non è nei palazzi del potere, ma nelle piazze. Per questo non è manovrabile dall’alto come è accaduto negli ultimi 120 anni. Nemmeno la presenza militare americana può cambiare questo dato”.
In chiusura, Mohades richiama un concetto chiave: la sovranità popolare. “Il compito della resistenza è liberare il Paese e restituirlo al popolo. Qualunque sarà l’esito delle urne, dovrà essere rispettato da tutti, anche da chi ha combattuto e pagato un prezzo altissimo in questi 45 anni. La democrazia si fonda su questo”.





