Il Falsario abruzzese Antonio Chichiarelli in vetta su Netlfix, suo il falso comunicato sulla morte di Aldo Moro
Dal sogno di fare il pittore al depistaggio sul caso Moro: la vera storia dietro Il Falsario Antonio Chichiarelli, ora su Netflix
In vetta alla classifica su Netflix, il film Il Falsario racconta la storia di Antonio Chichiarelli, per tutti Tony, un giovane abruzzese trapiantato a Roma, divenuto artista criminale. Passò alle cronache, appunto, come “falsario” per la sua incredibile capacità di riprodurre opere d’arte.
Fu l’autore del finto comunicato che annunciava la morte di Aldo Moro.
Chi è stato davvero Antonio “Tony” Chichiarelli? I più giovani, e non solo, lo stanno conoscendo grazie al film Netflix con protagonista Pietro Castellitto, che ricostruisce, seppur con diversi dettagli fantasiosi, il personaggio e la vita di Tony, giovane originario di Rosciolo, frazione di Magliano de’ Marsi, che si trasferì a Roma sognando di fare il pittore.
Sembra che già nel suo paese d’origine si mise in luce per un episodio di furto: si racconta che portò via due quadri da una chiesa locale per riprodurli. Perse sua madre e due fratelli quando era ancora piccolo, studiò all’Aquila, ma senza brillare. Arte e disegno a parte. Nel 1969, all’età di 21 anni, fu congedato dal servizio di leva e si trasferì a Roma.
Nella capitale finirà per stringere contatti con la Roma criminale degli anni ’70 e ’80, risultando legato alle Brigate Rosse, ma anche alla Banda della Magliana. Il suo nome, infatti, è comunemente associato ad uno degli episodi che sconvolse l’Italia: il rapimento di Aldo Moro.
Ma andiamo con ordine.
Vivere a Roma senza risorse non fu semplice, soprattutto all’inizio. Per questo Chichiarelli fu protagonista di alcuni furti che lo portarono in carcere, a Regina Coeli. Qui conobbe colui che sarebbe diventato il futuro capo della Banda della Magliana, Danilo Abbruciati. Quando nel 1976 si costituì la Banda, lui vi collaborò tra rapine, spaccio di stupefacenti, usura e così via.
Nel mentre, però, entrò nella sua vita la gallerista Chiara Zossolo – poi divenuta sua moglie – che lo avviò nel mercato della compravendita dei dipinti. Da questo momento iniziò a produrre falsi d’autore. Nonostante negli anni falsificò molte famose opere d’arte, il suo nome resta legato al Comunicato numero 7 delle Brigate Rosse del 18 aprile 1978.
Il falso comunicato del Lago della Duchessa.
LA STORIA DEL FALSO COMUNICATO
Nel negozio di mobili che aprì nella capitale – per coprire le sue attività e gli illeciti – il falsario Chichiarelli produsse il falso che scrisse una delle pagine più controversie della storia d’Italia: uno dei più noti casi di depistaggio.
Il 18 aprile 1978, alle ore 09, squillò il telefono all’interno della redazione del Messaggero. Si trattava di una telefonata anonima. Il messaggio era chiaro: c’è un biglietto delle Brigate Rosse in un cestino dei rifiuti in piazza Gioacchino Belli.Il testo scritto sul messaggio era altrettanto chiaro e tremendo: “Il corpo del Presidente è nei fondali del lago della Duchessa”,al confine del Lazio con l’Abruzzo.
Fu Antonio Chichiarelli a realizzare il falso comunicato, lo stabilirono i processi svolti per il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro. Ma tante domande sono rimaste senza una risposta.
L’ipotesi più plausibile sul perché di quella falsa comunicazione è quella che associa il comunicato a un diversivo finalizzato a dare tempo e modo ai brigatisti di spostarsi da vita Garofali, spostando l’attenzione e il dispiegamento delle forze dell’ordine altrove. Restano accesi, invece, i dubbi su chi sia stato il mandante del finto comunicato: sembra poco probabile che Chichiarelli abbia agito da solo.
LA RAPINA DEL SECOLO
Il falsario abruzzese fu coinvolto anche in quella che è passata agli onori delle cronache come la “Rapina del secolo”, vale a dire il colpo da oltre 35 miliardi di lire alla banca americana Brink’s Company.
Alcune testimonianze affermano che Tony fu l’ideatore del colpo: nell’incertezza delle ricostruzioni, comunque, sembra certo che Chichiarelli fu convolato nel colpo avvenuto tra il 23 e il 24 marzo 1984, nella sede romana della Banca. Si trattava di un deposito valori che faceva capo a una catena bancaria di Michele Sindona, noto banchiere criminale.
Solo qualche mese dopo, il 28 settembre 1984, fu ucciso, ma anche in questo caso le fonti non sono unanimi. Sembra che stressereste rincasando con la sua nuova compagna e il loro bambino, quando fu colpito da tre colpi di pistola. Un regolamento di conti? Alcune teorie parlano del presunto mancato rispetto di accordi con i Servizi segreti legati alla vicenda di Aldo Moro.








