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Iran, il passato non è un’alternativa

“Il passato non è un’alternativa: la rivoluzione è del popolo”, Esmail Mohades spazza via le suggestioni dei “media compiacenti” sulla situazione in Iran.

Dalla rivolta alla rivoluzione. Il contributo sulla situazione in Iran dello scrittore Esmail Mohades: “Il regime islamico è al termine della sua parabola, ma la democrazia non nascerà finché il Paese non saprà liberarsi dalla mitizzazione del passato e dalla tentazione di affidarsi a un salvatore”.

Al culmine di una rivolta che in Iran sta evolvendo in una rivoluzione, i media da noi sono invasi dalla comparsa del figlio dell’ultimo scià. Per qualcuno sarà un fenomeno nostalgico, ma a guardar bene è il sintomo di una crisi più profonda: c’è chi non può immaginare il futuro senza rifugiarsi nei simboli del passato. L’idea che la salvezza dell’Iran possa arrivare da un “ritorno alla monarchia” o dall’intervento delle potenze straniere ripropone un modello verticale di potere che ha già fallito più volte nella storia del Paese. Ed è anche per questo che oggi ci troviamo davanti una situazione tanto drammatica.
È stata proprio la monarchia, dai Qajar ai Pahlavi, a soffocare i tentativi democratici del Novecento e a calpestare la Costituzione nata dalla rivoluzione costituzionale. Non a caso gli ultimi quattro scià hanno concluso la parabola del loro potere in fuga e in esilio. Questa storia non indica forse che l’esperienza della monarchia in Iran è stata fallimentare e debba essere definitivamente relegata archiviata?
Eppure, nell’immaginario di alcuni, la monarchia sopravvive come un riflesso condizionato: un modello mentale che riaffiora nei momenti di crisi come soluzione facile. Come se il futuro fosse un reperto da riesumare e non un progetto da costruire. A rafforzare questa illusione contribuiscono media compiacenti, analisi superficiali e una narrativa occidentale che preferisce figure semplici a processi complessi. Una politica miope che pensa di trarre vantaggio solo così, a spese degli altri.

La dittatura teocratica, con la sua inaudita violenza e la sua incapacità strutturale, non ha fatto che alimentare questa illusione.  Ma evocare un “nuovo salvatore”, come accadde con Khomeini nella rivoluzione antimonarchica del 1979, significa ignorare decenni di lotte popolari, repressioni sanguinose e sacrifici immani che hanno segnato la storia recente dell’Iran. Significa oscurare la resistenza di donne e uomini che, fin dai primi mesi dopo l’ascesa di Khomeini, hanno pagato con la vita la loro opposizione e il loro desiderio di libertà e democrazia per il Paese.
Oggi questa illusione assume la forma di una politica eterodiretta dall’estero: una voce sola che pretende di rappresentare tutti, senza dialogo né pluralismo. Una figura costruita mediaticamente come “salvifica” finisce così per disciplinare il dissenso e aprire a nuove fratture.
Il regime islamico è al termine della sua parabola, ma la democrazia non nascerà finché il Paese non saprà liberarsi dalla mitizzazione del passato e dalla tentazione di affidarsi a un salvatore. Le masse in Iran che ripudiano la dittatura, teocratica o monarchica che sia, e chiedono libertà non sono più un corpo muto, ma soggetto politico in formazione, impossibile da comprimere in un’unica voce.
La narrazione del “ritorno del principe”, rilanciata da parte dei media occidentali, è dolorosa e costa sangue. Serve al regime e serve a un Occidente che continua a voler ipotecare il futuro dell’Iran.
Chi invita gli iraniani a guardare all’esterno o a sognare un leader calato dall’alto offende la dignità di un popolo che combatte sul campo. L’intervento straniero è solo l’altra faccia dell’appeasement che per decenni ha protetto la dittatura: distrugge il Paese, spezza vite umane, ostacola e danneggia il cammino verso la democrazia per cui gli iraniani lottano da più di un secolo.
Il destino della rivoluzione in corso in Iran non si decide più nei salotti né nelle cancellerie occidentali: si decide sul terreno, nella forza del popolo che è deciso a percorrere la strada della libertà fino in fondo. Le immagini dei sacchi neri colmi di corpi senza vita, mostrati in TV nei giorni scorsi, mettono drammaticamente in scena l’arroganza del regime e l’incapacità dei governi occidentali capaci solo di assistere e balbettare dichiarazioni. Quegli stessi governi che nei decenni non hanno fatto altro che praticare la politica di appeasement. La questione iraniana è complessa, ma la chiave della soluzione è nelle mani del popolo iraniano e della sua resistenza organizzata, non in un intervento armato dall’estero.

Il massacro di migliaia di donne e uomini avvenuto in Iran nei giorni scorsi segna un prima e un dopo.
Oggi il popolo è più determinato che mai a rovesciare il regime reazionario dei mullà. È determinato a relegare alla storia questa violenta dittatura come ha fatto con quella monarchica. La rivoluzione iraniana ha la leadership nelle strade del Paese e guida le battaglia di libertà. Il popolo iraniano non è più disposto a sopportare la dittatura. Dalle strade dell’Iran risuona la voce: no all’oppressore, sia mullà che scià.

Esmail Mohades

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