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L’A, quando il dialetto sale in cattedra

Il dialetto aquilano si racconta: l’intervista ad Antonio Fruci, ideatore di L’A.

Il dialetto aquilano entra in aula, raccontandosi nel primo convegno accademico nell’anno della Capitale della Cultura. Ne parliamo con Antonio Fruci, ideatore di L’A e tra gli ospiti del convegno.

C’è un dettaglio piccolo che racconta molto più di quanto sembri: un articolo, un apostrofo, una lettera prima di un nome. Un segno grafico che non è solo grammatica, ma appartenenza, riconoscimento, e spesso anche motivo di diatribe: si scrive all’Aquila o a L’Aquila? Da lì nasce L’A, il progetto ideato da Antonio Fruci che, partendo da un gioco grafico e linguistico, è diventato negli anni una comunità, un archivio affettivo e un modo nuovo di raccontare la città dell’Aquila.

“L’idea di L’A nasce per gioco, per evidenziare una peculiarità: la presenza dell’articolo e dell’apostrofo nel nome della città dell’Aquila“, racconta Antonio Fruci al Capoluogo D’Abruzzo. “Così nella pagina Facebook ho iniziato a pubblicare delle grafiche per promuovere e valorizzare, spero in modo ironico e innovativo, la città, i suoi costumi, le sue tradizioni, la sua cultura e, quindi, anche le varietà linguistiche aquilane”.

Il riscontro è stato immediato: i follower crescono e con loro una comunità che va oltre i confini cittadini. “Fortunatamente, chi ci segue ha apprezzato e adesso sui social siamo una bella comunità che, ovviamente, coinvolge anche aquilani che non vivono più qui oppure persone non aquilane che però hanno vissuto all’Aquila per studio o per lavoro”.

Il dialetto, in questo percorso, non è elemento marginale, ma materia viva con cui lavorare e giocare: “La prima grafica dedicata alla nostra lingua è stata “L’Alfabeto aquilano“, un po’ differente da quello italiano, ad esempio ci sono anche le lettere “SC” e “ST”, ma soprattutto il libro “I love JU“, una sintetica grammatica aquilana illustrata che raccoglie alcune simpatiche grafiche dedicate ai fenomeni linguistici nostrani”. Un modo per avvicinare, senza nostalgia né rigidità, anche chi il dialetto non lo parla più.

A rendere L’A riconoscibile è anche la capacità di immaginare L’Aquila diversa da com’è, senza tradirla. Emblematica in questo senso è la “metropolitana dell’Aquila“, che ancora oggi si può ritrovare in giro per la città, ad esempio in alcune fermate dell’autobus, arrivando persino a diventare una tovaglietta per la colazione. “Immaginando L’Aquila come una grande metropoli, ho realizzato una mappa di fantasia della metropolitana dell’Aquila, tipo quella di Londra, con le fermate tradotte in inglese maccheronico, ad esempio “Collemaggio” diventa “Mayhill“, e alcune volte partendo proprio dal dialetto, come “Campo Felice” che diventa “I Live Happy” e “Via Strinella” che diventa “Little Wind Street“. È stato un gioco divertente, per prendersi un po’ in giro”.

L'A, quando il dialetto sale in cattedra Foto di L’A

“La nostra lingua ha avuto, ed ha ancora, un ruolo di unione nella nostra comunità: soprattutto quando abbiamo purtroppo perso la nostra città, ci siamo aggrappati con forza alla nostra cultura, alta e bassa, e quindi anche al dialetto per sentirci più uniti“, ricorda Antonio Fruci.

In vista di L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026, il dialetto assume un valore ancora più forte e riconosciuto. Non a caso il primo convegno accademico dell’anno inaugurale, “Geolinguistica, dialettologia e digitalizzazione: esperienze a confronto“, è dedicato proprio alla lingua, con particolare attenzione al dialetto aquilano, e tra gli ospiti ci sono Antonio Fruci e L’A. “Per il 2026, mi auguro che questo riconoscimento possa rappresentare un vero volano per noi aquilani, spingendoci a proseguire e a incrementare le attività culturali sul territorio e, perché no, anche in dialetto, come già fanno alcuni gruppi musicali locali, scrittori e attori, esattamente come avviene con successo in molte altre città e regioni italiane”.