Elly Schlein, referendum ad alto rischio
Camere con vista: l’approfondimento politico a cura di Giuseppe Sanzotta. Un referendum è una sfida per la maggioranza. Lo è anche per il governo di Giorgia Meloni? Qui la situazione sembra rovesciata, la prova è sì ad alto rischio, ma per Elly Schlein.
Camere con vista, l’editoriale di Giuseppe Sanzotta. Referendum ad alto rischio per la segretaria del Pd Elly Schlein. Approvare una riforma costituzionale non è cosa facile. Tempi lunghi ed è necessaria una solida maggioranza in Parlamento per la doppia lettura di Camera e Senato. Poi c’è la tagliola del referendum, che in questo caso, a differenza del referendum abrogativo non ha quorum. Ed è quella popolare la prova ad alto rischio, soprattutto per il governo.
Ricordiamo Bettino Craxi quando ci fu il voto popolare sulla modifica della scala mobile a due giorni dal voto annunciò che in caso di sconfitta si sarebbe dimesso immediatamente. Vinse la sfida e non si dimise. Più recentemente un referendum, stavolta costituzionale, è stato amarissimo per un presidente del Consiglio che pure appariva tanto certo del successo che ebbe l’ardire di dire: “se perdo non solo mi dimetto, ma lascio la politica”. Quel presidente era Matteo Renzi, segretario del Pd. Lui aveva bruciato le tappe, giovane segretario aveva subito messo nel mirino il capo del governo, Enrico Letta, anche lui del Pd. Quell’Enrico stai sereno pronunciato dall’ambizioso Matteo è ormai nella storia parlamentare. Renzi si prese la guida del governo, ottenne un risultato storico alle elezioni europee portando il Pd oltre il 40 per cento. Per lasciare il segno voleva modificare la Costituzione, con la fine del bicameralismo perfetto e altro. Cercò e inizialmente anche il supporto di Berlusconi e Forza Italia. Poi la situazione politica si complicò, ma la riforma fu approvata. Inevitabile il referendum che Renzi affrontò con eccessiva sicurezza, legò il suo futuro al successo nel voto popolare forte dei sondaggi e della sua popolarità. La batosta fu pesante, si dimise dal governo. Ma non tenne fede alla promessa, è rimasto in politica, ma quel 41 per cento di quel tempo è rimasto un ricordo lontano e irraggiungibile. Ora si deve accontentare di quel poco più del 2% e se non farà accordi alle prossime politiche non troverà più un posto da senatore e la politica la dovrà lasciare per scelta, ma degli elettori. Insomma, un referendum è una sfida per la maggioranza. Lo è anche per il governo di Giorgia Meloni? Qui la situazione sembra rovesciata, la prova è sì ad alto rischio, ma per Elly Schlein. Si proprio lei, la segretaria del Pd. Stavolta Meloni, memore anche di quanto accaduto a Renzi non ha legato la sorte del governo alla prova referendaria. Ha cercato di spostare l’attenzione sul tema in discussione, cioè la separazione delle carriere dei magistrati e la limitazione delle correnti, evitando di farne un confronto sull’esecutivo.

In questo modo cercando di ottenere due risultati: il primo più evidente e scontato è salvaguardare il governo da una eventuale e, al momento, improbabile sconfitta; il secondo obiettivo, già riuscito, è quello di favorire delle divisioni nel fronte avversario. Questo perché è evidente che la proposta di divisione delle carriere ha sostenitori trasversali. Dunque anche nello schieramento della sinistra. Evitando di fare del referendum una sfida tra centrodestra e centrosinistra, proprio nello schieramento di opposizione si è aperta una falla. Un gruppo di esponenti del centrosinistra e del Pd hanno dato vita a un convegno dal titolo : la sinistra per il sì. E nel fronte del sì ci sono personaggi di rilievo del Pd, tra loro Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento Europeo. Difficile capire quanta presa avrà sugli elettori di sinistra questo gruppo di politici, giuristi e intellettuali, soprattutto perché con il procedere della campagna elettorale i toni si faranno più accesi e il significato politico del voto prenderà il sopravvento sulla discussione sui contenuti. Prevarrà sicuramente il richiamo della propria curva. Ma non c’è dubbio che quanto sta accadendo è un punto a favore per la maggioranza. Punto ancor più pesante perché i sì, stando ai sondaggi, sono in vantaggio, e la sinistra faceva conto proprio sulla campagna elettorale per riaprire la partita. Ma ai nastri di partenza un fronte appare saldamente unito, ed è quello della maggioranza, l’altro invece mostra crepe rendendo sicuramente arduo recuperare lo svantaggio.
Ma all’indomani del voto ci possono essere conseguenze. Una sconfitta del no, sarebbe imputata direttamente al Pd, è la forza più grande e non si è presentata unita. Accadde anche con Renzi. La mancata unità è un messaggio forte alla segretaria, in discussione, non è un mistero, è l’alleanza con i 5Stelle. Alleanza sgradita all’ala moderata del Pd, soprattutto perché si accusa la segreteria di subordinare la linea del partito ai voleri di Conte, Ma la Schlein ha impostato la sua segreteria alla costruzione di quel campo largo nella considerazione che solo una vasta alleanza nel centrosinistra può competere con un centrodestra che, nonostante divergenze palesi, ritrova, al momento del voto, una completa unità. E se dovessero vincere i sì, cosa farà la parte che ha votato in dissenso con la segreteria Elly Schlein? Rivendicherà un proprio ruolo fino a spingersi verso una scissione anche per difendersi dalle inevitabili accuse della maggioranza del partito? Oppure passerà all’attacco della linea politica della segretaria?
E tutto questo a poco più di un anno dall’avvio della campagna elettorale per le politiche che peso avrà nella costruzione di una alleanza che è ancora un cantiere? Così a conti fatti stavolta a rischiare le possibili conseguenze del voto referendario non è il governò e il presidente del Consiglio, ma il maggior esponente dell’opposizione e il maggior partito d’opposizione.







