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13 gennaio 1915, il terremoto che cancellò Avezzano

Il suono della sirena, ogni mattina del 13 gennaio, ricorda la pagina più buia della storia di Avezzano e della Marsica: quando un disastroso terremoto lasciò in piedi solo una casa. Intorno solo macerie e tantissimo freddo

TERREMOTO DI AVEZZANO – Alle 7.48 del 13 gennaio 1915 la Marsica smise di respirare. Una scossa violentissima, una delle più devastanti della storia sismica italiana, cancellò Avezzano e decine di altri centri, spezzando circa 30mila vite in pochi interminabili secondi.

Questa mattina, alla stessa ora, la sirena della torre del palazzo comunale tornerà a suonare: non per rievocare il dolore, ma per ricordare una ferita che ha cambiato per sempre il volto e il destino di un territorio.
Avezzano fu rasa al suolo quasi completamente. Alla luce dell’alba, tra cumuli di macerie e silenzi irreali, una sola casa restava in piedi, in via Garibaldi, oltre ad altre abitazioni in cui si salvò soltanto il piano terra.
A salvarsi fu un edificio semplice: due piani, una struttura in cemento armato quando quasi tutto intorno era costruito in muratura fragile. Quella casa, oggi monumento nazionale, ha attirato per oltre un secolo studiosi da ogni parte del mondo: Giappone, Stati Uniti, Germania, Brasile. Tutti a studiare come una scala elicoidale interna, una sorta di pilastro continuo, riuscì ad assorbire l’energia della scossa di magnitudo 7 Richter, salvando l’unico edificio rimasto in piedi in una città annientata.

Avezzano Villa Palazzi

Il bilancio umano fu spaventoso. Avezzano perse circa il 90% della popolazione. I pochi giovani sopravvissuti non ebbero nemmeno il tempo di elaborare il lutto: l’Italia era alle porte della Prima guerra mondiale e furono chiamati al fronte. La città si ritrovò svuotata, senza forze, senza braccia, senza una generazione intera. E mentre i soccorsi tardavano ad arrivare – rallentati dalle strade distrutte, dall’isolamento geografico e da un freddo rigidissimo che rese ancora più drammatici i primi giorni subito dopo il terremoto – tra le macerie si combatteva anche contro la neve, il gelo e la disperazione.

terremoto di avezzano

A restituire la dimensione umana di quelle ore è anche il racconto di chi, negli anni, ha custodito la memoria orale della tragedia. Nell’articolo pubblicato dal Capoluogo nel 2021 , Giovanbattista Pitoni geometra e storico di Avezzano ricordava una città “trasformata in un campo di rovine e l’odore acre della polvere che si mescolava al gelo”.
I superstiti vagavano tra le macerie chiamando i nomi dei familiari, mentre i lamenti arrivavano da sotto i crolli per giorni interi. “Mancavano mezzi, uomini, organizzazione: i soccorsi arrivarono tardi e a fatica, rallentati dalla distruzione delle vie di comunicazione e dalle temperature rigidissime che segnarono quei giorni di gennaio. Molti morirono non solo per le ferite, ma per il freddo e per l’impossibilità di ricevere aiuto in tempo”.
Un dramma nel dramma, consumato nel silenzio di una Marsica isolata dal resto del Paese.

La ricostruzione arrivò, ma seguì strade impensabili.

Nel 1916 il governo decise di installare ad Avezzano il più grande campo di prigionia austro-ungarico del Centro Italia. Migliaia di prigionieri furono impiegati nella rimozione delle macerie e nella costruzione della nuova città. Strade, edifici pubblici, infrastrutture, bonifiche dei fiumi, riforestazioni sul Monte Salviano: una ricostruzione lenta, durissima, che passò anche da mani straniere e da una città che doveva reinventarsi mentre l’Europa bruciava sotto le bombe.

A distanza di 111 anni, Avezzano continua a fare i conti con quella mattina di gennaio. Non come un rituale stanco, ma come un esercizio di memoria collettiva. Le commemorazioni del 2026 si inseriscono in questo solco: un percorso che unisce il ricordo delle vittime, la riflessione sul significato del terremoto oggi e il coinvolgimento delle nuove generazioni, tra memoria storica, tecnologia e protezione civile. Dalla cerimonia ufficiale al Memoriale sul Salviano alle iniziative in città, il 13 gennaio resta una data che non appartiene solo al passato.
Perché il terremoto di Avezzano non è solo una tragedia da ricordare. È una lezione ancora aperta, scritta nella pietra, nel freddo di quei giorni, in una casa rimasta in piedi quando tutto intorno crollava. E nel suono di una sirena che, ogni anno, torna a chiedere silenzio e rispetto.