E se domani la cultura da sola non bastasse?
E SE DOMANI – Da Matera, Capitale europea della Cultura nel 2019, al Bilbao Effect. Ora tocca all’Aquila: se il 2026 sarà l’anno della Cultura, il 2027 sarà quello della verità.
E se domani la cultura da sola non bastasse?
In occasione del grande appuntamento che attende la città di L’Aquila sabato 17 gennaio, con l’inaugurazione ufficiale (alla presenza del Presidente Mattarella e del Ministro Giuli) dell’anno da Capitale Italiana della Cultura 2026, mi sono messo a studiare un po’ di dati e casi in giro per l’Italia e l’Europa per capire se con questa benedetta cultura… ci si mangia oppure no. Così, per questo nuovo spazio firmato “E se domani”, sono venuti fuori alcuni spunti interessanti che voglio condividere con voi, per capire insieme come massimizzare e sfruttare al meglio questa importante carta che ci ritroviamo tra le mani, pronta per essere giocata sul tavolo (e si sa: la briscola non basta averla, bisogna sapere come e quando calarla!).
Numeri “da leva”… ma la domanda vera è un’altra
Il sito ufficiale della Capitale Italiana della Cultura parla di un programma annuale importante e in continua crescita: oltre 300 eventi, 100 location e più di 300 giorni di programmazione. Se mantenuti, sono numeri “da leva” per attivare flussi e filiere.
Insomma, avrete capito che — almeno per una volta — non sarà una settimana di festeggiamenti: sarà un intero anno che proverà a cambiare la routine.
La domanda vera però non sarà quanti eventi si faranno, ma quanti legami, imprese e competenze resteranno quando le luci si spegneranno.
Matera, l’esempio che tutti citano (e un motivo c’è)
Nella misteriosa e sconosciuta Basilicata, la nomina di Matera (avvenuta nel 2014) come Capitale Europea della Cultura 2019 ha avuto un impatto incredibile: parliamo di quasi +200% di presenze turistiche in un quinquennio. Numeri che non sono poi scemati più di tanto negli anni a venire.
Ma (e c’è un ma) tutto questo non è successo solo grazie a un’etichetta appiccicata sul frontespizio di un dépliant o del sito comunale: è stato possibile grazie a un mix composto da reputazione + domanda + investimenti.
Attenzione: il turismo non è una politica industriale
Non basta arrivare primi alla giornata conclusiva di selezione per svoltare definitivamente, perché il boom può rivelarsi momentaneo e comunque fragile.
Se finisce tutto in “posti letto e spritz”, il territorio resta povero ugualmente… solo più affollato.
Un recente documento dell’OCSE fa una cosa utile: mette ordine nei meccanismi e nelle condizioni di successo della rigenerazione culture-led(cultura come leva di trasformazione del luogo). Quello che emerge è che non basta “programmare”: servono governance, infrastrutture e accessibilità, competenze e filiere locali, inclusione (residenti dentro, non solo turisti), strategia di lungo periodo.
Il rischio del “Bilbao effect”
Una mancanza di strategia olistica e integrata, che punta solo sulla parte spettacolare, può portare al cosiddetto “Bilbao effect”: un meccanismo perverso che affligge le città che provano a replicare solo la parte “markettara e scenica” della città spagnola (ossia la presenza di un gigante ingombrante e rumoroso come il museo Guggenheim che, nel solo 2023, ha portato 1,32 milioni di visitatori). Sono state tante le città nel mondo che hanno capito male la lezione, riducendola a:
“Facciamo anche noi un edificio iconico → arrivano turisti → boom economico”.
In realtà Bilbao è stata un caso particolare, dove il museo è stato un acceleratore dentro una strategia molto più grande, fatta di:
-rigenerazione del waterfront e aree industriali dismesse
-grandi infrastrutture e mobilità (metropolitana, aeroporto, ecc.)
-governance stabile e capacità di eseguire un piano pluriennale
-un soggetto dedicato alla rigenerazione (Bilbao Ría 2000) attivo già dal 1992
Un’intervista (molto chiara) lo dice senza giri di parole: per molti “l’effetto Bilbao è il Guggenheim”, ma i pianificatori urbani sanno che molti progetti chiave erano già partiti prima e sono continuati dopo.
Perché “replicarlo” spesso fallisce.
Perché la ricetta “museo iconico = rinascita” non è scalabile. Le ragioni tipiche sono:
Manca il contesto: se la città non ha accessibilità, filiere turistiche, servizi e sicurezza urbana, il museo resta un “oggetto” isolato.
Manca la governance: Bilbao ha avuto continuità strategica e strumenti operativi, molte città no.
Manca il contenuto/gestione: l’architettura da sola non regge nel tempo; serve programmazione forte e un modello operativo efficiente.
Costi e opportunità: investire tanto in un “landmark” può togliere risorse ad altro (servizi, abitare, trasporti, imprese) e, se l’effetto non parte, restano solo i costi.
E se domani la cultura fosse un’infrastruttura?
La vera partita si riuscirà a vincere soltanto se la cultura sarà intesa come infrastruttura sociale: competenze, rete tra attori, spazi riusati, impresa creativa, attrazione di persone.
Se la cultura crea:
capacità organizzativa
filiere economiche locali
servizi e vivibilità
…allora cambia davvero un territorio. Perché la cultura può essere benzina, ma se il motore non c’è… brucia e basta.
Il 2026 è la festa. Il 2027 è la verità.
Godiamoci questo anno di appuntamenti, spettacoli, fermento e tanta gente. Ma non dovremo accontentarci di fare eventi: serve lasciare competenze, infrastrutture, imprese, identità.
Perché sì: il 2026 sarà l’anno della festa, ma il 2027 sarà l’anno della verità.
Buona Capitale della Cultura a tutte e tutti — e cerchiamo di cogliere l’attimo per provare a dare un’identità (e quindi un futuro) alla nostra città.
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