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E se domani l’uguaglianza si trasformasse in omologazione?

Torna la rubrica E se domani di Riccardo Cicerone: quando il mondo funziona meglio ma rischia di perdere ciò che lo rende umano

E se domani l’uguaglianza si trasformasse in omologazione? Nuovo appuntamento con la rubrica a cura di Riccardo Cicerone

E se domani l’uguaglianza si trasformasse in omologazione?

In questi giorni di pausa dalle festività ho avuto tempo da dedicare, un po’ come tutti, a finire (e iniziare) qualche libro e qualche serie TV.

Ovviamente siamo in periodo Stranger Things, con gli ultimi episodi della quinta e finale stagione, e ovviamente non mi sono perso l’occasione di vedere anche io come vanno a finire le storie “sottosopra” dei ragazzi di Hawkins.

Ma quello che mi ha stupito di più non viene dal catalogo della grande N rossa: viene dal paniere, sempre pieno di qualità, di Apple TV+.

Vince Gilligan è tornato (e non delude)
Avevo sentito che Vince Gilligan, autore e regista delle due colossali serie con la S maiuscola (Breaking Bad e Better Call Saul), fosse tornato in pista con un nuovo progetto, questa volta ospitato dalla produzione di Cupertino.

Questa collaborazione ha partorito una serie TV che si chiama Pluribus e che, a mio parere, già solo dopo la prima stagione (ovviamente tutta già vista) si piazza nell’olimpo e nella top ten delle migliori serie mai realizzate.

Lo stile “breakinbaddiano” di Gilligan, pur cambiando storia e servizio di streaming, rimane sempre lo stesso: le riprese, i momenti, i dettagli e quell’aria non spiccatamente surreale ma che, in fondo, domina la scena.

Ma al di là del mood, che ai nostalgici delle vicende di Walter White e Saul Goodman fa sempre piacere percepire, è la genialità di Gilligan che non delude. Anzi: stupisce nuovamente, e in grande.

Pluribus: “dai molti, uno”
Pluribus, la cui protagonista è l’attrice Rhea Seehorn (già nota a molti per essere la compagna di Saul nello spin-off a lui dedicato), richiama direttamente il motto in latino “E pluribus unum” “dai molti, uno” (che già basterebbe come dichiarazione politica e filosofica) e parla (tranquilli: lavorerò per non spoilerare nulla) di una trasformazione globale che coinvolge l’umanità intera.

E la cosa interessante è che avviene senza particolari cataclismi. O meglio: sì, ma non come siamo abituati a immaginarli nelle storie hollywoodiane.

Il punto che fa da spunto al mio pezzo di oggi è che quello che mi ha scioccato vedendo la serie viene riassunto in una dichiarazione rilasciata dal regista in un’intervista:

Non mi interessa raccontare il momento in cui tutto esplode, ma quello in cui le persone accettano il cambiamento.

La catastrofe silenziosa: non la fine del mondo, la fine dell’umanesimo
Ad ogni modo (e poi guardandola capirete perché), immedesimandosi nella protagonista viene facile accorgersi di come quel mondo paradossale raccontato nel piccolo schermo dello streaming non sia poi così distante da quello che stiamo vivendo nel reale.

In Pluribus la “catastrofe” arriva in maniera silenziosa.

Non c’è la classica fine del mondo. Non c’è la fine dell’umanità.

C’è la fine dell’umanesimo.

Le persone continuano a vivere normalmente, mentre ciò che le rende uniche si assottiglia. Scompare.

Ed è esattamente ciò che sta accadendo oggi con tecnologia, AI, algoritmi e piattaforme: nessuno ci chiede il permesso, nessuno ci ha fatto firmare un contratto eppure tutti ci siamo adattati.

Gli algoritmi decidono cosa vediamo, cosa diventa un trend, cosa ascoltiamo e addirittura chi amare. E tutto diventa normalità senza che nessuno abbia esplicitamente deciso di accettarlo: è così e basta, perché “funziona meglio”.

Il mondo migliora… ma diventa uguale
La globalizzazione economica ma ancor di più culturale sta rendendo il mondo un posto migliore, forse, ma anche uguale.

I centri storici sono pieni delle stesse catene, degli stessi arredi, degli stessi format (food, retail, servizi), con il paradosso che le città diventano “interfacce”: funzionali, riconoscibili e replicabili.

Se scendi dal treno bendato, potresti non capire più se sei a Torino, Barcellona o Lisbona.

È questo il mondo pluribus: tanti posti, una sola esperienza.

Un tempo i nostri desideri nascevano da contesti come la famiglia, la comunità, il territorio. Oggi invece i desideri sono scaricati: trend, estetiche, modelli di successo e persino linguaggi.

Non solo compriamo gli stessi prodotti: vogliamo le stesse cose.

Non ci omologano con la forza. Ci omologano con l’aspirazione.

Quando “funzionare meglio” vale più che “essere diversi”
Nella serie il paradosso è che questa pseudo-catastrofe ha lo scopo di migliorare l’uomo e il suo rapporto con i suoi simili, con gli animali e con l’ambiente.

Ma alla fine cosa resta dell’individuo in un sistema che tende all’efficienza e al miglioramento?

Cosa perdiamo davvero quando “funzionare meglio” diventa più importante che “essere diversi”?

La genialità di Gilligan è che non ti dice se sia giusto o sbagliato. Ti mostra quanto sia facile lasciar correre.

Io vorrei continuare a scrivere e scrivere ancora, ma non riuscirei a non rovinarvi questo capolavoro.

La vera domanda
Quello che voglio dire (ed è un tema che comincia a tornare spesso nei miei ultimi pezzi) è che dobbiamo fare attenzione a non perdere la nostra identità a favore di un’omologazione che ha paura delle differenze e delle individualità: o perché le vuole tutelare, o perché le vuole cancellare.

Altrimenti rischieremo di scambiare il rispetto delle differenze con la loro sterilizzazione.

L’identità non può diventare un bug.

E tu che ne pensi?

Hai mai avuto la sensazione che “tutto funzioni meglio”… ma che, sotto sotto, stiamo diventando tutti uguali? Scrivimi il tuo punto di vista a esedomani.blog@gmail.com.

E se domani