Logo
Raccontare la violenza di genere: le parole contano

Dalla Sala Consiliare di Sulmona, il Capoluogo ha guidato un dialogo tra giornalisti ed esperti sul peso delle parole nella violenza di genere. L’obiettivo: costruire narrazioni che proteggono e non espongono, all’interno di una responsabilità collettiva.

La violenza non aspetta date, e neppure le parole possono farlo. Raccontare la violenza di genere nella giusta maniera è una responsabilità quotidiana che in una redazione come quella del Capoluogo si misura nei giorni ordinari: in quei giorni in cui arrivano notizie difficili, richieste di aiuto, storie che coinvolgono minori.

Il Capoluogo ha chiamato a raccolta giornalisti, operatrici e professionisti nella Sala Consiliare del Comune di Sulmona per condividere strumenti e riflettere sul peso delle parole, in un corso deontologico valido ai fini della formazione professionale.

Un pomeriggio denso e intenso, partito dalla consapevolezza che ogni scelta linguistica contribuisce a costruire o a distorcere la percezione pubblica della violenza. Un titolo o una formula che attribuisce a dinamiche di coppia la responsabilità di un’aggressione finisce per deresponsabilizzare chi la agisce e per spostare l’attenzione sulla vittima.
La cronaca è piena di titoli di questo tipo: Uccide la compagna, lei voleva lasciarloNe abbiamo sempre letti, probabilmente anche scritti: ma non è fornendo una motivazione, un virgolettato, che restituiamo giustizia a una realtà che non ammette attenuanti. La violenza non può essere giustificata, mai: e noi giornalisti siamo chiamati a fare la nostra parte.

Gli strumenti li abbiamo. La Convenzione di Istanbul, all’articolo 17, affida ai media un ruolo attivo nel prevenire la violenza e nel rafforzare il rispetto della dignità delle donne, un principio che attraversa ogni aspetto del lavoro giornalistico: cosa dire, cosa omettere, come contestualizzare. Il Manifesto di Venezia è un decalogo che invita a un’informazione corretta e consapevole sulla violenza di genere: al punto 10, dà una precisa indicazione sulle parole da non utilizzare nello scrivere di violenza: da raptus a gelosia, passando per passione e amore… perchè la violenza non è amore.
La Carta di Treviso dà ai giornalisti linee guide precise sulla tutela dei minori: i bambini non sono elementi accessori di un racconto, e le cronache recenti di Sulmona hanno mostrato quanto una narrazione sbagliata possa ferire e rivittimizzare chi ha subito violenza.  Protezione, prudenza, rispetto dei tempi delle persone coinvolte sono le coordinate necessarie quando una storia riguardante minori arriva in redazione.

Dentro questo quadro si sono inserite, nel corso del pomeriggio, le riflessioni dei relatori. David Filieri, direttore del Capoluogo, ha richiamato la radice culturale della violenza e l’esigenza di un giornalismo che non alimenti polarizzazioni. “La violenza di genere è un tema delicatissimo, perché nasce dentro strutture culturali profonde. Il compito del giornalista è non aggiungere tensione, non alimentare lo scontro tra tifoserie che nel Paese si stanno irrigidendo, ma riportare il dibattito alla complessità che merita”.
La psicologa Chiara Gioia ha sottolineato il valore della narrazione come forma di conoscenza, capace di offrire alle vittime un appiglio per riconoscere la violenza e cercare aiuto. “Raccontare non significa solo riportare i fatti. Significa dare forma alla violenza, renderla comprensibile, togliere ogni giustificazione che rischia di attenuarla. Una narrazione corretta può aiutare le donne a riconoscere ciò che stanno vivendo e a trovare il coraggio di uscirne” ha sottolineato. Gioia ha richiamato anche il rischio della violenza che si consuma sui social, dove sexting, grooming e revenge porn diventano strumenti di controllo e sopraffazione, soprattutto tra le più giovani, con ricadute profonde sulla percezione di sé e sulla possibilità di chiedere aiuto.

L’intervento di Gianna Tollis, presidente del Centro Antiviolenza La Diosa e pediatra, ha evidenziato l’impatto del linguaggio nel raccontare la violenza assistita e l’abuso sui minori, nodi che richiedono uno sguardo costante e mai superficiale. Tollis ha richiamato il caso della minore di Sulmona, che ha seguito da vicino, ricordando come i segnali d’allarme fossero evidenti anche prima che la giovane denunciasse: il disagio nel gruppo dei ragazzi coinvolti, la mancanza di controllo, le dinamiche che si stavano consolidando senza che nessuno riuscisse a intercettarle per tempo. Ma anche il racconto giornalistico può diventare una forma ulteriore di violenza se non è accurato: definire una vittima “minore all’epoca dei fatti, oggi maggiorenne”, osserva Tollis, “attenua la portata dell’abuso, quasi a ridimensionarlo. È un meccanismo linguistico che affonda in una cultura patriarcale sedimentata e che va riconosciuto ed estirpato, perché ogni parola deve restituire la gravità della violenza e non contribuire a normalizzarla”.

In questa direzione è giunto un contributo importante anche da Germana D’Orazio, consigliera dell’Ordine dei Giornalisti, che ha richiamato il principio di continenza: usare le parole giuste, evitare dettagli che non aggiungono comprensione ma rischiano di trasformare il racconto in esposizione. Ha sottolineato quanto sia necessario affidarsi agli approfondimenti forniti da esperti e professionisti, perché una narrazione accurata non nasce dall’enfasi ma dalla competenza e dal rispetto.

L’intervento di Pieremidio Bianchi, già Vice Questore Aggiunto e consulente esterno del Numero Unico di Emergenza 112, ha riportato infine l’attenzione sulle procedure operative, elementi che incidono direttamente sulla protezione della vittima e sull’efficacia del primo intervento. “Linguaggio, narrazione e prassi operative non sono aspetti accessori, ma parti dello stesso processo, visto che ogni scelta può evitare una vittimizzazione ulteriore o, al contrario, amplificarla”. Bianchi ha poi illustrato il funzionamento del 112, sottolineando quanto sia decisiva la qualità dell’accoglienza e della prima risposta, soprattutto nei casi di violenza domestica e di genere, dove emergono dinamiche di possesso che devono essere riconosciute e nominate.

Un incontro che ha consentito di mettere a fattor comune esperienze professionali diverse, offrendo ai giornalisti strumenti concreti per una comunicazione accurata e rispettosa.
I dati Istat indicano che una donna su tre ha subìto violenza nel corso della vita, con un aumento significativo tra giovani e giovanissime. È un segnale che conferma la radice culturale del fenomeno e la necessità di un lavoro continuo, condiviso, capace di riconoscere i segnali prima che diventino irreversibili.

La violenza non nasce all’improvviso: cresce dentro dinamiche che spesso vengono minimizzate, giustificate, normalizzate anche attraverso il linguaggio. Per questo, il richiamo emerso nell’incontro attraversa tutto il lavoro dei media e restituisce un principio semplice: ogni parola può aprire o chiudere uno spazio di sicurezza. La differenza si costruisce nello sguardo, nel linguaggio, nella cura con cui si sceglie di raccontare.

violenza di genere, corso sulmona ordine dei giornalisti