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Scuola pubblica tra scioperi e mobilitazioni studentesche, un mondo da difendere

Mobilitazioni studentesche e scioperi riaccendono il dibattito sul ruolo della scuola pubblica. L’intervista al professor Edoardo Puglielli.

In un periodo di diffuse mobilitazioni studentesche e scioperi del personale scolastico, torna ad imporsi nel dibattitto pubblico il tema della qualità e della difesa della scuola pubblica. Ne abbiamo parlato con Edoardo Puglielli, professore associato presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università dell’Aquila.

“Dal ministro Luigi Berlinguer al ministro GiuseppeValditara la politica scolastica resta essenzialmente la stessa. Anche Mario Draghi, nel settembre 2024, ha sostenuto che “i sistemi di istruzione e formazione devono essere resi più reattivi ai cambiamenti del mercato del lavoro. La revisione dei programmi di studio, con il coinvolgimento di datori di lavoro e altre parti interessate, risulta fondamentale per adattare l’offerta formativa alle esigenze individuate dalla skills intelligence””, così racconta il professore Edoardo Puglielli ai microfoni de Il Capoluogo, a seguito degli scioperi e mobilitazioni studentesche che hanno coinvolto la scuola pubblica di recente. “Una vecchia storia, iniziata con la pubblicazione del “Libro bianco” del 1993, dove si affermava la necessità del modello di istruzione/educazione per la competitività. Da quel momento in poi hanno fatto irruzione nel dibattito di politica scolastica e poi nelle circolari, nelle norme, nelle varie indicazioni, nella ricerca didattica e pedagogica ecc., parole come autonomia didattica e organizzativa, piano dell’offerta formativa, competenze e orientamento, comunità educante, formazione continua dei docenti, lifelong learning… e chi più ne ha più ne metta. Questo percorso – che ha sottoposto la scuola pubblica italiana ad un processo di “innovazione e sperimentazione continue”, ad una vera e propria “riforma permanente” di cui non si vede mai la fine – è stato sostenuto non solo da politici ed economisti ma anche da pedagogisti, didattisti e tecnologi dell’educazione che hanno reso parte della ricerca pedagogica ancella dell’economia di mercato e della razionalità neoliberale (si pensi solo alle pedagogie delle competenze e dell’occupabilità, oggi egemoni)”.

Quali sono le conseguenze?
“La scuola pubblica, da una simile prospettiva, non deve essere più “scuola della Costituzione”. La scuola pubblica della Costituzione era essenzialmente deputata all’elevazione della cultura delle masse, al riscatto delle masse dalla subalternità ideologico-culturale, alla crescita del grado di consapevolezza dei ceti subalterni; in altre parole: all’alfabetizzazione alle culture disciplinari (necessaria per poter interpretare l’esperienza), alla trasmissione di conoscenza (necessaria per la conquista di una certa autonomia culturale), alla formazione di un’opinione pubblica autonoma e critica. L’istruzione scolastica, secondo i principi della Costituzione, avrebbe dovuto mettere in grado ogni cittadino di esercitare (almeno potenzialmente) la funzione di dirigente politico, assicurandogli l’apprendimento delle capacità necessarie per questo scopo; in una società realmente democratica, aveva spiegato anche Antonio Gramsci, tutti i cittadini devono essere formati come potenziali dirigenti, cosicché, anche se non diventeranno effettivamente tali, saranno però in grado di controllare chi dirige. Questo, ovviamente, non esclude la selezione dei migliori candidati alla effettiva dirigenza (di qui l’importanza della selezione fondata sul merito), ma esclude che ciò avvenga sulla base di una predestinazione sociale. Inoltre, permette a chi non sarà effettivamente dirigente di possedere comunque una mentalità da dirigente, anziché da subalterno, e quindi di poter partecipare attivamente alla vita democratica, di essere in grado di controllare e di giudicare razionalmente chi dirige, così da decidere autonomamente se dargli o meno il proprio consenso. Attualmente, invece, l’azione della scuola pubblica sembra mirare a un altro obiettivo: realizzare la “inclusione subalterna delle masse” (il concetto è di Abdelmalek Sayad). Tutti devono essere inclusi nell’orizzonte culturale e simbolico del “realismo capitalista” (così Mark Fisher)”.

Ci sono stati intellettuali che hanno intravisto e denunciato i rischi di tale metamorfosi?
“Possiamo ricordare il sociologo Luciano Gallino, che in un libro del 2015 (Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti) metteva in rilievo che:

A partire dagli anni Ottanta […] l’attacco alla scuola […] è stato condotto dai governi e dalle istituzioni della Ue a colpi di riforme, aventi come principio ispiratore la trasformazione di esse in organizzazioni del tutto simili a un’impresa. Per legittimare una simile trasformazione sono stati utilizzati lo spauracchio della perdita di competitività nei confronti dei paesi emergenti; la necessità di difendere e migliorare la posizione del proprio paese negli scambi internazionali; e non da ultimo l’urgenza di combattere la disoccupazione. L’intero sistema, scuola e università, doveva essere ristrutturato come un’impresa che crea e accumula “capitale umano”
[…], un sistema la cui finalità non consiste affatto nel formare cittadini o ricercatori o studiosi, ma è piuttosto quella di formare individui che sin dagli inizi della loro formazione […] si concepiscano come “imprenditori di se stessi” […], che si pongano come supremo principio da seguire la produzione in se stessi di “competenze” utili ad accrescere il Pil.

Il modello dell’istruzione/educazione per la competitività è dunque finalizzato alla formazione di “capitale umano”, funzionale al vigente processo che il geografo David Harvey ha definito di “accumulazione capitalistica flessibile”. Questo significa che l’istruzione per la competitività è il modello educativo di un regime produttivo fondato sulla delocalizzazione, sulla polverizzazione dei diritti al lavoro e del lavoro, su politiche salariali deflattive, sul lavoro intermittente e a basso valore aggiunto”.

Sciopero degli studenti all'Aquila

In Italia, quando ha avuto inizio questa trasformazione della scuola?
“Il modello dell’istruzione per la competitività viene introdotto in Italia insieme alla precarizzazione del lavoro (1997) con l’autonomia scolastica (1997-1999). L’autonomia scolastica altro non è che la piena integrazione della scuola nel capitalismo: nella sua logica, nelle sue dinamiche riproduttive, nei suoi obiettivi. È la scuola deputata alla formazione del capitale umano, dotato delle competenze basilari richieste dall’organizzazione flessibile della forza-lavoro. È la scuola che da “organo costituzionale” (così la definiva Calamandrei) si ristruttura in agenzia formativa per l’occupabilità e la competitività. Secondo il paradigma della “occupabilità” e della competitività, l’obiettivo della scuola pubblica non deve essere più l’inclusione in un curriculum di studi intellettualmente organico, grazie al quale lo studente può conquistare livelli culturali superiori, apprendere un lavoro (specifico o generale), sviluppare la formazione della cittadinanza democratica. Secondo il paradigma della “occupabilità”, lo studente deve assimilare pacchetti di nozioni basilari per poter affrontare di volta in volta le situazioni mutevoli determinate dall’organizzazione flessibile del lavoro (competenze): i futuri lavoratori, infatti, dovranno essere permanentemente “occupabili”, non stabilmente occupati; dovranno continuamente acquisire (acquistare?) “saperi ad uso e smaltimento istantaneo” (così Bauman) sul mercato della formazione continua e permanente; anche se tale formazione permanente non porterà mai a nessuna stabilità economica e a nessuna realizzazione lavorativa e personale; anche se tale formazione continua porterà a impieghi ancor più precari e casuali e ancor meno retribuiti. E non solo. Lo studente, in questo percorso di integrazione nella razionalità neoliberale, deve anche interiorizzazione una morale che vuole convincere che la creazione di posti di lavoro dipenda dalla decisione degli individui di acquisire continuamente competenze e di attivarsi permanentemente per cercare un lavoro (in un libro del 2000, Ettore Gelpi parlava della diffusione di “un’ideologia che propone il mito della formazione come risposta alla mancanza di occupazione”); una morale che, per conseguenza, colloca le cause dei fallimenti dei singoli non in una organizzazione riproduttiva incapace di garantire stabilità occupazionale, sicurezza sociale e sviluppo personale per tutti, ma nell’individuo non sufficientemente “formato” e – dunque – non sufficientemente “meritevole” di accedere ad una qualche forma di sicurezza occupazionale ed economica (di qui l’ideologia della “meritocrazia”), scaricando così direttamente sulle spalle degli individui il peso (la “colpa”) della loro condizione di disoccupazione e precarietà. La scuola della “autonomia”, in sintesi, rischia di presentarsi come la scuola meno democratica della storia dell’Italia repubblicana: è la scuola che trasforma gli studenti in clienti e consumatori di competenze per l’occupabilità; la scuola che sostituisce sempre più l’istruzione con una miriade di “educazioni” (alla raccolta differenziata, all’ambiente, contro le dipendenze, contro la ludopatia, alla salute, alla sessualità, alla cittadinanza digitale, all’affettività, al codice stradale, ecc. ecc.), nella convinzione che la soluzione delle contraddizioni e delle patologie sociali risieda nelle “educazioni”; è la scuola che riduce i docenti a meri operatori didattici (se non addirittura a “motivatori”, “facilitatori”, “animatori”, “coreografi dell’apprendimento”, ecc.)”.

Siamo di fronte al rischio dell’affermazione di una scuola pubblica di massa “post- democratica”?
“Esattamente. Chi continua a sostenere che per democratizzare la scuola pubblica c’è ancora bisogno di “riforme” e di “innovazioni” forse non ha capito che la vera scuola pubblica democratica è stata la scuola pre-autonomia: conquistata con la Costituzione antifascista, edificata grazie alle lotte di classe degli anni ‘50-’70, depotenziata a partire dalla fine dei ’90. È stata la scuola pre-autonomia a consentire un reale miglioramento delle condizioni culturali e materiali di migliaia di italiani. L’attuale scuola pubblica, ha spiegato molto bene Tommaso Montanari, va “de-riformata”, prima di vederla integralmente trasformata in scuola di massa della “post-democrazia” (la categoria è di Colin Crouch). In assenza di una radicale inversione di marcia, la scuola pubblica rischia di diventare la scuola di chi non ha alternative, ovvero la scuola di chi non potrà comperarsi (o indebitarsi per accedere a) una istruzione privata di qualità (la stessa qualità che la scuola pre-autonomia garantiva gratuitamente a tutti). Per difendere la scuola pubblica occorre ripartire da Gramsci. Il filosofo sardo ha infatti spiegato che il compito di una scuola pubblica democratica non è quello di porsi in continuità con il contesto sociale, riproducendo il senso comune e le ideologie che lo pervadono, bensì quello di assumere un atteggiamento dialettico rispetto ad esso, guidando gli studenti verso una razionalità e una cultura superiori“.