Logo
Dalla panchina rossa a Casa Nora, un anno di Dea Montagna in Valle Subequana

Il progetto Dea Montagna chiude un anno di lavoro tra sensibilizzazione, formazione e rete fra istituzioni. Casa Nora, la prima casa rifugio d’emergenza in zona, diventa la protezione che prima non c’era per fuggire alla violenza

Dea Montagna ha lasciato in eredità alla Valle Subequana Casa Nora, la prima casa rifugio d’emergenza della valle, nata per proteggere chi deve allontanarsi subito dalla violenza. Un anno di lavoro sul territorio, iniziato con la panchina rossa e proseguito nei paesi della Valle Subequana con incontri, ascolto e relazioni.

dea montagna

Un anno fa, davanti alla sede dell’Unione Montana Sirentina, l’inaugurazione della panchina rossa aveva aperto un percorso. Un invito alla memoria e alla consapevolezza, un gesto semplice che riportava il tema della violenza sulle donne dentro la vita dei paesi, in quei luoghi dove spesso si preferisce non guardare. Ieri quel percorso è tornato dove era nato, con la restituzione del progetto Dea Montagna.

È stato un anno di lavoro continuo, con interventi che hanno attraversato la Valle Subequana portando sensibilizzazione, formazione, accoglienza e orientamento al lavoro. Il progetto ha puntato a rafforzare sicurezza, autonomia e consapevolezza delle donne che vivono situazioni di violenza, generando un impatto reale sulle comunità.
“Ci siamo sempre state, anche quando davanti avevamo poche persone. Esserci ha fatto la differenza”, ricorda Gianna Tollis, presidente dell’associazione La Diosa, insieme a Marialuisa Santilli e Paola Colucci, assistente sociale e psicologa del team. “Oggi molti amministratori riconoscono il tema e lo riportano ai loro concittadini. Anche questo è un segnale di cambiamento”.
Dea Montagna, sostenuto da ActionAid e dalla Fondazione Realizza il Cambiamento nell’ambito del programma europeo NORA against GBV, ha trovato una sua dimensione concreta nella vallata grazie al lavoro dell’associazione capofila, delle operatrici, delle professioniste coinvolte e dei partner. Non attività isolate, ma un impegno condiviso che ha coinvolto cittadinanza, istituzioni e associazioni, con i sindaci sempre presenti.

La parte più tangibile del progetto è Casa Nora, la casa rifugio d’emergenza nata per chi deve lasciare la propria abitrazione senza avere una rete a cui appoggiarsi. Un luogo pensato per quelle prime settimane in cui servono sicurezza, discrezione e una rete che si muove subito.
“Quando una donna scappa spesso non ha soldi, documenti, riferimenti” ha ricordato Tollis. “Le case rifugio in regione sono poche e piene. Un bed and breakfast non garantisce protezione. Casa Nora serve a superare quel passaggio iniziale”.
La permanenza è breve e regolata e la donna non si muove da sola: viene attivata una rete composta da operatrici, forze dell’ordine e amministrazioni comunali. La struttura è il risultato di un lavoro complesso portato avanti insieme ai sindaci dei Comuni della Valle.
Resta aperta la questione delle risorse: i fondi di ActionAid sono legati al progetto e ora si avvicina la conclusione. “Se questa casa serve al territorio, occorrono strumenti per mantenerla”, ha ribadito la presidente de La Diosa durante l’incontro.

dea montagna casa nora

Dea Montagna, cosa raccontano i questionari del territorio

Gli incontri di sensibilizzazione nei paesi hanno permesso di raccogliere quasi cento questionari, analizzati da Giulia Ferrante, dottoranda al GSSI. Il quadro è chiaro: la maggior parte delle partecipanti sono donne residenti nella Valle Subequana, con un’età medio-alta. Pochi i giovani, pochissimi gli uomini. È un dato frequente nelle aree interne, dove certi temi restano lontani dalla quotidianità maschile, lì dove il “lavare i panni in casa” è più frequente. Le richieste emerse sono simili da paese a paese. Molte persone chiedono più incontri nei centri più piccoli, strumenti per riconoscere la violenza psicologica ed economica e supporto per parlarne in famiglia, soprattutto con gli adolescenti. In diversi questionari torna la stessa frase: “La cosa più difficile è parlarne in casa”.
Una donna, a Gagliano Aterno, ha scritto: “Sapere che non si è sole fa la differenza”. Una sintesi che parla da sola.

Milena Molozzu, progettista e coordinatrice del partenariato, ha ripercorso la nascita dell’esperienza: un tavolo tra donne con competenze diverse che ha permesso di costruire una rete capace di sostenere la presa in carico delle emergenze e i percorsi di riprogettazione professionale con Piano C. Gli incontri sul territorio hanno raccolto voci, dubbi ed esperienze che oggi compongono un documento di advocacy. Un progetto reso ancora più prezioso dal coinvolgimento delle istituzioni locali: i sindaci dei Comuni partecipanti erano presenti all’incontro, insieme alla consigliera regionale Maria Assunta Rossi, che ha garantito il proprio sostegno al percorso avviato.

dea montagna casa nora

Cristiana Coppellotti, di Piano C, ha riportato l’attenzione su ciò che spesso resta nascosto. “La violenza è un iceberg. Sotto ci sono paura, controllo, solitudine. Lavorare sull’autonomia e sui talenti delle donne è un fattore protettivo. È lì che inizia la possibilità di uscire”, ha detto. Nei percorsi individuali sono emerse storie che non venivano riconosciute come violenza pur avendone i tratti. “Nelle comunità piccole, queste situazioni si confondono facilmente con le abitudini e con il peso delle relazioni. I percorsi sul lavoro e sulle competenze hanno aiutato invece molte donne a guardarsi con più lucidità e a capire che esiste un margine, anche piccolo, per cambiare”.

dea montagna casa nora

Il progetto ha unito scuole, amministrazioni, operatrici e volontarie, rafforzando un tessuto sociale che aveva bisogno di strumenti nuovi.
Di attività ce ne saranno ancora fino alla fine dell’anno, come l’incontro dedicato al cyberbullismo nella scuola secondaria di primo grado di Castelvecchio Subequo, che verrà tenuto nei prossimi giorni da Chiara Parisse, dottoranda in Scienze Politiche presso l’Università di Teramo. Ma le relazioni costruite restano attive.