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E se domani la tua città fosse destinata all’estinzione?

La presenza abitativa non garantisce ricchezza locale per i territori. Basta guardare dove spendiamo i nostri soldi: streaming, carburante, spese nelle grandi catene. Quale destino per le nostre città di provincia?

E se domani la tua città fosse destinata all’estinzione?

Chiariamo subito una cosa: in questo pezzo non sarò drastico, sarò estremamente drastico.
Negli ultimi mesi mi sono reso conto, ogni giorno di più, di come la quasi totalità delle città di provincia, ancor più quelle basate su un’economia di terziario (lavori cognitivi ripetitivi, amministrativi, clericali, back-office: in sintesi, pubblico e servizi), siano destinate a morire nel giro di dieci anni. E forse sono pure ottimista.
Perché i soldi scappano (e dove vanno)

Se ognuno di noi dedicasse un momento a mappare i flussi che il proprio reddito (da lavoro, da pensione, da rendita) prende ogni mese realizzerebbe che pochissima parte di quella ricchezza ricade su attività del proprio territorio.
Non parlo solo di Amazon e di operatori online: parlo di catene nazionali e multinazionali che operano a macchia d’olio. Tra mutuo, utenze, abbonamenti (streaming, internet, intrattenimento), assicurazioni, carburanti, rate auto, spesa nelle grandi catene… quasi nulla resta in imprese locali cioè con sede legale, operativa e/o produttiva all’interno dello stesso ecosistema, non solo provinciale ma anche regionale.
Ciò significa che specie nelle piccole città, che già subiscono il terribile fenomeno dello spopolamento abitativo a causa della sfrenata globalizzazione, si sta affiancando anche lo spolpamento delle risorse economiche e finanziarie.

Presenza abitativa ≠ ricchezza locale

Non basta che le persone vivano in città perché quella città cresca.
Se i consumi non avvengono localmente, la sola presenza abitativa paradossalmente aumenta i costi (sanità, acqua, rifiuti…) senza generare entrate adeguate. È il peggior paradosso: più domanda di servizi pubblici, meno base fiscale sul territorio.

Il “secchio bucato”: economic leakage
Questo fenomeno ha un nome preciso: economic leakageo meglio “il secchio bucato”.
Come un secchio pieno di fori, anche se versi acqua questo continuerà a perderla: le attività non locali drenano ricchezza fuori dal contesto sociale che le genera, dirottandola dove hanno sede i proprietari e le holding.

“Però portano lavoro”: vero… ma non basta
Molti potranno pensare però che le multinazionali portano occupazione nei territori di provincia: sì, ma quello stipendio, a sua volta, esce in gran parte dal territorio e comunque non ripagherà mai la perdita di ricchezza che provoca all’economia locale. Il punto è il moltiplicatore locale (Local multiplier effect): vari studi mostrano che circa il 48–52% di ogni acquisto in un’attività indipendente resta nell’economia locale, contro meno del 14% quando si compra da una catena nazionale/internazionale.

Fate due conti: stiamo impoverendo casa nostra e arricchendo casa d’altri.
Già questo dovrebbe aiutarvi a riflettere su come stiamo inconsapevolmente impoverendo casa nostra e arricchendo casa di qualcun altro. Se a questo fenomeno aggiungiamo che alcune città siano soltanto “territorio di partenza” – e quasi mai “territorio di destinazione” – capirete che per alcune zone il destino è pressoché irreversibile.

Città “di partenza” vs. città “di destinazione”
Aree industrializzate, agricole o ricche di materie prime hanno filiere produttive che riportano indietro almeno una parte dei flussi insieme ai posti di lavoro.
Invece le città fondate solo sui servizi sono più fragili: l’AI sta colpendo prima proprio il terziario (automazione del back-office, assistenza, amministrazione), riducendo gli occupati e togliendo quindi l’unico beneficio rimasto.

Continuando così: destino scritto
Se continueremo a sostenere con scelte di consumo e scelte politiche un modello estrattivo, i “giacimenti” di ricchezza locale si esauriranno e sul territorio non resterà nulla.

Cosa fare (subito)
1) Politiche, non slogan.
Avviare ora incentivi a reti d’impresa locali, filiere corte, cooperative, distretti dell’innovazione; e disincentivi mirati a chi estrae valore senza lasciarne.
2) AI e tecnologia pro-territorio.
Usare dati, integrazioni, logistica e marketing per rafforzare il tessuto locale (non per sostituirlo): piattaforme comuni, CRM condivisi, e-commerce territoriali, consegne di prossimità, data-sharing tra imprese del distretto.
3) Scelte quotidiane che pesano.
Infine, lasciatemelo dire, sforzarci tutti di spostare consapevolmente anche solo il 10-15% in più delle nostre spese medie su realtà locali per sfruttare quel moltiplicatore che darebbe effetti enormi.
Non è autarchia. È sopravvivenza intelligente.
Make Città di Provincia Great Again!