Violenza di genere, educare alle emozioni per contrastarla
Per prevenire la violenza di genere bisogna riconoscere le emozioni: parlarne, sempre, fin da quando si è bambini. E non solo il 25 novembre.
“Le parole non sono innocenti: possono proteggere, ma possono anche ferire, distorcere, nascondere”. Questa consapevolezza guida ogni riflessione sulla violenza di genere, fenomeno complesso che attraversa la società in modi spesso silenziosi e strutturali.
Comprendere e prevenire la violenza di genere significa osservare le sue radici in modo integrato, riconoscendo che diritto, linguaggio, tecnologia ed educazione si intrecciano in un sistema di relazioni che perpetua stereotipi e squilibri di potere.
Parlarne sempre, non solo quando si avvicina il 25 novembre, giornata di sensibilizzazione sul tema della violenza di genere. Con il Capoluogo ne abbiamo parlato a 200 ragazzi presso il cinema Pacifico, a Sulmona, nel corso dell’iniziativa “Se…” organizzata dal Corecom Abruzzo, nella quale abbiamo messo al centro i ragazzi, le loro relazioni con il mondo reale e virtuale, parlando delle opportunità ma anche dei pericoli provenienti dai social. Ed è all’interno di questo orizzonte che si è inserito il convegno Violenza di genere e linguaggio del pregiudizio, svoltosi venerdì 21 novembre al Centro Congressi “L. Zordan” a San Basilio, promosso dal Rotary Club Gran Sasso L’Aquila, in collaborazione con l’Università degli Studi dell’Aquila. Il comitato scientifico, composto dalle avvocate Federica Foglietti, Carla Lettere, Francesca Bafile e dalla prof.ssa Silvia Nanni, ha convocato esperti provenienti dai mondi del diritto, della linguistica, della pedagogia e della tecnologia, per confrontarsi sui molteplici livelli in cui la violenza di genere si manifesta e può essere contrastata.
Uno degli aspetti più insidiosi e attuali riguarda l’impatto delle nuove tecnologie e dei sistemi automatizzati, che, apparentemente neutrali, possono replicare pregiudizi radicati. “Se chiediamo a ChatGPT di generarci l’immagine di un manager, esso ci restituisce l’immagine di un uomo distinto, a braccia conserte, con abito scuro, cravatta e occhiale. Se invece chiediamo l’immagine di un operatore delle pulizie domestiche, il sistema produce quella di una donna, con guanti gialli di gomma, i capelli raccolti e in mano gli strumenti per le pulizie”, spiega l’avv. Francesca Bafile. Questa osservazione mette in luce come la discriminazione algoritmica, se non controllata, possa rafforzare stereotipi di genere, influenzando scelte professionali e sociali: “I database riflettono gli schemi discriminatori di chi li progetta, e gli algoritmi ricalcano i pregiudizi che possono essere incorporati involontariamente o intenzionalmente in essi. La discriminazione algoritmica può manifestarsi in forma diretta, quando un algoritmo esclude esplicitamente individui o gruppi, oppure in forma indiretta, come nel caso dei sistemi automatizzati di selezione dei curriculum in base al genere”.

Il linguaggio giuridico gioca un ruolo altrettanto cruciale nel raccontare e rappresentare la violenza di genere. “Riflettere su questi temi è fondamentale per il lavoro quotidiano che svolgiamo. In ambito giudiziario esistono difficoltà significative quando si parla di violenza di genere e violenza domestica. Per questo c’è un continuo dialogo tra giuristi ed esperti in linguistica, giudiziaria e non. Questa collaborazione porta a un ripensamento dei termini utilizzati nei provvedimenti e negli atti, come anche della loro lunghezza. Si tratta di un atto di trasparenza e di democrazia, anche linguistica, nei confronti del destinatario ultimo: i cittadini”, osserva l’avv. Carla Lettere. Il linguaggio, dunque, non è solo uno strumento tecnico, ma un vettore di equità o di esclusione, capace di influenzare la percezione sociale della gravità dei fatti e la possibilità di tutela delle vittime.
Un altro livello di analisi riguarda l’educazione e la formazione emotiva dei bambini, che plasmano le future identità maschili e femminili. “Questo dimostra l’impegno verso una questione grave, quella della violenza di genere, a cui non va dedicata attenzione solo nella giornata del 25 novembre», afferma il dott. Lorenzo Zaffram. “Non dobbiamo concentrarci solo sulla violenza di genere, ma anche sui contesti di violenza strutturale che agiscono più in profondità. Fondamentale è intervenire fin dall’infanzia, coinvolgendo i bambini come destinatari di un’educazione emotiva consapevole, e allo stesso tempo riconoscere negli uomini adulti la responsabilità di gestire le proprie emozioni e le relazioni con gli altri. Spesso si percepisce la violenza di genere come un problema delle donne, mentre in realtà è degli uomini e le donne ne sono le vittime. Per questo è importante creare un continuum tra educazione, emozioni e prevenzione della violenza. Educare alle emozioni significa permettere ai bambini di comprendere e gestire il proprio stato emotivo e di saper leggere quello degli altri”.
Proprio per questo emerge con forza la necessità di interventi su più livelli: dal governo e dalle istituzioni, ma anche nella scuola e nei centri educativi, è essenziale stimolare un’educazione sessuo-affettiva. Questa non si limita all’informazione sul corpo o sulla sessualità, ma si estende all’educazione alle emozioni, alle relazioni e all’affettività, offrendo strumenti concreti per comprendere e gestire le proprie emozioni, ma anche per riconoscere e rispettare quelle degli altri. Solo in questo modo si possono prevenire forme di violenza che nascono dalla disconnessione emotiva e dal mancato riconoscimento della responsabilità verso l’altro.
La sfida resta dunque complessa, ma imprescindibile: riconoscere responsabilità collettive, educare all’empatia e alla gestione delle emozioni, vigilare sull’uso di strumenti e parole, e stimolare la consapevolezza critica dei contesti educativi, sociali e tecnologici. È un lavoro quotidiano, che deve guardare oltre le ricorrenze simboliche e tradursi in azioni concrete, capaci di incidere sulle vite dei bambini e degli adulti, costruendo una cultura e un futuro in cui la violenza non sia mai normalizzata né giustificata.










