Enrico Melozzi ricorda Peppe Vessicchio, Ha lasciato un segno vero nella musica
“Con lui ho condiviso uno dei momenti più belli della mia carriera”, le parole di Melozzi in ricordo del maestro Vessicchio, scomparso a 69 anni.
Il mondo della musica in lutto per la morte di Peppe Vessicchio. Un fulmine a ciel sereno anche per il maestro abruzzese Enrico Melozzi, che aveva avuto la fortuna di collaborare con lui sul palco di Sanremo.
“La notizia della scomparsa del maestro Peppe Vessicchio è un colpo duro. Sessantanove anni sono un’età in cui si dovrebbe ancora lavorare, studiare, creare, guardare avanti. Stava promuovendo un libro dedicato a Mozart e ai giovani e mi fa male pensare che si sia spento mentre cercava di avvicinare le nuove generazioni alla musica più grande che abbiamo”, inizia con queste parole il commosso messaggio di cordoglio del maestro Enrico Melozzi in ricordo di Peppe Vessicchio, improvvisamente scomparso nella giornata di ieri, 8 novembre.
“Io l’ho conosciuto come tanti italiani, prima da ragazzo che guardava Sanremo. Quando da teenager vedevo Elio e le Storie Tese e lui sul podio a contare ‘uno, due, tre, quattro’, pensavo che dirigere potesse essere qualcosa di poetico e popolare insieme. Era un riferimento, senza che lui lo sapesse. E quando anni dopo ci siamo ritrovati sullo stesso podio, a quattro mani, nella serata cover con Grignani e Arisa, è stato uno dei momenti più belli della mia carriera. Una folla enorme guardava il palco, ma quei secondi prima dell’inizio del brano erano un istante privato: ci abbracciammo, ci ringraziammo a vicenda ed entrammo nella musica. È così che me lo porto dentro”, continua Melozzi.
“Mi stanno già chiedendo dell’ ‘eredità’. Non mi appartiene questa parola. Non esistono eredi. Nella musica non si subentra come in un ufficio postale. Un direttore d’orchestra non è un titolo da assegnare, è un mestiere che si coltiva, è studio, fatica, dedizione, notti in bianco, prove, porte chiuse, conquiste, sconfitte. E soprattutto è servizio. Servizio alla musica, ai compositori, ai musicisti, ai cantanti, al pubblico. Lui ha servito la musica per tutta la vita e l’ha servita con umiltà, competenza, rigore, ironia e fede nel suono vivo, nell’orchestra vera, senza trucchi e senza stampelle elettroniche.
Se proprio dobbiamo parlare di eredità, l’unica che riconosco è questa: difendere la musica come Dio comanda. Con gli strumenti veri, con i musicisti veri, con l’orchestra che respira, senza click, senza l’autotune a fare il lavoro al posto della voce, senza tappeti sintetici messi per coprire le debolezze. Lui la pensava così, io la penso così. È un ideale condiviso, non qualcosa da intestare. Oggi non ho ambizioni né di raccogliere il suo posto, né di sostituire nessuno. Non sono l’erede di niente e di nessuno. Sono un uomo che fa il suo lavoro, come lui l’ha fatto prima di me e come lo faranno altri dopo di noi. Se ho la fortuna di essere stato ispirato da lui e di aver condiviso un podio, già questo per me è molto.
In questo momento penso solo alla sua famiglia, ai suoi affetti, ai suoi musicisti e a tutte le persone che in questi anni hanno fatto musica con lui. Ha lasciato un segno vero e non serve altro”.









