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La famiglia nel bosco e i bambini senza scuola, Serve accompagnamento non giudizio

Fa discutere la notizia della famiglia che vive isolata nel bosco, “Capiamo cosa è davvero importante per i bambini”, evidenzia l’esperta.

Vivere nel bosco e dire no alla scuola: la notizia della famiglia che ha scelto l’unschooling è arrivata sulle pagine di cronaca nazionale.
“Non bisogna puntare il dito a prescindere e senza informarsi. I genitori andrebbero accompagnati affinché capiscano che è importante garantire nuovi contesti di socializzazione ai loro figli”. 

Ha suscitato un forte clamore la vicenda della famiglia che ha scelto di vivere isolata nei boschi del Vastese, rinunciando a luce e acqua calda e, soprattutto, alla scuola per i tre figli. A far emergere la storia è stato un episodio fortuito: un’intossicazione da funghi raccolti nel bosco, che ha portato i cinque componenti della famiglia in pronto soccorso. Da lì il sopralluogo dei Carabinieri nel casolare e l’intervento della Procura per i minorenni dell’Aquila, che ha ipotizzato un “grave pregiudizio” per i minori, legato sia alle condizioni abitative sia alla mancata frequenza scolastica.

I genitori, Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, hanno difeso pubblicamente la loro scelta attraverso una lettera in cui spiegano la filosofia educativa alla base del loro stile di vita: un rifiuto totale del sistema formativo occidentale. Per provare la validità del percorso intrapreso, hanno depositato un certificato di idoneità scolastica della figlia maggiore. Catherine, 45 anni, australiana, racconta di essere cresciuta in una famiglia cattolica “rigida” e di aver vissuto la scuola come fonte di infelicità e disagio. Dopo anni di viaggi come addestratrice di dressage, dice di aver conosciuto culture “più legate ai figli”, in cui i bambini manifestano “compassione, calma e consapevolezza” sconosciute in Occidente. Da queste esperienze sarebbe nata la scelta dell’unschooling, una forma di istruzione familiare che rifiuta il modello scolastico tradizionale.

Sul caso è intervenuta la psicologa e psicoterapeuta aquilana Chiara Gioia, che invita a non giudicare superficialmente: “Prima di puntare il dito, dovremmo chiederci perché questa storia ci colpisca tanto. Siamo immersi in una società consumistica, mentre questa famiglia richiama un modo di vivere che appartiene al passato, ai racconti dei nostri nonni. Ma il punto centrale è un altro: cosa è davvero importante per questi bambini? È su questo che occorre concentrarsi, valutando le reali capacità e funzionalità genitoriali della coppia”.

Secondo Gioia, l’attenzione pubblica si è concentrata soprattutto sull’assenza di istruzione scolastica, un tema effettivamente cruciale. “La scuola è la prima agenzia educativa insieme alla famiglia. Garantisce uno sviluppo equilibrato sul piano cognitivo, relazionale e sociale. Privarne un bambino significa inevitabilmente creare un vuoto, cioè quella mancanza che toglie ai minori l’opportunità dei acquisire e sviluppare sicurezza in sé stessi: perché l’incontro/scontro/confronto con l’altro porta inevitabilmente a conoscere parti di sé che diversamente non sarebbe possibile conoscere, nutrire e gestire. Tuttavia, se – come sembra – questi genitori forniscono comunque una forma di istruzione adeguata, prima di pensare a misure drastiche bisogna analizzare la situazione con equilibrio. Non si possono prendere decisioni sull’onda dell’emotività o del clamore mediatico”.

La psicologa sottolinea che l’isolamento totale può avere inevitabili conseguenze anche sul piano della socializzazione. “È vero che i bambini potrebbero trovarsi in difficoltà quando dovranno inserirsi in un contesto più ampio. Ma è altrettanto vero che i genitori, da quanto emerge, sembrano aver adattato le loro scelte alle esigenze dei figli. Servirebbe un accompagnamento: aiutare questa famiglia a trovare un modo diverso e più funzionale di vivere, senza perdere completamente il contatto con la società. Crescere in un contesto agiato non garantisce automaticamente benessere, ma nemmeno l’isolamento lo assicura”.

Gioia invita quindi a una riflessione più ampia: “Non si può evitare per sempre l’impatto con una società iperconnessa come la nostra. La scuola rappresenta un passaggio necessario, perché offre stimoli che la famiglia da sola non può fornire. Gli insegnanti colgono aspetti della personalità che a casa restano invisibili. Restare nel bosco significa vivere in una dimensione iperprotetta: i bambini rischiano di non imparare a confrontarsi con le Alterità, con tutti gli altri modi di essere, con le regole, con le svariate dinamiche sociali”.
In conclusione, la psicologa suggerisce un compromesso tra l’ideale educativo dei genitori e la realtà della vita comunitaria:“Bisogna far comprendere che si può mantenere uno stile di vita sobrio, lontano dal consumismo, senza per questo rinunciare alla scuola. La relazione genitore-figlio va sostenuta e arricchita, non chiusa in un isolamento che rischia di diventare un limite più che una scelta di libertà. Per un sano sviluppo psico-affettivo e socio-relazionale è necessario che i minori sperimentino la propria sintonizzazione emotiva ed affettiva anche in relazione al mondo esterno”,  conclude.