Sobrietà, rispetto e decoro: si riaccende il dibattito sull’abbigliamento scolastico dopo le nuove circolari che impongono sobrietà e buon gusto che per lo stilista Filippo Flocco, “Non è un’imposizione, ma una scelta consapevole. Mantenere un’immagine adeguata è una forma di sacralità”.
Niente jeans strappati, top corti o unghie chilometriche. È questo, in sintesi, il messaggio contenuto nelle nuove circolari diffuse all’inizio dell’anno scolastico da diversi dirigenti scolastici italiani. Un richiamo al decoro e alla sobrietà e rivolto agli studenti, ma anche alle famiglie, che ha riacceso un acceso dibattito sul significato del dress code consono a scuola.
Dalla Calabria alla Puglia, passando per il Lazio e la Lombardia, numerosi istituti hanno stabilito un dress code e nuove linee guida sull’abbigliamento a scuola, distribuendo anche depliant illustrativi con esempi pratici di cosa è considerato appropriato e cosa no. Lo ricordiamo, si tratta di decisioni personali, che variano da istituto a istituto, legate all’autonomia scolastica, mentre il divieto dei cellulari in classe è il frutto di una circolare ministeriale .

Le regole sono chiare: no ad abiti scollati, pantaloni a vita bassa, minigonne, short, ciabatte, canottiere o vestiti trasparenti. In sintesi, tutto ciò che può richiamare uno stile estivo o eccessivamente disinvolto è fuori luogo. In una nota ufficiale di un istituto di Villa San Giovanni (Reggio Calabria) si legge: “Si invita a indossare abiti sobri, decorosi, puliti e ordinati, coerenti con il contesto educativo.” E da una scuola superiore di Conversano (Lecce), il messaggio è altrettanto esplicito: “La scuola non è una spiaggia: niente bermuda, canottiere o abbigliamento balneare“. In un istituto di Taormina (Messina), già dall’anno scorso una circolare – che assomiglia più a un depliant . illustra cosa si può o non si può indossare. Intervistata da Repubblica, la preside ha spiegato che si tratta di “abbigliamento consigliato» e che «nessuno si è mai lamentato. Nessun alunno. Nessun ragazzo. Mi sembra ovvio che a scuola ci si debba vestire in modo decoroso”. Una scuola di Pisa vieta categoricamente “ogni tipo di pantaloncino e top di qualsiasi lunghezza e misura”. Differente l’approccio di un istituto fiorentino, che ammette i bermuda fino al ginocchio “considerate le temperature dell’ultimo periodo di scuola”. È noto infatti che le scuole italiane sono quasi sempre sprovviste di aria condizionata. Anche sui provvedimenti disciplinari l’autonomia dei presidi è massima. Si va da semplici richiami a vere e proprie minacce di allontanamento per chi trasgredisce. Tra le motivazioni dei regolamenti spiccano il “rispetto dell’ambiente educativo”, “la sicurezza e l’igiene”, “il decoro come esercizio di convivenza civile”.

(la foto è stata fornita da Francesca Grieco)
Un ritorno al rispetto o un’imposizione antiquata? Le reazioni non si sono fatte attendere. Se da una parte molti genitori e insegnanti vedono in queste direttive un segnale positivo per ripristinare il senso del rispetto reciproco, dall’altra alcuni studenti e associazioni parlano di restrizioni anacronistiche, che rischiano di soffocare la libertà d’espressione individuale. Ma il tema va oltre la semplice moda o il moralismo. In alcuni casi, si è arrivati a comportamenti estremi: segnalazioni riportano che alcune studentesse si sarebbero rifiutate di scrivere in classe per non rovinarsi le unghie, troppo lunghe o elaborate. Episodi che mettono in luce una questione più profonda: fino a che punto la libertà personale può prescindere dalla funzionalità e dal contesto?
La voce della moda: Filippo Flocco e il valore dell’eleganza consapevole in un luogo di formazione
A dare una lettura autorevole e pacata della questione è Filippo Flocco, stilista abruzzese e creator di fama internazionale, ambasciatore del Made in Italy, che con equilibrio spiega: “Il buon gusto non è mai fuori moda, ma soprattutto non è un’imposizione: è una scelta consapevole. In un ambiente come la scuola, che ha il compito di formare cittadini oltre che studenti, il rispetto passa anche attraverso il modo in cui ci si presenta agli altri. ‘Imporre’ un dress code, educare all’eleganza non vuol dire reprimere la personalità, ma indirizzarla verso forme di espressione coerenti con il contesto. Un jeans strappato può essere trendy quando si esce con gli amici, ma forse non è il messaggio giusto in un’aula scolastica”.
Flocco aggiunge un concetto ancora più forte, che tocca il cuore della questione: “Ognuno, a casa propria può e deve sentirsi libero di vestirsi come desidera. Ma in uno spazio pubblico come la scuola – che è il Tempio del futuro delle prossime generazioni – mantenere un’immagine adeguata è quasi una forma di sacralità“.
La riflessione si fa dunque più ampia: come conciliare l’identità personale con le norme condivise? Dove finisce l’autodeterminazione e dove inizia il decoro? “La risposta, forse, non sta in regolamenti rigidi, ma in un dialogo educativo e continuo tra scuola, famiglia e studenti, per riscoprire insieme il significato di rispetto, sobrietà e cura di sé”. Perché, come ricorda ancora Flocco, “Vestirsi bene non vuol dire vestirsi costosi. Vuol dire, prima di tutto, scegliere con consapevolezza”. E forse proprio da qui può partire una nuova educazione al rispetto, “dove l’estetica non è un nemico, ma uno strumento per crescere insieme, con stile”.





