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Il folklore abruzzese quale custode del tempo tra memoria, comunità e futuro

In un mondo che corre troppo veloce, dove tutto si consuma in pochi secondi e i rapporti si logorano dietro a uno schermo, il folklore è una delle poche cose che ci invita a rallentare. A guardarci negli occhi, a toccare la terra, a ricordarci da dove veniamo. Non è solo tradizione: è un atto d’amore verso le nostre radici.  E in Abruzzo, forse più che altrove, il folklore è vivo. E resiste.

In un mondo che corre troppo veloce, dove tutto si consuma in pochi secondi e i rapporti si logorano dietro a uno schermo, il folklore è una delle poche cose che ci invita a rallentare. A guardarci negli occhi, a toccare la terra, a ricordarci da dove veniamo. Non è solo tradizione: è un atto d’amore verso le nostre radici.  E in Abruzzo, forse più che altrove, il folklore è vivo. E resiste.

Nonostante i social abbiano invaso ogni spazio e le relazioni sembrino sempre più leggere, in tanti piccoli borghi d’Abruzzo si continua a celebrare la memoria. Con le sagre, i riti religiosi, con le danze antiche e le canzoni popolari tramandate a voce, come si faceva una volta. È una forma di resistenza gentile, quella che si respira nelle piazze durante l’estate, quando i paesi si riempiono e i profumi di arrosticini, di sugo appena fatto, di pizze fritte, di pasta fresca appena fatta, si mescolano alle risate e alla musica. C’è un evento che forse più di tutti racconta la forza del folklore abruzzese: la Festa dei Serpari di Cocullo. Ogni anno, migliaia di persone si riuniscono per portare in processione la statua di San Domenico, ricoperta da serpenti vivi. È un rito che affonda le sue radici nel paganesimo, ma che si è fuso con la fede cristiana, creando qualcosa di unico. È simbolo di rinascita, di rispetto per la natura, di mistero e di comunità. E poi ci sono le sagre, dall’entroterra aquilano fino alla costa, dove ogni piccolo centro celebra il suo prodotto, la sua ricetta, la sua identità. Non è solo cibo: è un’occasione per ritrovarsi, per tornare a casa, per raccontarsi.

cocullo festa dei serpari

In molti paesi dell’Aquilano, la sagra o la festa del santo patrono sono ancora gli unici veri appuntamenti in cui tutto si ferma e si sta insieme. Ed è proprio in quei momenti che si costruisce la memoria collettiva. In un’epoca in cui sembriamo aver perso il contatto con l’altro, con il territorio, con le nostre stesse emozioni, il folklore e le nostre tradizioni ci stanno tendendo la mano. Non hanno fretta, non gridano, non rincorrono un click. Ci parlano sussurrando, con la voce di una nonna che canta davanti al camino, con i passi lenti di una processione al tramonto, con le mani che impastano la pizza fritta, che preparano la zuppa della sposa o orap e faciul’ durante la festa del paese. Ci ricorda che le cose più importanti non si condividono in un reel da 15 secondi, ma in una tavolata lunga, piena di chiacchiere, vino e racconti. Il folklore ci insegna che la bellezza è nel legame, nella ripetizione dei gesti, nella ciclicità del tempo.

E non è solo una questione culturale. Il folklore è anche un motore economico straordinario. Lo dimostrano eventi come la Notte dei Serpenti, dove le canzoni popolari abruzzesi vengono rilette in chiave pop e contemporanea da grandi artisti. Partendo dal simbolo del serpente — forte e arcaico — il maestro Enrico Melozzi ha costruito un evento che unisce musica, spiritualità e identità, capace di portare attenzione nazionale sulla regione. Turismo, ospitalità, enogastronomia: tutto si muove grazie a questi appuntamenti.

la notte dei serpenti

Le tradizioni quindi non sono un peso del passato, ma una leva per il futuro. Basta saperle raccontare, interpretare, vivere con autenticità. Basti pensare anche a ciò che è riuscito a creare un film come “Un mondo a parte” di Riccardo Milani che, partendo dal tema del ridimensionamento scolastico e dello spopolamento nei piccoli borghi e comuni, ha creato una forma di turismo ‘nuova’ in cui tanti da Nord a Sud del Paese andavano a caccia dei luoghi delle riprese tra Opi e Pescasseroli. “La montagna lo fa”: per chi conosce bene i luoghi dove è stata girata la pellicola, davvero sembra essere catapultati in “un mondo a parte”, in un luogo dove e il tempo a volte sembra essersi fermato e dove è ancora possibile recuperare uno stile di vita autentico. Opi, così come la vicina Scanno, o ancora Pescasseroli, Villetta Barrea e Alfedena sono piccoli paesi dalla storia antichissima, ricchi di una memoria preziosa tramandata nel tempo, posti dove la natura prospera ancora selvaggia e rigogliosa, dove si respira autenticità e voglia di fare ed emergere, dove ancora è possibile praticare una forma di turismo esperenziale, immersivo, rilassante, lontano dalle sovrastrutture ad uso dei social e c’è una piacevole e civile convivenza tra essere umani e la fauna tipica del posto come orsi, scoiattoli e cervi.

Un mondo a parte, a Opi turisti a caccia dei luoghi iconici del film di Riccardo Milani

Se vogliamo costruire un futuro più umano, dobbiamo tornare a guardare alle nostre tradizioni. Non per chiuderci nel passato, ma per trovare una direzione, un senso di appartenenza, per sentirci parte di una storia che non comincia e non finirà con noi.
E allora torniamo nei borghi, partecipiamo alle feste, impariamo i canti antichi, chiediamo alle nonne di raccontarci le storie di una volta, prepariamo insieme la pasta fatta in casa o le palette cacio e ova. Lì, in quei gesti semplici, c’è tutta la forza di un Abruzzo che non si arrende. Un Abruzzo che, da L’Aquila a Pescara, passando per Teramo e Chieti, vive nel cuore delle sue tradizioni, e che proprio da lì, può rinascere.