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Non abbiamo mai perso il coraggio: comunità che resistono, comunità che rinascono

Dalla Valle Subequana, la più interna delle aree interne d’Abruzzo, storie di partenze e ritorni, di luoghi che si svuotano e si riaccendono di vita. Un racconto di comunità che resistono e si reinventano, tra radici profonde e nuove sfide di sviluppo sostenibile.

“Non abbiamo mai perso il coraggio”.

Agatina, 86 anni, ha davanti agli occhi ancora quella nave gigante, con la quale nel secondo dopoguerra per trenta giorni ha solcato i mari del mondo, per raggiungere il suo amato Giuseppe, in Australia. E quando ripensa a quei giorni, alla lingua che non conosceva, alle difficoltà, mi risponde: “Non abbiamo mai perso il coraggio”.

Da 13mila a 3mila abitanti in 100 anni. Basterebbe questo dato per evidenziare la spirale di spopolamento nella quale è rimasta avvolta la Valle Subequana, non a caso etichettata come “la più interna delle aree interne d’Abruzzo”. In un secolo, fra il 1921 e il 2023, la Valle Subequana ha perso 10mila abitanti. Un territorio nel quale le migrazioni monte–pianura erano già ben collaudate: pensiamo alla transumanza, evento ciclico che portava intere comunità a spostarsi dall’Abruzzo verso la Puglia e viceversa. Con l’entrata del XX secolo i viaggi si intensificano, andando a costituire delle vere e proprie migrazioni prima transoceaniche, con gli Stati Uniti e l’America protagonisti. E poi, negli anni ‘50, verso l’Europa. Destinazione: le miniere di Francia, Belgio, Germania, ma anche l’Australia. Viaggi anche di oltre un mese, fatti “di cielo e di mare”, e dell’attesa di una nuova vita.

Come Agatina, classe 1939, in tanti non persero il coraggio: suo marito Giuseppe Giancola, a sua volta, aveva cercato fortuna in Australia sulla scorta dell’esperienza di un suo compaesano. Il viaggio di Agatina era durato trenta giorni, di cui gli ultimi totalmente “di cielo e di mare”, in nave, per raggiungere una nuova vita. E il coraggio non poteva mancare, così distanti da casa e dagli affetti.

sirente lontano emigrazione

La fotografia del matrimonio negli anni 30 dei coniugi Giancola a Patterson, New Jersey, inviata ai parenti rimasti a Molina Aterno

La sua storia è una delle tante che hanno tenuto in vita la memoria della valle, e che insegnano ancora oggi quanto queste radici siano preziose anche per il futuro.
È proprio dal futuro che bisogna ripartire. Un futuro che in Valle Subequana non significa soltanto ricordare, ma avere il coraggio di restare, di investire, di credere ancora in queste comunità.

Un coraggio che tanti giovani stanno dimostrando, riportando vita là dove la paura dello spopolamento sembrava avere la meglio. Così, dall’inizio dell’anno, a Molina Aterno, cuore della valle, tante serrande sono tornate a rialzarsi. Ha riaperto il Piccolomini: non solo un bar, ma un luogo d’incontro, un presidio sociale, un punto di riferimento per chiunque attraversi la piazza del paese. Un caffè che riaccende le relazioni e tiene insieme ciò che sembrava destinato a sfilacciarsi.
Poco più in là, è nato il Pavone: braceria e pizzeria che porta con sé non solo il profumo del cibo, ma quello di una scommessa sul futuro. Un tassello di comunità che diventa simbolo di resilienza quotidiana, di impresa possibile anche in aree interne spesso dimenticate.
E poi ci sono i ritorni: come quello di Manuel Fasciani, che da Milano, dove si è formato e ha frequentato corsi con insegnanti di levatura internazionale, è rientrato a Molina per aprire il suo studio di tatuaggi. Un gesto che racconta di radici forti, di un’arte che diventa ponte tra generazioni e linguaggi, di un futuro che si costruisce senza dimenticare da dove si viene.

Sono tasselli che, messi insieme, disegnano un mosaico di rinascita. Non si tratta di storie isolate, ma di una nuova stagione che si apre grazie alla volontà di chi abita e ama questi luoghi. Una rinascita che trova forza anche nelle politiche pubbliche, come la Strategia Nazionale per le Aree Interne, che offre strumenti e prospettive per contrastare lo spopolamento e garantire servizi essenziali.

Ed è proprio qui che il concetto di green communityprende forma: non solo nella tutela dell’ambiente e delle risorse naturali, ma soprattutto nella capacità di rigenerare i legami sociali ed economici in chiave sostenibile. Ogni riapertura, ogni nuova attività, ogni ritorno qui, ai piedi del Sirente, è un seme piantato per costruire comunità più inclusive, resilienti, attente al territorio e alle persone che lo abitano.

La Valle Subequana continua a raccontare di partenze, di ritorni e di nuove presenze. Ma soprattutto racconta di comunità che resistono, che si reinventano, che scelgono di credere in un futuro possibile tra queste montagne. Qui dove ogni gesto diventa parte di un disegno collettivo di sviluppo locale, un esempio concreto di come anche la più interna delle aree interne d’Abruzzo possa essere laboratorio di innovazione sociale. Perché il coraggio, in fondo, non lo abbiamo mai perso.