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Marco Majori racconta il K2, “Il silenzio in montagna è sacro”

La guida alpina e alpinista Marco Majori a L’Aquila racconta la sua spedizione al K2 insieme a Federico Secchi. Protagonisti di un’avventura al limite – senza ossigeno supplementare – che ha svelato la ricchezza umana di una delle montagne più affascinanti del mondo.

“Perché no? Perché non provare gli 8.000 più belli del mondo?”. Con queste parole semplici, la guida alpina e alpino Marco Majori ha raccontato a L’Aquila l’avventura che ha segnato profondamente la sua vita: la scalata e la discesa sugli sci del Broad Peak (8051 m) e del K2 (8611 m), la seconda montagna più alta della Terra, insieme al compagno di cordata e amico di sempre, Federico Secchi.

Membro della Sezione Militare di Alta Montagna dell’Esercito , l’alpinista e alpino lombardo Marco Majori è intervenuto in città durante le celebrazioni per la consegna del cappello alpino a 130 volontari in ferma iniziale provenienti da tutta Italia. Un’occasione speciale per condividere, con calma e lucidità, un’esperienza al limite dell’umano, vissuta tra bellezza, pericolo e introspezione.

L’intervista

Durante la spedizione, l’alpino Majori ha dovuto rinunciare alla vetta del K2, fermandosi a quasi 8500 metri di quota. Una scelta sofferta ma necessaria, che si è rivelata provvidenziale. Poco dopo, durante la discesa lungo lo Sperone Abruzzi, immerso in un white out e separato da Secchi, è precipitato in un crepaccio profondo circa dieci metri. “Sono atterrato su neve soffice, ma ero immerso fino ai fianchi. Mi ero rotto la spalla destra. Poteva andare molto peggio”, racconta sentito dal Capoluogo. “La calma mi ha salvato. Non ho mai perso il controllo, nemmeno in quel momento”.

Marco Majori racconta il K2

L’alpino Marco Majori è un atleta del Centro Sportivo Esercito di Courmayeur e dal 2005 si occupa di alpinismo di alto livello. La sua esperienza è stata al centro del secondo dei due “salotti” culturali organizzati in piazza Regina Margherita all’Aquila dal Centro Addestramento Alpino di Aosta, nell’ambito della settimana che culminerà con la consegna del cappello alpino. Moderatore del salotto, la giornalista Loredana Lombardo. Il suo racconto, davanti a un pubblico attento e in silenzio, è diventato una testimonianza rara sul senso dell’alpinismo moderno. “La montagna – spiega Majori – va onorata e rispettata. Non bisogna sfidarla. Serve ascoltare i suoi tempi, capire i suoi segnali. Solo così si può entrare davvero nel suo spirito”. Il sogno condiviso con Federico Secchi era ambizioso: tracciare una linea effimera, con gli sci, sulla parete del K2. Un’impresa fino a oggi riuscita solo al polacco Andrzej Bargiel. “Certe scelte nascono quasi per caso, da un’idea condivisa tra amici. E da tanta, tantissima passione”. Oltre all’impresa alpinistica, Majori ha sottolineato il valore dei legami umani nati lungo il percorso. “Tra alpinisti si crea una complicità profonda. Riusciamo a capirci senza parlare. Il silenzio in montagna è sacro. È uno spazio per la testa, per il cuore, per il rispetto”.

Marco Majori racconta il K2

Il K2 non è stato un punto di arrivo, ma una tappa di un cammino ancora lungo. “Ho già in tasca un biglietto per la Patagonia. Partirò ad agosto. Ogni montagna ha la sua storia, e io non vedo l’ora di raccontarne un’altra”, conclude.

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