Sangue sulla Resistenza, l’unità dell’antifascismo sacrificata sull’altare di Porzûs
L’AQUILA – La presentazione del libro del professor Tommaso Piffer, “Sangue sulla Resistenza. Storia dell’eccidio di Porzûs”.
De Gregori, Pasolini e le altre vittime di “Una storia sbagliata”. Il professor Tommaso Piffer all’Aquila per la presentazione il suo libro “Sangue sulla Resistenza. Storia dell’eccidio di Porzûs” con il professor Gaetano Quagliariello, direttore della School of government dell’Università Luiss, e la storica Simona Colarizi.
Giovanni Comin, “Tigre” nella battaglia, aveva 19 anni. Partigiano comunista delle Brigate Garibaldi, era riuscito a fuggire da un treno tedesco e a raggiungere il confine italo-sloveno. Lì aveva chiesto di riunirsi alla prima brigata partigiana disponibile. La più vicina era la brigata Osoppo, di orientamento cattolico e laico-socialista, non proprio la stessa cosa rispetto alla brigata comunista da cui partiva, ma insomma, il nemico ero lo stesso: il nazifascismo. Eppure la vita di Giovanni Comin, partigiano comunista, non finì per mano di un soldato tedesco o di un irriducibile fascista. Comin morì a 19 anni, ucciso insieme ad altri 17 partigiani della Osoppo, per mano di un altro gruppo di partigiani, per lo più gappisti formati dalle stesse Brigate Garibaldi da cui Giovanni Comin proveniva. Un cortocircuito incomprensibile per la pagina più controversa della storia della Resistenza che il libro del professor Tommaso Piffer (“Sangue sulla Resistenza. Storia dell’eccidio di Porzûs“, ed. Mondadori) rilancia “con rigore storiografico e grandi pagine di letteratura”, come ha sottolineato Gaetano Quagliariello, direttore della School of government della Luiss, intervenuto insieme alla storica Simona Colarizi alla presentazione presso la libreria Colacchi dell’Aquila.
Ma cosa ha creato quel cortocircuito che ha portato partigiani a sparare su altri partigiani? All’inizio si disse che gli osovani erano “traditori“, che avevano avuto contatti con la X MAS per accordi di spartizione di confini. Una “scusa”, come l’ha bollata il professor Piffer al microfono del Capoluogo d’Abruzzo, messa in campo in quella che nella cronaca di oggi si chiamerebbe “l’immediatezza degli eventi”, a giustificazione di quella sorta di paradosso che ha sacrificato l’unità dell’antifascismo sull’altare dell’ideologia. Come ricordato dallo stesso professor Piffer, infatti, Togliatti stava realizzando quel “miracolo politico” di trasformare il Partito Comunista, ormai ridotto a pochi esuli dopo le efferatezze della guerra e delle persecuzioni fasciste, a un grande partito di massa (nel 1976 solo in Italia arrivò a 12 milioni di voti) riuscendo in qualche modo a tenere in equilibrio la natura rivoluzionaria del partito – spostando l’orizzonte della rivoluzione “più in là” nel tempo in nome dell’ideale comune dell’antifascismo – e le aspirazioni di un partito di massa. Un equilibrio che si ruppe a Porzûs. Da un lato i partigiani sloveni con l’esercito di liberazione della Jugoslavia premevano per “estendere” la rivoluzione comunista in quel momento impersonificata da Tito, dall’altro – ma sulla stessa linea di confine – la brigata Osoppo che non voleva “cedere” terreno considerato italiano nel nome di un’ideologia che non le apparteneva. Ideologia che però apparteneva ai comunisti, che a quel punto dovettero decidere tra l’unità contro il nazifascismo e l’ideologia per la quale – al tempo – si combatteva e si moriva. E si uccideva. La brigata Osoppo, per quanto “nemica del nemico comune”, ovvero il nazifascismo, divenne anche nemica di quel fronte comunista che intendeva “estendere la rivoluzione”. In questo contesto matura l’eccidio di Porzûs, con “la grande Storia che macina vite a volte consapevoli, come i partigiani che sapevano per cosa combattevano e morivano, a volte inconsapevoli“, come la giovane vita di Giovanni Comin, “Tigre” nella battaglia, morto senza capire perché, per mano dello stesso gruppo partigiano da cui proveniva, solo per essersi trovato “nel posto sbagliato, nel momento sbagliato”. Anche per lui, il professor Piffer ha voluto rimettere i tasselli a posto per una delle vicende più controverse della Resistenza.
Ma oltre all’ “anonimo” Comin, altre storie si intrecciano e vengono schiacciate dagli ingranaggi della “grande Storia”: ad esempio quella di Francesco De Gregori, nome di battaglia “Bolla” – zio nel più noto cantautore – anch’egli caduto nell’eccidio di Porzûs, come Guidalberto Pasolini, “Ermes” nella battaglia, fratello di Pier Paolo. Un altro nome che non ha bisogno di presentazioni.
Poi Angelo Augello, detto “Massimo”, Antonio Cammarata, detto “Toni”, Franco Celledoni (“Ateone”), Enzo D’Orlandi (“Roberto”), Pasquale Mazzeo (“Cariddi”), Gualtiero Michielon (“Porthos”), Antonio Previti (“Guidone”), Salvatore Saba (“Cagliari”), Giuseppe Sfregola (“Barletta”), Primo Targato (“Rapido”), Elda Turchetti (“Livia”), Giuseppe Urso (“Aragona”), Gastone Valente (“Enea”), Egidio Vazzas (“Aldo”).
Nomi comuni di una piccola “storia sbagliata”, per citare Fabrizio De André nel suo capolavoro dedicato alla morte del più famoso dei fratelli Pasolini. L’altro, “Ermes”, lo trovate nel libro del professor Piffer.
(In copertina, Giovanni “Tigre” Comin)
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