Autogol Referendum, Schlein come Niccolai
Il referendum diventa l’autogol del Pd di Elly Schlein. Niente quorum. Una battaglia dall’esito scontato: vince l’astensionismo. E ora gli avversari cantano vittoria senza neanche aver giocato
Referendum, il quorum non è stato raggiunto. Schlein si mette alla testa di una battaglia persa in partenza: l’astensionismo è una realtà con cui fare i conti. L’analisi del voto
Chi ricorda Comunardo Niccolai? Il nome, soprattutto agli under 50, dirà poco o forse nulla. Diciamolo subito, era un calciatore, scomparso un anno fa, giocava nel Cagliari, quello forte di Gigi Riva che vinceva anche uno scudetto. Arrivò in nazionale, ma la sua fama effimera non per meriti sportivi, che pure ci sarebbero, ma perché divenne famoso per gli autogol. Eppure un atleta che ha vinto uno scudetto, che è stato in nazionale, può essere ricordato per degli incidenti di percorso? Succede, o meglio è successo.
È il rischio che corre Elly Schlein, la segretaria del Pd. Questi referendum avevano come padre il segretario della Cgil Landini, ma lei subito ha pensato di accodarsi, anzi di mettersi alla testa di una battaglia il cui esito era scontato.
Non perché i temi non siano degni di essere affrontati, riguardano il lavoro e la vita delle persone, ma perché l’astensionismo è una realtà con cui fare i conti.
Gli elettori non votano nemmeno nelle competizioni locali dove i candidati sono ben conosciuti. E se nelle altre competizioni alla fine ha ragione chi vota e sceglie anche per i disertori dell’urna, nel referendum c’è quella tagliola del quorum che vanifica ogni sforzo. Quel 50 per cento che non sarebbe stato raggiunto anche senza la campagna del non voto. Così, adesso, quella scelta impossibile diventa un autogol. Come quelli del povero Comunardo.
Un autogol che fa rumore e copre mediaticamente i risultati positivi che pure la Schlein potrebbe vantare. Ha riportato il Pd stabilmente sopra il 20 per cento, non ha più veri concorrenti a sinistra, anche Conte – pur nella sua megalomania – sa che la distanza da colmare con il Pd è tanta, troppo grande il distacco per sognare un aggancio. La Schlein può vantare dei successi in sede locale, Genova è tornata a sinistra. Ci sono stati altri successi parziali. Non è ancora lo scudetto, cioè la conquista del governo, obiettivò assai lontano al momento, ma un giudizio complessivo sulla prestazione non potrebbe che essere positivo. Ed ecco che arriva l’autogol. Perché alla fine Landini potrà dire di aver svolto la sua partita sindacale, fatta di vittorie e sconfitte, i 5Stelle, che a livello locale sono inesistenti, sono apparsi meno coinvolti. Renzi e Calenda poi hanno assunto posizioni ben diverse. Alla fine l’attenzione si riversa sulla segretaria del Pd.
Tra i partiti, solo il Pd ha tentato di mobilitarsi, con la remora che una parte del partito aveva votato la riforma Renzi che si voleva abolire con il referendum. Cinicamente si potrebbe dire, ma perché la Schlein si è gettata così a capofitto in questa partita? Poteva essere più defilata? Cinicamente, sì. Avrebbe potuto puntare sulle elezioni locali, vantare i successi e prepararsi alle sfide più impegnative dell’autunno. Invece no.
Eccola apparire nei titoli degli organi di informazione come la sconfitta. I compagni di squadra sono andati velocemente negli spogliatoi, comunque sono presenze sfumate e poco cercate. Gli avversari cantano vittoria pur non avendo giocato. Il punto per loro lo ha fatto la Schlein: il Niccolai della politica italiana. Almeno questa volta.






