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Sulmona, Pacentro, l’Eremo di Celestino: la magica Valle Peligna da scoprire

Andiamo a Sulmona, terra d’Ovidio e dei confetti, passando per l’Eremo di Celestino o dalla magica Pacentro con il suo castello e la casa di Maria Loreta Pacella, per immaginare l’asprezza della vita contadina.

Abruzzo: una terra tutta da scoprire! Questa volta vi portiamo nella valle terra dell’antico popolo dei Peligni, a Sulmona, culla del poeta Ovidio, e dove, a pochi km di distanza dal centro abitato, si trova uno dei posti più magici di tutta la regione, l’eremo di Sant’Onofrio al Morrone, sulle pendici del monte omonimo, conosciuto anche come l’Eremo di Celestino, perchè in questo luogo dove Pietro da Morrone aveva deciso di vivere quasi come un eremita, seppe di essere stato nominato al soglio pontificio.

Dalla costa all’interno, l’Abruzzo consente un turismo molto variegato, all’altezza delle aspettative e secondo ogni inclinazione: dallo sport, alla vacanza ‘sedentaria’ o esperenziale, quasi ‘mistica’, sono tante le alternative per ogni provincia. Il termine Peligno da cui prende il nome la zona, vuol dire paludoso, fangoso e si rifà ai numerosi corsi d’acqua presenti. Qui, era presente fin da tempi antichissimi, il più antico insediamento di tutta la regione Abruzzo. Tutta la zona è attraversata da diversi fiumi, i più importanti sono il Sagittario e l’Aterno. Il centro principale della conca è Sulmona; non meno importanti gli altri centri quali Pacentro, Introdacqua, Popoli, Pratola Peligna, Scanno con il suo lago a forma di cuore, Raiano, Bugnara, Corfinio, Prezza, Roccacasale, Pettorano sul Gizio e Vittorito. Ognuno di questi luoghi rende la Valle Peligna un territorio unico, ricco di storia, tradizioni, peculiarità gastronomiche, in una sola parola: interessante!

Se si decide quindi per una gita nel cuore dell’ampia conca peligna, non si può non fare tappa a Sulmona dove si rimarrà affascinati da una cittadina pittoresca e ricca di storia.

Resa famosa anche da Mario Monicelli che vi girò il suo famosissimo ‘Parenti Serpenti’, Sulmonaè la città ‘dolcissima’ per eccellenza, nota in tutto il mondo per la ricca produzione di confetti così come si faceva una volta. Munita di cinta murarie antichissime, palazzi signorili, chiese dalla storia quasi millenaria, per il suo ampio patrimonio culturale, architettonico e storico, è conosciuta anche come la “Siena degli Abruzzi”.

sulmona

Sono tanti i monumenti e le chiese da visitare come quella di San Filippo Neri, la Chiesa monasteriale di Santa Chiara d’Assisi, la Chiesa di San Rocco, Palazzo Anelli e al centro di piazza Garibaldi, dove si trova anche l’acquedotto, c’è una fontana realizzata dal mastro Felice di Cicco.

sulmona

L’assetto viario della città deriva proprio all’epoca romana e l’attuale via principale della città, chiamata Corso Ovidio, è stata costruita sopra il cardo romano originale. Questa via del centro confluisce nell‘ampia Piazza Garibaldi, dove si trova il famoso acquedotto fatto costruire da Manfredi di Svevia, lungo il margine occidentale. Costruito nel 1256, composto da arcate ogivali sorrette da robusti piloni in pietra calcarea locale alimentava i mulini locali, serviva le botteghe artigiane e forniva acque alle fontane cittadine. Lungo circa 100 metri, quest’opera è la rappresentazione non solo della crescita economica e demografica di Sulmona in quel periodo, ma anche del suo importante ruolo dato che era sede del Giustizierato e luogo di una delle più importanti fiere annuali istituite nel Regno di Sicilia per favorire gli scambi commerciali. Tra le tante chiese merita sicuramente una visita la Cattedrale di San Panfilo, dedicata al patrono di Sulmona, le cui reliquie vengono portate in processione ogni anno il 28 Aprile, venerato in città perché aveva protetto Sulmona dalla peste che aveva colpito il Regno di Napoli nel 1656. Secondo la tradizione l’edificio religioso è stato edificato nell’VIII secolo sulle rovine di un precedente tempio pagano. Nel tempo ha subito diversi lavori di rifacimento e restauro. Attualmente l‘esterno presenta una facciata a coronamento orizzontale, suddivisa in due livelli, mentre l’interno è suddiviso in 3 navate con 3 absidi semicircolari. La cripta è la parte più antica della chiesa e qui si trova l’altare in cui sono custodite le reliquie di San Panfilo.

Non solo turismo culturale, questa conca della nella valle petkigna è circondata da ampie zone verdi ricche di itinerari per passeggiate in bicicletta, a cavallo, escursioni a piedi.

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Abruzzo, turismo magico: una visita all’eremo di Celestino V meta di pellegrinaggi e riti propiziatori

Se si è alla ricerca di un posto ‘magico’, dove rimanere in silenzio e ammirare le meraviglie naturali che questa terra offre naturalmente, merita sicuramente una visita L’Eremo di Sant’Onofrio al Morrone, sulle pendici del Monte Morrone, poco distante da Sulmona. Qui troviamo storia, memoria e cultura di un passato molto vasto, dalle Pitture Rupestri degli uomini primitivi all’interno della caverna, al Tempio Romano di Ercole Curino, fino ad arrivare alle pitture medievali e barocche. L’eremo di Sant’Onofrio fu ampliato per volere di Pietro da Morrone nell’ultimo decennio del XIII secolo; qui il monaco condusse una vita eremitica dal 1293 fino ai primi mesi del 1294, quando fu eletto al soglio pontificio con il nome di Celestino V.

eremo di celestino V

L’eremo si sviluppa su tre livelli: al piano terra un loggiato con soffitto ligneo e affreschi del XV secolo, al primo piano l’oratorio e le celle di Pietro da Morrone e Roberto di Salle, al secondo piano una terrazza panoramica che si affaccia sulla valle Peligna.
Il luogo di culto è meta di pellegrinaggi e riti propiziatori, quali lo strofinamento delle parti del corpo doloranti sulle pareti della grotta, l’abluzione nel pozzo che raccoglie acqua di stillicidio, la raccolta di polvere, calcinacci e ramoscelli di piante che crescono intorno al santuario ai quali si attribuisce un valore apotropaico e il lancio delle pietre dal terrazzo, che simboleggiano gli influssi negativi e i dolori.

Come e quando visitare l’Eremo di Sant’Onofrio al Morrone: Per raggiungere l’eremo occorre percorrere un sentiero con scalini piuttosto facile (circa 30 minuti). L’ingresso è gratuito. L’eremo è aperto durante i weekend con buone condizioni climatiche. Per maggiori informazioni sugli orari di apertura potete contattare gli uffici di informazioni turistiche di Sulmona e Pacentro.

A questo punto per concludere la giornata bisogna fare 2 cose importanti: una visita al castello di Pacentro e assaggiare una delle tante tipicità gastronomiche locali: prima dei confetti – che meritano più di un assaggio – c’è la pasta con l’aglio rosso di Sulmona, la grande varietà di salumi e formaggi, il vino rosso robusto, sagne e fagioli, l’agnello con i peperoni, il coniglio con le lumache, la pasta fresca farcita con la ricotta di pecora o i maccheroni con il sugo di castrato.

agnello scottadito

A pancia piena si vista meglio, si sa e Pacentro è un borgo che conquista tutti i suoi visitatori grazie al suo centro medievale perfettamente conservato e al suo patrimonio naturale.

pacentro

Il paese sorge a circa 700 metri di altitudine, inserito “Club dei Borghi più belli d’Italia”, Pacentro è meta molto gettonata da coloro che amano soggiorni all’insegna della natura, della cultura e del relax. Le prime notizie sulla città risalgono all’VIII secolo quando pare che Pacentro passò sotto il controllo del monastero di San Vincenzo al Volturno. Simbolo del paese è il Castello di Pacentro, una delle fortificazioni meglio conservate d’Abruzzo. Costruito dai Normanni nel XI secolo, ha subito nel tempo diversi lavori di ampliamento e ristrutturazione. Dopo essere appartenuto a diverse famiglie nobili come i Caldora, i Cantelmo, gli Orsini e i Colonna, la fortezza è divenuta proprietà del Comune che ha eseguito importanti lavori di restauro al fine di renderla visitabile. Oltre al castello, al centro del paese, c’è una magnifica e monumentale fontana risalente al ‘600 e la chiesa della Misericordia che risale al ‘400. Merita una visita anche Casa “Marlurita”, ovvero l’abitazione medioevale della signora Maria Loreta Pacella che ora è diventata un vero e proprio museo con oggetti e arredi dell’Ottocento.

Ma chi era Maria Loreta Pacella? (fonte: i luoghi del silenzio)

Nata nel 1890 e morta nel 1978 Maria Loreta Pacella a Pacentro era considerata un vero e proprio personaggio, famosa per le sue proprietà taumaturgiche. Marlurita, così la chiamavano in paese, era depositaria delle formule e procedure per “guarire” i colpiti da malocchio o, come si diceva ai suoi tempi, era brava a “ritirare” il malocchio; sapeva anche curare il mal di denti con l’impiego di oggetti metallici e frasi magiche.

La sua casa (che a periodi ha alloggiato persino due famiglie) è rimasta cosi come lei l’ha lasciata quando morì: senza acqua potabile  – che attingeva dalla conca di rame riempila alla fontana del paese – e con la corrente elettrica a limitatore, cioè con l’illuminazione fornita da una lampadina di poche candele. Il grande focolare all’angolo della stanza era il centro vitale della vita familiare: ospitava il paiolo per cucinare le povere minestre contadine e la polenta; riscaldava l’ambiente riempiendolo di fumo che anneriva ogni cosa; raccoglieva tutti seduti intorno a sé, per le chiacchierate ed i racconti serali, mentre le donne di casa procedevano a piccoli lavori domestici come la cernita di fagioli, lo sferruzzare maglie e calzerotti, lo sgranare il granturco.

La stanza fungeva da soggiorno, cucina e sala da pranzo ed ai ganci delle pareti erano appesi gli attrezzi agricoli, il vasellame ed i coperchi per le faccende domestiche. Quasi tutto risultava di produzione autarchica e le stesse scatole di latta, una volta svuotate, si prestavano ad essere impiegate come recipienti domestici, recuperando anche i fondi per ricavarne coperchi. Unico mobile d’arredo era “lu spraine”, cassapanca con piedi alti e coperchio convesso, dove venivano riposti gli alimenti e qualche oggetto di valore. La lampada a olio illuminava la camera con il letto costituito da cavalletti in ferro, i “sègge” e sovrastanti tavole a sostegno di un saccone di cotone pesante riempito di foglie secche di granturco, “le spulature”, o di paglia, per coperta un pesante tessuto di panno lenci. Sotto il letto, cosi come la “previdente” Marlurita qualcuno teneva pronta la cassa da morto, comperata in eccezionali momenti di disponibilità economica o grazie a sofferti risparmi. Ai piedi del letto la cassapanca per la biancheria, costituita dai pochi e semplici capi della dote o tessuti al telaio di casa. Il vestito della festa era costituito dal tradizionale costume pacentrano mentre per l’uso giornaliero le donne indossavano la gonna e la vita (corpetto che in tempi più recenti aveva sostituito, alleggerendolo, il più impegnativo busto). Nel mobile sgangherato che faceva da comodino era posto il vaso da notte per i bisogni corporali e da svuotare nella stalla per ricavarne concime per i campi e, se non si disponeva di una stalla al di sotto dei vani abitativi, di buon grado si dividevano gli angusti spazi con l’asino che, come un normale animale domestico, conviveva con la famiglia, fungendo anche da unico mezzo di riscaldamento della casa. Certo, comunque, che chi all’epoca possedeva un asino poteva ritenersi ricco e fortunato. Dopo la partenza dei fratelli per “la Merica” e dopo la morte dei genitori e della sorella maggiore. Maria Loreta era rimasta da sola in questa casa dove ha consumato le sue giornate – che spesso terminavano già alle 5 del pomeriggio – confortata dai ricordi e dagli incontri con i paesani che gli hanno voluto bene.

casa maria loreta pacella

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