Mafia nigeriana, ricorso per uno dei condannati
Mafia nigeriana: ricorso contro la condanna a 12 anni di reclusione per uno dei condannati in primo grado.
È stato depositato, presso la Corte di appello penale dell’Aquila, l’atto di impugnazione avverso la sentenza emessa dal Giudice per le indagini preliminari di L’Aquila a carico di uno degli imputati nigeriani condannato ad anni 12 e mesi 6 di reclusione a seguito di rito abbreviato, in favore del quale aveva optato nel giudizio di primo grado.
Lo rende noto, l’avvocato Carlotta Ludovici, del foro dell’Aquila, che nel processo alla mafia nigeriana difende uno degli imputati, condannati in primo grado, residente a Reggio Emilia e attualmente detenuto in regime di misura cautelare presso la casa circondariale di Bari. L’uomo è stato condannato in primo grado per diversi reati, tra i quali spicca quello di maggiore gravità, ossia l’associazione di stampo mafioso ex art. 416 bis, c.p.
La sentenza per il processo alla mafia nigeriana è arrivata a maggio scorso per i primi 6 imputati, con pene dai 5 ai 12 anni. Il processo ha seguito l’operazione “Hello Bross” a carico di giovani ritenuti appartenenti alla mafia nigeriana della Black Axe. Il giudice Baldovino De Sensi ha condannato sei imputati nel rito abbreviato a pene che vanno dai 5 ai 12 anni di reclusione. In particolare, la persona ritenuta il braccio destro di Titus, capo dell’associazione, è stata condannata a 12 anni e 6 mesi, contro i 14 anni richiesti dalla pubblica accusa rappresentata dal pm Stefano Gallo. Gli altri 5 imputati sono stati condannati rispettivamente a 8 anni, 6 anni, 5 anni e 4 mesi, 8 anni e 9 anni. Per tutti è stata confermata l’associazione di tipo mafioso, ex 416 bis. Contestati altri reati relativi a utilizzo di documenti falsi, truffe romantiche, truffe informatiche. Titus o Seki, capo del cult italiano della Black Axe, considerata tra le più pericolose mafie nigeriane, operanti in 80 Paesi nel mondo, era sbarcato a Pozzallo nel 2014, da un barcone proveniente dalla Libia. Era stato quindi assegnato in un centro di accoglienza dell’Aquila, dov’era rimasto per circa due anni, prima di partire per Reggio Emilia. Ma aveva poi deciso di tornare a L’Aquila, per due ordini di motivi: la posizione centrale e vicino a Roma, che gli permetteva di gestire meglio i contatti con i vertici del cult e la tranquillità del capoluogo abruzzese, dove era possibile perseguire una delle regole base: basso profilo.
“Il reato in questione – si legge nella nota dell’avvocato Ludovici – che prevede nell’ipotesi più grave sino ad un massimo edittale di 26 anni di reclusione, è stato contestato a tutti e sei gli imputati di nazionalità nigeriana coinvolti in questa annosa vicenda e che hanno scelto il rito alternativo. Ad oggi è ancora pendente il processo ordinario innanzi al Tribunale penale collegiale dell’Aquila per i restanti imputati che hanno, invece, ritenuto di essere giudicati con il rito ordinario. La decisione appellata, che consta di 136 pagine di motivazioni, è stata emessa fuori termine in data 29.11.2022, a distanza di circa 6 mesi dall’udienza di discussione conclusiva del processo alla mafia nigeriana, c.d. “Black Axe”, che si tenne presso il Tribunale di L’Aquila il 16.05.2022 ed in occasione della quale venne letto il dispositivo di condanna. Il lungo tempo trascorso e la corposità delle motivazioni della sentenza, comprova la evidente complessità del processo.
Lette le motivazioni, l’imputato, per il tramite dei suoi difensori di fiducia, Carlotta Ludovici e Gisella Mesoraca del foro di Reggio Emilia, ha deciso di proporre il gravame avverso la sentenza di primo grado, muovendo innanzitutto dalla contestazione dell’esistenza nel caso specifico dell’associazione a delinquere di stampo mafioso, anche per l’assenza di elementi univoci che possano condurre al riconoscimento della sussistenza di un tale tipo di sodalizio criminoso, ben più grave, anche e soprattutto in termini di entità della pena, rispetto alla semplice associazione a delinquere.La difesa, pel mezzo dell’atto di impugnazione, ha contestato punto per punto le motivazioni della sentenza nella parte in cui è stata riconosciuta dal Giudicante di prime cure la sussistenza dell’associazione mafiosa in capo a tutti gli imputati.Si resta in attesa della fissazione della udienza di discussione nel processo di secondo grado da parte della Corte di Appello penale di L’Aquila”.









