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Le nuove stanze della poesia

Le nuove stanze della poesia, Salvatore Quasimodo

Una poesia di Salvatore Quasimodo, un inno alla pace, per l'appuntamento con la rubrica a cura di Valter Marcone.

Le poesie della pace di Salvatore Quasimodo per l’appuntamento con la rubrica Le nuove stanze della poesia.

Scrive Alessandro Stille su The Post International: “L’invasione russa dell’Ucraina sarà uno di quei momenti – come la caduta del Muro di Berlino o gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 – che segnano la fine di un periodo della storia e l’inizio di uno nuovo. Ma cosa cambierà, nel futuro che ci attende? Quel che è certo è che stiamo entrando in una nuova fase della globalizzazione, mentre vi sono meno certezze su cosa ciò significhi per le democrazie del mondo. La prima fase della globalizzazione è iniziata negli anni Ottanta, con la caduta del Muro di Berlino e il riconoscimento che il sistema chiuso dell’Unione Sovietica non poteva competere economicamente. In questa prima fase euforica della globalizzazione sono sorte nuove democrazie, dall’Estonia alla Polonia, dal Sudafrica al Brasile. I Paesi che allora erano più poveri, come la Cina e l’India, hanno aperto le loro economie, e si pensò che man mano che sarebbero diventati più ricchi sarebbero diventati anche più democratici. Qualcuno ha creduto che fossimo arrivati alla Fine della Storia e che la democrazia liberale, fondata su un’economia capitalista, fosse ormai l’unico modello politico possibile. Sembrava anche che fossimo vicini al raggiungimento di una sorta di pace capitalista, in cui gli Stati sarebbero stati talmente occupati nel fare soldi che non avrebbero avuto tempo – o interesse – per fare la guerra”. 

Toni Capuozzo a sua volta scrive sul suo profilo fb in un post: “Ma forse siamo troppo intossicati da quel che resta delle ideologie, troppo allevati da una politica che imita le guerre civili, troppo imbestialiti dalla logiche dei like sui social, troppo diseducati da una televisione che dà il suo meglio nelle nomination, troppo maleducati da genitori assenti, troppo disistruiti da una scuola che non insegna, troppo educati da un giornalismo militante e conformista. Così guardiamo alle guerra come tifosi, o con noi o contro di noi, lavagne di buoni e cattivi”. Entrambi raccontano non solo gli effetti della guerra ma entrambi sembrano dimostrare, nel contesto dei loro scritti che invito a leggere, come la “guerra” sia di per sé un cambiamento, quindi la fine di qualcosa. Noi parliamo di fine della Storia così come l’abbiamo sempre vista e questo nostro sentimento non può non farci pensare alle argomentazioni di Pier Paolo Pasolini a proposito di questo tema. Occorre tener conto quando si parla di fine della storia che nel 1989 Francis Fukuyama profetizzò l’imminente “fine della storia” riferendosi al fatto che, dopo il crollo del comunismo sovietico e la fine della Guerra Fredda, la democrazia liberale e il capitalismo sarebbero stati destinati a pervadere, gradualmente, tutte le nazioni del pianeta. Tre decenni dopo, constatiamo che tale previsione era eccessivamente semplicistica. E il primo a rendersi conto che la fine della Guerra Fredda non ha frenato, ma bensì accelerato, il dispiegarsi della storia è lo stesso Fukuyama. Una accelerazione dunque .

Anche se (e come potevamo noi dirlo mi viene da parafrasare) nelle poesie che propongo per questa puntata de Le stanze della poesia, due poesie di Quasimodo, si sente prepotentemente appunto l’impotenza della fine della Storia che l’apocalisse del conflitto mondiale aveva fatto intendere .

E’ proprio la fine della storia quella che sembra evocare questa poesia di Salvatore Quasimodo dove il vento della storia fa oscillare le cetre appese alle fronde dei salici. Ma un modo ancora più efficace di richiamarsi alla storia è l’altra poesia che trascrivo “Uomo del mio tempo” che sembra dire, stando alla cruda realtà della guerra che nulla cambia perchè la guerra, ossia la natura della guerra non cambia (non il mondo che vede gli effetti della guerra che appunto, il mondo, cambia e come ) , è sempre la stessa, portatrice di morte, lutti, distruzioni, sofferenze. Ed è sempre l’uomo che fa la guerra. Sono sempre due uomini dall’inizio del mondo che si combattono l’uno contro l’altro all’interno di una realtà appunto di offesa e difesa, di aggressione e di risposta all’aggressione dalla preistoria ad ogg.

Uomo del mio tempo
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.
Alle fronde dei salici

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,

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