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Le nuove stanze della poesia, Il 5 maggio di Alessandro Manzoni - Il Capoluogo
Le nuiove stanze della poesia

Le nuove stanze della poesia, Il 5 maggio di Alessandro Manzoni

"Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza", il 5 maggio di Manzoni per l'appuntamento con la rubrica di poesia a cura di Valter Marcone.

La puntata di questo giovedì de Le nuove stanze della poesia coincide con una data resa famosa da un lungo componimento di Alessandro Manzoni dal titolo “Il Cinque maggio” in cui ricorda il giorno della morte di Napoleone Bonaparte, scomparso mentre era in esilio sull’isola di Sant’Elena. La morte di Napoleone scosse l’opinione pubblica e Alessandro Manzoni, di riflesso, con altrettanta emozione compone quest’ode di getto, in tre giorni. Il componimento, nonostante la censura austriaca, circolò tra numerosi lettori che ne decretarono il successo, finché non venne pubblicato da un editore torinese e tradotto in varie lingue.

“Fu vera gloria, ai posteri l’ardua sentenza”. E noi che siamo dunque i posteri, in questo tempo in cui la guerra torna ad insanguinare le terre d’Europa dopo decenni di pace, possiamo dire che quella di Napoleone Bonaparte fu vera gloria? Anche lui in quel tempo con i suoi eserciti che portarono morte e distruzione in ogni angolo, insanguinò l’Europa. E anche per le sue campagne, accese furono le discussioni, le polemiche in ogni paese e tra i suoi ammiratori , fedelissimi e votati a lui fino alla morte e i suoi oppositori e denigratori .Pure dopo la sua sconfitta, come avviene già oggi con la guerra russo-ucraina, il mondo assunse una nuova configurazione geopolitica. Tanto che viene da domandarsi se la storia si ripeta .Domanda retorica perchè la guerra che è il nodo fondamentale di questa storia che stiamo raccontando si ripete anche se non sempre allo stesso modo ma si ripete con ilo suo carico di morte, distruzione, dolore. Specialmente delle persone inermi, delle popolazioni civili così che ogni guerra è una profonda offesa proprio all’umanità dell’essere vivente. Napoleone dunque ,un uomo, un condottiero , un imperatore le cui decisioni, nel bene e nel male cambiarono, come sta avvenendo oggi la geografia dell’Europa e quella del mondo intero fin nei più remoti angoli,lontanissimi proprio da quel continente che sembrò essere per millenni proprio il centro del mondo.
Imperatore dei Francesi e re d’Italia, la sua figura storica è paragonabile solo a quella di Giulio Cesare. Fu un grande condottiero , un grande legislatore proprio nel momento in cui gli sconvolgimenti della Rivoluzione francese affermavano il trapasso da un’epoca storica a un’altra. Fu anche l’artefice, nell’Europa continentale, tra Settecento e Ottocento, della definitiva trasformazione della società di antico regime in società borghese. La leggenda di Napoleone, gigante che aveva imposto la sua indelebile presenza nella storia, è stata nei secoli successivi alimentata e tramandata, congiudizi positivi e nagetivi , da letterati tra cui Ugo Foscolo, Madame de Stäel, Stendhal, Alessandro Manzoni, Honoré de Balzac, Lev N. Tolstoj.

Di questa storia il Cinque maggio di Alessandro Manzoni fa memoria di fronte ad un grande silenzio .Tutti restano muti pensando alle ultime ore di quest’uomo inviato dal fato e nessuno sa dire quando un uomo simile tornerà di nuovo a calpestare la terra che lui stesso ha calpestato, lasciando un cammino sanguinoso. Purtroppo l’incertezza manzoniana sul ritorno di un uomo inviato dal fato è stata colmata più volte nei secoli successivi nella Storia . Una storia che ,il lettore perdoni questo modo di raccontarla, viene sempre raccontata in modi diversi anche se poi in definitiva è una. Ci insegna fondamentalmente che se è difficile capire se fu vera gloria è facilissimo poter dire che del senno di poi son piene le fosse, specialmente quando parliamo di guerra . E perdoni il lettore questo accostamento al giorno d’oggi , con le vicende che stiamo vivendo seppure non direttamente ma attraverso i reportage televisivi e i dibattiti sui social con la guerra russo-ucraina di cui non ho potuto fare a meno perché , la natura della guerra è sempre la stessa a partire dalla prima clava agitata da un uomo contro un altro uomo. Trascrivo dunque Il Cinque maggio che si commenta da solo con il suo stile rapido e pieno di cambi di scena che vogliono rendere il proprio la vita del condottiero francese . Tra passato remoto e presente le azioni raccontate in settenari sono l’immagine di una storia nella quale, secondo Manzoni si intravede un disegno divino e la sconfitta di napolleone e il suo esilio diventano una occasione di riflessione a cui lascio anche il lettore .

Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta,

Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.

Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:

Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi,
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.

Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.

La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno;
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;

Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio,
La fuga e la vittoria,
La reggia e il tristo esiglio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.
Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato,
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell’ozio
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.

Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
L’onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere
Prode remote invan;
Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese,
E sull’eterne pagine
Cadde la stanca man!
Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!

E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli,
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio
Cadde lo spirto anelo,
E disperò: ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò;

E l’avviò, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri avanza,
Dov’è silenzio e tenebre
La gloria che passò.

Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
Chè più superba altezza
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita,
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.

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